26 gennaio 2011

Mylittlepony - Making Marks

Dopo due anni di lavoro (compreso un crash dell'hard disc che ha cancellato il disco già finito, costringendo la band a ri-registrare tutto da capo) i My Little Pony ritornano con un nome (Mylittlepony) ed un disco (Making Marks) nuovi. Il titolo del pezzo che apre l'album , A miracle, descrive bene l'impressione che avevamo avuto ascoltando le canzoni preziose ed aggraziate del precedente Think Too Much: i cinque ragazzi di Oslo erano e sono abilissimi nel plasmare un pop morbido e di intimità cantautorale, e la canzone citata non è che un piccolo biglietto da visita del loro talento.
Non c'è bisogno di molti ascolti per capire come siano soprattutto i Belle & Sebastian il modello di riferimento dei Mylittlepony: prendete ad esempio il freschissimo cocktail di chitarra ed archi, la piacevole commistione delle voci di Ola e Nina e la ritmica frizzante di Capital of Norway ed avrete un ottimo saggio di come Stuart Murdoch abbia seminato bene anche nei gusti di ragazzi di poco più di vent'anni. Tuttavia bisogna osservare come i Mylittlepony possiedano - già dagli esordi - una bella personalità, che si esplica nel loro amore per una forma canzone di stampo prettamente folk (Fragments of an island, Breakup with myself, The grass that's still wet, 1943) trattata con sapienza compositiva, spirito quasi naif, sorridente buonumore e innata gentilezza, con una strizzatina d'occhio al modernarito easy listening (I do remember) e all'ironia del twee-pop (Stories about love).
Davvero un secondo album di qualità: abbastanza per confermare ufficialmente la band norvegese nel gotha dell'indie-pop scandinavo.

Spoon Train - Free Downloads by spoontrain


Hard To Be Good

mylittlepony | Myspace Music Videos

19 gennaio 2011

Kuryakin - A New Day


Certe volte il mondo sembra davvero piccolo, tanto che viene da pensare che uno degli effetti della globalizzazione - almeno per quanto riguarda la musica indie - sia di rendere le distanze un elemento del tutto irrilevante. Capita infatti che un duo come gli svedesi Kuryakin, di cui parlammo più che bene circa due anni fa, abbiano prima esordito per la blasonata Shelflife (Portland, Oregon) e, dopo un periodo di apparente silenzio, siano ricomparsi miracolosamente dall'altra parte dell'oceano (Pacifico!) nella squadra della giapponese Fastcut Records, label innamorata dell'indie-pop europeo, con una giusta predilezione per la Scandinavia.
E proprio per la Fastcut è da poco uscito A New Day, primo diasco sulla lunga distanza dei Kuryakin. Come già potevano capire dall'ep Still Here, i due svedesi sono innamorati di un approccio delicato, etereo, atemporale, intimo alla canzone pop, rispettandone la forma classica e lavorando con sapienza a partire da una base di impalpabili ed aggraziate trame acustiche (Kings Of Convenience), arricchendola con suoni elettronci e campionati che simulano con equilibrato buongusto tappeti di archi, leggiadri carillon e ritmiche dal profumo esotico.
Il risultato può, a tratti, risultare un po' ripetitivo, ma bisogna ammettere che negli undici episodi del disco si notano senza dubbio alcuno una cura onnipresente per i dettagli ed un raffinato gusto melodico che non guasterebbe a gruppi oggi ben più conosciuti (e sopravvalurtati?) come i JJ, e che ci ricorda con piacere band scandinave che amiamo come Acid House Kings, The Charade, Le Futur Pompiste, Vapnet, innamorate tutte quante del pop dei sixties e del minimalismo da cameretta della Sarah Records.
Un piccolo gioiellino per gli amanti del genere: non lasciatevelo sfuggire! Non so fino a quando, ma l'intero album è in download gratuito qui!

Myspace by Kuryakin

13 gennaio 2011

Ida Maria - Katla

Faccio un po' di fatica a capire quale sia la strategia adottata da Ida Maria (o dalla sua etichetta) nel programmare le proprie uscite discografiche. Fortress Round My Heart, l'album che ha lanciato questa ventiquattrenne norvegese, cantautrice dall'animo rock dotata di una impressionante energia vocale (e non solo), è uscito un paio d'anni fa, è circolato in Inghilterra e negli States ed è ancora in promozione con un singolo, appena edito, in cui la Nostra duetta con Iggy Pop in una "nuova" versione di Oh my God.
Tuttavia nel frattempo è comparso - ma solo sul mercato scandinavo - il secondo disco di Ida Maria, intitolato Katla (nome di un pericolosissimo vulcano islandese, attualmente inattivo ma pare non a lungo...) e registrato a Santa Monica con Butch Walker (uno che ha lavorato con Pink, Avril Lavigne e altre facce da Mtv). Katla è un album di soli otto pezzi (più una ghost track dal sapore blues) che nel complesso scompare all'ombra del suo precedente, tanto che a tratti viene il sospetto che si tratti in realtà di una raccolta di inediti scartati dal disco d'esordio, pompati con veemenza hard-rock da un produttore invadente, qua e là interessanti (la rudezza alla Helter Skelter di Bad Karma e 10.000 lovers), molto più spesso inutili o irritanti (gli assurdi fiati chicani di I eat boys like you for breakfast o i dieci debordanti e insopportabili minuti di Devil). In tanto anonimato fanno eccezione due pezzi (e guarda caso gli unici a firma della sola Ida Maria): l'iniziale delicato valzer acustico Quite nice people e soprattutto la memorabile My shoes, ballata dal cuore in mano (un po' Perfect day di Lou Reed) dove la voce jopliniana e accorata di Ida Maria sembra volutamente uscire da lunghe notti insonni e contrasta mirabilmente con un raffinato arrangiamento di leggiadra e catartica efficacia. Episodio che da solo vale il prezzo dell'album - probabilmente la cosa migliore scritta sinora dalla norvegese - e che dimostra le capacità fuori dall'ordinario di Ida Maria, fino a questo momento purtroppo non ancora capace di trovare una sua misura discografica definita ed equilibrata.

06 gennaio 2011

The Migrant - Travels In Lowland

Non diciamo certo una novità affermando che – da un punto di vista numerico – gli artisti/band catalogabili come folk-rock rappresentano forse la maggioranza nel parlamento ideale dell’indie scandinavo. In verità su queste pagine ci occupiamo di un terzo circa dei dischi di questo genere che ci troviamo tra le mani: i più interessanti ovviamente.
E molto interessante è infatti Travels In Lowland dei The Migrant, esordio discografico per una band - costruita attorno al musicista danese, texano d'adozione, Bjarke Bendtsen - che sembra mettersi sulla scia di gruppi come Fleet Foxxes o Mumford & Sons, ma lo fa con una personalità già ben definita. 
Partendo, ovviamente, dalla base acustica che è l’ossatura formale del genere, le canzoni dei Migrant si affidano prima di tutto alla voce accorata di Bjarke e prendono forma grazie ad apporti strumentali tanto canonici (organo, glockenspiel, fisarmonica, banjo, violino) quanto vigorosi (cori, ritmica essenziale e battente, un’elettrica ora scampanellante, ora distorta). Nascono così brani di immediata suggestione folk-pop come The organ grinder e Nothing but clues, seguiti a ruota da episodi intrisi di un’aura quasi psichedelica tra Tim Buckley e Devendra Banhart (In the sun, Gor hvad du sagde du vil gore en dag, Beans). Il tutto dominato da un’idea di musica che sembra nascere e svilupparesi come collettiva ed artigianale, lavorata in studio con grande attenzione ma ricca ugualmente di spontaneistico entusiasmo, lo stesso che sentiamo nella conclusiva corale e divertita You think you know
Consigliato. 

Nothing But Clues from The Migrant on Vimeo.

01 gennaio 2011

(just another) pop song's ALBUMS OF THE YEAR 2010

SCANDINAVIAN ALBUMS OF THE YEAR 2010

1. Bedroom Eyes - The Long Wait Champion
Dopo una serie di entusiasmanti ep, ci sono voluti anni perchè lo svedese Jonas Jonsson riprendesse quelle stesse canzoni e le mettesse in fila nel suo album d’esordio. Il risultato non sarà forse un capolavoro, ma – allo stato delle cose – Bedroom Eyes, a nostro parere, è stato nel 2010 il migliore interprete del vero spirito dell’indie-pop scandinavo: semplice, puro, appassionato, sorridente amore per la forma canzone, per la melodia, per ogni soluzione strumentale che possa emozionare e/o divertire. Nelle dodici canzoni di The Long Wait Champion c’è tutto l’armementario del pop svedese che ci esalta e si fa riconoscere al primo ascolto: liriche ironiche, ritmi rapidi, squillanti arpeggi di chitarra, arrangiamenti amabilmente sovrabbondanti pieni di archi, fiati, handclapping e quant’altro, produzione artigianale ma curatissima nei dettagli e soprattutto una vagonata di entusiasmo debordante e coinvolgente. Motorcycle daydream, Norwegian pop e Dancing under influence potrebbero essere inni ufficiali di tutto l’indie-pop nordico (e non solo).


2. Jonsi - Go
In libertà (provvisoria) dai suoi Sigur Ros, Jonsi ha dedicato tutto il 2010 al suo primo album solista e ad un lungo tour mondiale. Go parte dal medesimo stile scenografico e suggestivo che ha reso celebre la band islandese in tutto il mondo, incentrato sulla sua preziosa voce da folletto nordico, ma asciuga le canzoni nella durata e nelle divagazioni strumentali e le rende degli oggetti pop curiosi e scintillanti, elaboratissime scatole magiche da cui scaturiscono ora torrenziali carillon elettronici e suoni campionati , ora larghe linee melodiche intrise di drammatico intimismo, spargendo intorno una travolgente e gioiosa carica comunicativa finora (quasi) sconosciuta al repertorio dei SR, frutto di un talento capace di rinnovarsi e cercare nuove strade senza abbandonare le proprie radici.



3. Säkert! - Facit
Difficile trovare gli aggettivi giusti per definire Annika Norlin: in pochi densi anni di carriera tra Hello Saferide e Sakert! è diventata una vera e propria istituzione della musica scandinava. Le liriche in svedese ci sottraggono le argute sfumature dei testi tanto importanti nel suo songwriting, ma la sfrenata creatività pop-rock di queste dodici canzoni è evidente anche ad un orecchio non svedese. Dosando (come sempre) con saggezza energia e intimismo, i Sakert! hanno dato vita ad un album complesso e completo, meno immediato di quanto appaia ad un primo ascolto, ricchissimo di idee e al contempo essenziale nello stile e nella produzione, senza un solo momento di debolezza.





4. The Tallest Man On Earth - The Wild Hunt
Tra i tanti musicisti scandinavi stregati dall’America e dalla sua tradizione folk-blues, Kristian Matsson è allo stesso tempo il più schivo e il più passionale. Schivo tanto da celarsi dietro il moniker TTMOE; passionale come le sue canzoni, che sembrano germogliare direttamente dalle terre polverose del midwest, soffici come i fitti arpeggi della chitarra acustica e al contempo spontaneamente naif, abbarbicate alla sua accorata voce dylaniana. L’opera seconda di Matssonnon non può più contare sull’effetto sorpresa dell’esordio, ma vola alto dal primo all’ultimo istante. Da abbinare all'ep Sometimes The Blues Is Just A Passing Bird.





5. First Aid Kit - The Big Black & The Blue
Non c’è nulla di più lontano dalla sperimentazione, dai nuovi suoni, ecc. della musica delle due giovanissime sorelle svedesi Johanna e Klara Söderberg : canzoni folk che hanno il sapore dolce e rassicurante della tradizione anglosassone, chitarre acustiche contornate da pochi altri strumenti e soprattutto due voci femminili che si fondono in magnifica armonia. La freschezza di canzoni come I met up with a king e l’emozionante semplicità di ballate come Waltz for Richard sorprendono per maturità ed equilibrio anche dopo cento ascolti.







6. Nóra - Er einhver að hlusta?
Gli islandesi Nora sono (per ora) un piccolo prezioso tesoro ben nascosto dell'indie scandinavo. Il loro primo album, interamente cantato nella lingia madre, rivela insieme una maturità sorprendente ed una grande creatività, nel solco di un pop-rock dal suono molto “canadese”: energico e melodico, morbido e spigoloso al tempo stesso, capace di poderosi crescendo pop, momenti di impressionistica leggerezza e quadri più oscuri ed ambiziosi.








7. Sambassadeur - European
Partiti quasi in sordina, cinque anni fa, con un album fatto di delicati colori pastello e passati attraverso un secondo disco bello e vagamente interlocutorio, con la forza del passaparola i Sambassadeur sono diventati un punto fermo e imprescindibile dell’indie svedese e con European alzano il tiro e rivestono la loro innata leggiadria melodica con arrangiamenti sgargianti, Pop con la P maiuscola, dalle fondamenta ritmiche fino allo sgargiante wall of sound spectoriano di archi e sinth che riempie ogni possibile vuoto sonoro. Eccessivi? Sopra le righe? Forse, ma con una manciata di canzoni di classe sopraffina.






8. Northern Portrait - Criminal Art Lovers
Il primo album della band danese che incide per la californiana Matinèe è un vero colpo al cuore per ogni appassionato del pop-rock inglese più lirico e raffinato (Smiths ed epigoni veri, per intenderci). Stefan Larsen e sodali ci accompagnano in un mondo di canzoni dall’aura romantica e piacevolmente demodè, che fanno rivivere le radici nobili (non solo Morrissey, ma anche il C86 e la Sarah Records) di quello stile che è passato alla storia come brit-pop.







9. Ólöf Arnalds - Innundir Skinni
Dedita ad una scrittura folk minimale, dalle radici stilistiche tanto anglo-americane quanto autoctone, la bionda cantautrice islandese ha concepito un album ambizioso (c’è anche Bjork ospite in un brano) e al contempo equilibratissimo, rivestendo strumentalmente le sue canzoni e spogliandole subito dopo alla nuda magia senza tempo della (sua) voce e dell’arpeggio dell’acustica. Nove canzoni di inusuale e innegabile bellezza.








10. The Electric Pop Group - Seconds
Depositari, già nel nome della band, di uno stile fatto di melodie primaverili e fitti jingle jangle di chitarra, gli svedesi The Electric Pop Group sono passati con merito dall’autoproduzione ad un contratto con la Matinèe Records. Le dieci canzoni di Seconds possiedono il placido scintillio del miglior indie-pop di marca scandinava: educatamente retrò, morbido e luminoso in ogni sua piega, piacevole e sornione.









11. Kissaway Trail - Sleep Mountain
Giunti al secondo album, i danesi Kissaway Trail sfoderano tutta la loro ambizione e costruiscono un disco poderoso e complesso, rock nella struttura, pop nei colori, indie nelle sfumature, perfettamente sintonizzato sulle frequenze della scena alternativa internazionale, un po’ Death Cab For Cutie e un po’ Arcade Fire (ma senza in fondo assomigliare davvero a nessuno dei due). Ritmiche muscolari, grande varietà strumentale, cori e linee melodiche antemiche, produzione curatissima, il tutto nel nome di una forza comunicativa travolgente e suggestiva.






12. Olafur Arnalds - And They Have Escaped The Weight Of Dakness
Tra classica contemporanea e post rock, si muove da diversi anni il giovane musicista islandese Olafur Arnalds, autore di composizioni di malinconico e notturno romanticismo, che oggi sembrano aver trovato una loro luminosa catarsi. Pianoforte e orchestra, esaltati talora da strumenti rock, per tre quarti d’ora di cinematica suggestione.