E' ironico e significativo il titolo che i Nóra hanno voluto dare al loro album di debutto, Er einhver að hlusta?, ovvero "C'è qualcuno all'ascolto?". Domanda in verità decisamente retorica, considerando che, nonappena giunge notizia di un nuovo gruppo islandese, le orecchie degli appassionati indie di tutta Europa si rizzano immediatamente, colte dalla solita curiosità irrefrenabile verso qualsiasi cosa venga dall'isola dei ghiacci. Ciò che però davvero sorprende è il fatto che raramente capita che l'interesse venga deluso, anzi...
E' il caso anche di questi Nóra, cinque ragazzi della periferia ovest di Reykjavik (così si presentano loro; ignoravamo che la piccola capitale islandese possedesse una periferia...) che suonano insieme da qualche anno e si presentano per la prima volta su disco con una maturità stilistica ammirevole.
Lasciate perdere per un momento gli altri (ottimi) nomi isladesi di cui abbiamo parlato più o meno recentemente: i Nóra non assomigliano ad alcuno di loro e sembrano aver ben chiara la strada che hanno imboccato, quella di un un indie-rock energico, melodico ed elaborato strumentalmente, graffiante e al contempo dotato di un'onnipresente morbidezza pop, dalle parti degli Arcade Fire, ma anche dei fuoriclasse svedesi Moonbabies.
Attorno alle voci di Auður ed Egill, fratello e sorella nonchè perno della band, prendono vita una serire di canzoni dal fascino potente, dall'iniziale Apòteles, che esplode da un crescendo strumentale di tre minuti, alla vivace e muscolare freschezza di Bolaheidfall (echi dei Fanfarlo nell'uso sapiente della tromba), dalla solenne onirica cavalcata di Opin fyrir mordi all'impagabile dolcezza folk di Prentvillur, dall'oscurità doorsiana di Horft inn agli archi ariosi e all'obliqua spensieratezza (molto La's) di Skòfkladu mèr. Il talento dei Nóra sta nella capacità di mettere insieme spontaneità e cura dei particolari: prendete la coinvolgente Haedir, l'impressionismo acustico di Milliludur I o la delicata Sjònskekkja, dove sembra di ascoltare un ibrido dell'eleganza cantautorale di Badly Drawn Boy e del folk "post Belle&Sebastian" degli svedesi Vapnet.Il tutto a partire da una strumnentazione di base assolutamente canonica: chitarra, basso e batteria cui si innestano sinth, piano e altri azzeccati apporti.
Di certo Er einhver að hlusta? non è un disco perfetto, ma i Nóra si candidano senz'altro - e con buone probabilità di vincere - alla palma di newcomer dell'anno.
Tutto il disco in ascolto su bandcamp
29 novembre 2010
23 novembre 2010
Last Days Of April - Gooey
Gli svedesi Last Days Of April sono uno di quei gruppi che l’Unesco dovrebbe mettere sotto tutela: tanto umili quanto talentuosi, sono in giro da almeno quindici anni, hanno pubblicato sette album contando anche l’odierno Gooey, sono rimasti pazientemente sulle soglie del successo senza essere mai ammessi nell’olimpo di quelli che ce l’hanno fatta e pazientemente hanno scritto e scrivono canzoni di piccole pretese e grandi qualità. Non aspettatevi rivoluzioni copernicane dai LDOA, né leziose sperimentazioni: Karl Larsson (titolare del marchio LDOA) e compagni sono gente che bada all’essenziale e scrive canzoni secondo i sacri canoni di un indie-rock di stampo americano melodico e di ricercata freschezza, figli ideali dei Lemonheads ma anche dei Teenage Fanclub, fratelli scandinavi dei Nada Surf e dei Built To Spill, eredi di formidabili band alternative svedesi che hanno chiuso i battenti da un po’, come Broder Daniel e Popsicle.
Gooey non aggiunge quindi novità alla rispettabile carriera del gruppo di Stoccolma, semmai ne conferma a caratteri cubitali la sottovalutata bravura. Degli undici pezzi presenti tutti possiedono la medesima energica leggerezza, dall’iniziale poderosa e antemica No time for dream all’adorabile e folkeggiante America, dall’aria un po’ gigiona e molto brit di Heart alla ballata strappacuore e vagamente coldplayana All the same, dove compare come guest star proprio il buon vecchio Evan Dando, dall’entusiasmante crescendo corale ed elettrico di Why so hasty? (qualcuno di ricorda i Wheat?) al denso quasi-blues di Forget about it, fino al pop primaverile di In ink, che potrebbe stare nel repertorio di Hello Saferide, così come la successiva e più articolata What is her for you…, con quello stesso profumato e avvolgente impasto di chitarre che amiamo tanto negli album di Annika Norlin. Canzoni, insomma: ben scritte, ben suonate, ben prodotte, sempre piacevoli e coinvolgenti. Difficile chiedere di più, e per fortuna che c’è ancora qualcuno che le sa fare così, con la naturalezza dei veterani e la freschezza degli esordienti.
17 novembre 2010
Nina Kinert - Red Leader Dream
E’ senz’altro bizzarra la scelta fatta da Nina Kinert per la copertina del suo nuovo album Red Leader Dream: velluti preziosi, rocce incandescenti, mondi intergalattici, la Nostra incorniciata da una sorta di gigantesca orchidea, il tutto dominato dal titolo del disco in improbabili caratteri fantascientifico-orientaleggianti. Spiegazione: la ventisettenne svedese è una fan della fantascienza e il suo nuovo lavoro (il quarto della sua carriera, se conto bene) è ispirato alla saga di Guerre Stellari.
Ciò che conta in un disco però non tanto è l’involucro esterno, quanto il contenuto, e a questo proposito la musicista di Stoccolma sembra avere le idee molto chiare, continuando a sviluppare anche in questo episodio uno stile personale aperto ad equilibrate sperimentazioni elettroniche, elaboratissimo nella produzione e incentrato sulla sua voce potente e versatile.
L’arpa ed i cori esotici di Moonwalker ci conducono subito in un’atmosfera sospesa, ipnotica ed affascinante – lo stesso mondo di foreste impenetrabili e notturne che ci hanno fatto conoscere i The Tiny di Ellekari Larsson (l'amore della Kinert per il fantasy è evidente) – ma immediatamente dopo il battito campionato e geometrico del primo singolo Play the world ci riporta nella contemporaneità futuribile di Likke Li o Peter Bjorn & John. L’album procede poi mettendo insieme a più riprese queste due linee, dall’ampia e ossessiva Down on heaven alle sfumature bjorkiane di Tiger you, dal morbido carillon di Wings alla ballabile leggiadria tecnologica di 4-Ever, dall’estatica eleganza della murder ballad Original sin (le ultime cose di Susanne Sundfoer hanno lo stesso gusto dolceamaro) all’obliqua catarsi dell’aerea 25, passando per quel piccolo ibrido gioiello pop che è Push it, con le sue mirabili stratificazioni di cori etnici e sample elettronici tenuti insieme dalle evoluzioni vocali di Nina.
Red Leader Dream è un album di classe, testimone delle grandi capacità di una delle cantautrici più atipiche e coraggiose del panorama scandinavo.
11 novembre 2010
Hjaltalìn - Terminal
Tra le varie band islandesi che si sono conquistate la ribalta in questi ultimi anni, gli Hjaltalìn sono forse quella dal potenziale pop più alto e al contempo la più inafferrabile, per la loro tendenza a mescolare melodia ed eclettismo strumentale. Il loro esordio di tre anni fa Sleepdrunk Seasons (distribuito anche dalle nostre parti l'anno scorso, aprendo la strada all'album che andiamo a recensire oggi: lo troverete nei negozi) aveva colpito la critica per la sua piacevole alterità tra indie rock "canadese" (Arcade Fire, per intenderci) e inusuali tocchi sinfonici, bandistici e jazz.Terminal ritrae la band di Reykjavik impegnata in un'ambizioso lavoro di evoluzione del loro già complesso stile: gli apporti orchestrali si fanno architettonicamente più articolati e impegnativi (dalle parti dell'ultimo Sufjan Stevens ascoltabile, cioè quello di Illinoise), le voci di Högni e Sigríður sono spinte ad un crooning di stampo ormai soul, le melodie si fanno meno facili a mano a mano che i pezzi abbandonano quasi del tutto una struttura canonica, lo spirito floreale degli esordi è sostituito da atmosfere più dense e notturne e al contempo le canzoni si arricchiscono di apporti da modelli nuovi e disparati, muovendosi in un tunnel ultradimensionale che può mettere in contatto Leonard Cohen e il tropicalismo jazz, il miele di Bacharach e la pomposità del musical di Broadway, r'n'b danzereccio e spigoli rock... e così via, senza preclusione alcuna, spesso frullando tutto all'interno di uno stesso pezzo.
E' indubbio che gli Hjaltalìn siano musicisti estremamente bravi; ciò che mi lascia un po' perplesso davanti ad operazioni di questo tipo è però il rischio di finire nell'abbraccio del virtuosismo fine a se stesso, perdendo di vista le canzoni stesse, che alla fine scorrono via una dopo l'altra senza lasciare particolari emozioni e offrendo una sensazione di totale spaesamento. Ma forse è proprio questo che gli Hjaltalìn volevano ottenere...
Hjaltalín - Sweet Impressions
hjaltalín | Myspace Music Videos
05 novembre 2010
Le Futur Pompiste - Le Futur Pompiste

Sono passati addirittura sei anni tra l'esordio dei Le Futur Pompiste e il loro secondo omonimo album, in uscita in questi giorni. All'epoca Your Stories and Your Thoughts, pubblicato da un'etichetta di punta dell'indie-pop come la Siesta, aveva catturato recensioni pressochè entusiastiche, colpite evidentemente dall'elegante rilettura dello stile Stereolab / Air proposto dalla band finlandese.
Le Futur Pompiste (pubblicato da Shelflife) riprende il discorso lasciato in sospeso ormai da molto tempo, prescinde dall'interessantissimo progetto Burning Heart messo in piedi nel frattempo dalla cantante Jessika Rapo e riporta invece l'ascoltatore nelle stesse atmosfere raffinatamente retrò e garbatamente elettroniche del loro primo album.
E in effetti, ascoltando le canzoni di Einar Ekström e compagni, non si può fare a meno di pensare che la nozione di tempo, per i LFP, sia del tutto ininfluente: il gusto melodico, il mesmerico jingle jangle della chitarra, il soffice tappeto sonoro dell'onnipresente organo, trasudano psichedelia sixtie da ogni nota, ma al contempo la confezione di sinth aerei ed elettronica umanistica spinge verso una contemporaneità vintage sapientemente costruita.
Il pop dei cinque finlandesi viaggia in un mondo parallelo fatto di polaroid ingiallite e leggiadra malinconia, algido in apparenza e invece caldissimo nei particolari di ognuno dei dieci pezzi, che sono curati con un'attenzione maniacale. Mentre sono poche le concessioni all'immediatezza (in definitiva solo l'adorabile My trophy), Le Futur Pompiste mira piuttosto a ricreare per 35 minuti un'idea di musica peculiare e subito riconoscibile, a dare vita ad una estetica pop nutrita di ascolti raffinati: operazione molto intellettuale, forse un po' fredda e solipsistica nel risultato, e tuttavia ricca di fascino e ottimamente condotta.
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