Circa un anno fa abbiamo parlato più che bene di 451 Wythe Avenue, disco che ci ha fatto scoprire i danesi Alcoholic Faith Mission. This Be The Last Night We Care, opera terza del gruppo di Copenhagen, possiede le carte in regola per farsi strada anche sulla scena indie internazionale, non diversamente da quei The Kissaway Trail (connazionali degli AFM, tra l’altro. C’è fermento in Danimarca!) che abbiamo recentemente celebrato su queste pagine. Fin dall’iniziale Put the virus in you, è evidente che i nostri sono inclini a concepire ogni pezzo secondo schemi non canonici, imprimendo però un grande potenziale melodico nei crescendo corali, che sembrano emergere con una funzione catartica dalla franta e inquietante semioscurità che domina quasi tutte le composizioni della band. L’idea forte degli AFM consiste in effetti nella sintesi di forti contrasti all’interno di ogni pezzo: la coesistenza o l’alternarsi di un drumming ossessivo e di luminose e liberatorie armonie vocali, di energiche distorsioni e di onirici carillon elettronici, di quiete acustica e caos elettrico. Idea che probabilmente gli ottimi danesi ricavano da tanti gruppi canadesi (soprattutto) e statunitensi che stanno ecletticamente rinnovando l’indie-rock, dagli Stars ai Broken Social Scene, passando per la melodica ed energica obliquità dei Blonde Redhead, per citare i nomi forse più vicini all’approccio degli Alcoholic Faith Mission. In fondo pezzi riuscitissimi, dinamici e immediati nella loro complessità come Got love? Got shellfish! potrebbero trovare un posticino negli album della band citate, ma senz’altro piaceranno anche ai fan di gruppi scandinavi etichettabili come power-pop (Lacrosse, ad esempio) che abbiamo avuto modo di lodare da queste parti. La ricercata pienezza del suono, l’irruenza melodica e l’alternarsi/sovrapporsi della voce energica di Thorben Seierø Jensen e di quella delicata di Kristine Permild sono i punti di forza attorno ai quali ruotano i dodici episodi dell’album, che mostrano forse qualche (innocua) ripetizione, ma sicuramente aggiungono – rispetto al già valido disco precedente – pathos, compattezza e immediatezza comunicativa, e testimoniano il raggiungimento di una piena maturità dal punto di vista sia produttivo che compositivo.

