25 luglio 2010

Alcoholic Faith Mission - Let This Be The Last Night We care


Circa un anno fa abbiamo parlato più che bene di 451 Wythe Avenue, disco che ci ha fatto scoprire i danesi Alcoholic Faith Mission. This Be The Last Night We Care, opera terza del gruppo di Copenhagen, possiede le carte in regola per farsi strada anche sulla scena indie internazionale, non diversamente da quei The Kissaway Trail (connazionali degli AFM, tra l’altro. C’è fermento in Danimarca!) che abbiamo recentemente celebrato su queste pagine. Fin dall’iniziale Put the virus in you, è evidente che i nostri sono inclini a concepire ogni pezzo secondo schemi non canonici, imprimendo però un grande potenziale melodico nei crescendo corali, che sembrano emergere con una funzione catartica dalla franta e inquietante semioscurità che domina quasi tutte le composizioni della band. L’idea forte degli AFM consiste in effetti nella sintesi di forti contrasti all’interno di ogni pezzo: la coesistenza o l’alternarsi di un drumming ossessivo e di luminose e liberatorie armonie vocali, di energiche distorsioni e di onirici carillon elettronici, di quiete acustica e caos elettrico. Idea che probabilmente gli ottimi danesi ricavano da tanti gruppi canadesi (soprattutto) e statunitensi che stanno ecletticamente rinnovando l’indie-rock, dagli Stars ai Broken Social Scene, passando per la melodica ed energica obliquità dei Blonde Redhead, per citare i nomi forse più vicini all’approccio degli Alcoholic Faith Mission. In fondo pezzi riuscitissimi, dinamici e immediati nella loro complessità come Got love? Got shellfish! potrebbero trovare un posticino negli album della band citate, ma senz’altro piaceranno anche ai fan di gruppi scandinavi etichettabili come power-pop (Lacrosse, ad esempio) che abbiamo avuto modo di lodare da queste parti. La ricercata pienezza del suono, l’irruenza melodica e l’alternarsi/sovrapporsi della voce energica di Thorben Seierø Jensen e di quella delicata di Kristine Permild sono i punti di forza attorno ai quali ruotano i dodici episodi dell’album, che mostrano forse qualche (innocua) ripetizione, ma sicuramente aggiungono – rispetto al già valido disco precedente – pathos, compattezza e immediatezza comunicativa, e testimoniano il raggiungimento di una piena maturità dal punto di vista sia produttivo che compositivo.

19 luglio 2010

The Kissaway Trail - Sleep Mountain


In scandaloso ritardo arrivo a recensire quello che in realtà è uno degli album più interessanti usciti quest'anno. The Kissaway Trail vengono da Odense, Danimarca e Sleep Mountain è la loro seconda prova sulla lunga distanza dopo il più che promettente album omonimo del 2007 (appena riedito fra l'altro, quindi approfittate).
I cinque danesi hanno le orecchie ben aperte sulla scena indie-rock mondiale, e talento in abbondanza per porsi sulla scia di band affermate come Arcade Fire, Interpol, Editors, Flaming Lips, Stars, Notwist e The National (ho fatto i primi nomi che mi sono venuti in mente), e magari mettere fuori la freccia e superarli per freschezza di idee e abilità nel costruire singoli di potenziale successo alternativo (la inziale Sdp, ad esempio, nonostante la durata oltre i sei minuti).
I KT hanno un approccio per nulla epidermico all'indie, e se è vero che quasi sempre i loro pezzi puntano ad forte effetto emozionale, ogni episodio sembra nascere da un complesso lavoro di stratificazioni sonore e cesello produttivo (Peter Katis, non uno di primo pelo, alla regia): ogni singolo dettaglio, dalla prima all'ultima canzone, è pensato e lontano dall'usuale, dalla ritmica asimmetrica e pervasiva ai possenti crescendo armonici dei cori, indubbio punto di forza della band (li sentirete al meglio nella fascinosa New Year, un po' Death Cab For Cutie ma elevati alla seconda), dagli equilibratissimi inserti elettronici alle coinvolgenti linee melodiche veicolate dai sinth. Su tutto domina l'idea di una musica che alterna continuamente lento e veloce, pieno e rarefatto, raggiungendo il suo fine quando gli elementi che a poco a poco si sovrappongono (voci, chitarre, batteria, carillons più o meno sintetici) esplodono insieme dando vita a dinamiche costruzioni di grande e immediata presa (il mantra di Beat your heartbeat ad esempio, o il battito impulsivo ed esaltante di New lipstick, che invita a ruotare al massimo la manopola del volume - ma si poteva in fondo scegliere uno qualunque della magnifica dozzina offerta dal disco), con la chicca rappresnentata dalla inattesa cover di Philadelpha di Neil Young, struggente come se non più dell'originale.
Si potrebbe dire, a mò di slogan, che i KT sono quello che gli Shout Out Louds (e pure i band Of Horses, tiè) vorrebbero essere e non sono, ma in definitiva non si farebbe un servizio corretto ad una band che, al di là di tante somiglianze, rappresenta in realtà ed in pieno il suono più attuale dell'indie internazionale (che importanza ha qui la provenienza geografica?) del 2010.
Imprescindibile.

14 luglio 2010

Ólafur Arnalds - And They Have Escaped The Weight Of Darkness


Cosa c’è di pop nella musica di Olafur Arnalds (visto che di pop trattiamo in questo blog)? In apparenza nulla: non possono definirsi "canzoni" le sue composizioni, non ci sono voci, né parole, né gli strumenti canonici della musica popolare. Insomma, un negozio di dischi che si rispetti potrebbe infilare i dischi del musicista islandese nello scaffale (esiguo, immagino) della musica contemporanea, quello che il pubblico del rock non sa nemmeno che esista e che al contempo il pubblico della classica snobba come cosa di poco conto (da queste parti ci sono Allevi ed Einaudi, per dire, ma anche Nyman, Craig Armstrong e Yann Tiersen, gente che di dischi ne vende parecchi, quattro su cinque con indiscusso merito). Ma torniamo alla domanda iniziale. Davvero non c’è nulla di pop nei pezzi di Arnalds? Eppure la durata non è così lontana da quella per noi canonica (4, massimo 5 minuti), i titoli sembrano quelli di canzoni e, se avete la pazienza di lasciarvi portare dalle rarefatte atmosfere evocate nel disco, vi troverete sovente a fluttuare in una dimensione melodica a cui potrebbero mancare giusto delle liriche cantate. Lungi da noi però forzare la forma e la sostanza della musica del ventitreenne Olafur, che dopotutto non ha molto a che vedere nemmeno con quella dei Sigur Ròs, cui spesso – per provenienza geografica, è evidente, ma anche per un trionfale tour condiviso – viene accostato. Può darsi che l’umore sognante e malinconico e i larghi paesaggi dipinti dalla band di Jonsi siano un dato comune, ma dove gli estroversi SR usano colori vividi e linee forti, Arnalds sceglie toni pastello e sfumature per dar corpo alla propria delicata introversione. Se siete nel rampo post-rock, troverete motivi di vicinanza a gruppi come Rachels, Dirty Tree o Godspeed You Black Emperor, specialmente quando gli archi si poggiano sul solido progredire della batteria e del basso elettrico (Tunglid, Gleypa okkur) o alla distorsione lancinante della chitarra (Loftid Verdur Skyndilega Kalt), ma i nove episodi di And They Have Escaped The Weight Of Darkness possiedono una raffinatissima essenzialità di cui pochi altri sono capaci, decisamente più prossima alla musica da camera. Fin dalle iniziali Þú ert sólin e Þú ert jörðin il pianoforte e archi introducono l’ascoltatore in un’atmosfera filmica di distesa e rarefatta sospensione, dove la tenue luce “notturna” viene squarciata da pochi lampi di improvvisa e abbagliante bellezza (Haegt kemus Ljosid, Pau hafa sloppid…), gli stessi crescendo catartici cui probabilmente allude il titolo dell’album. Nel complesso And They Have Escaped… si compone come un unico flusso sonoro cinematico che, seguendo un copione noto solo al suo autore, sembra condurci a poco a poco dall’ombra alla luce, dalla tristezza ad una quieta forma di gioia.


Ólafur Arnalds – Hægt, kemur ljósið (Official Music Video) from Erased Tapes on Vimeo.