30 settembre 2009

[ingenting] - Tomhet, Idel Tomhet


Gli [ingenting] sono senza dubbio una band particolare. Esistono da più di sei anni, hanno pubblicato due album e diversi ep con l'etichetta indipendente più celebre della Scandinavia (la Labrador), possono vantare decine di recensioni mai meno che entusiastiche ed un piccolo ma solido seguito in patria. Eppure è uno di quei gruppi che tendiamo a dimenticare che esista. Forse perchè disdegnano l'inglese in nome della loro lingua madre. O forse per lo stesso atteggiamento schivo dei sei ragazzi di Stoccolma: niente promozione sulla rete, niente sito internet (giusto questo, attivo da poco, ma provate a rintracciarlo con google...), lunghi silenzi tra un disco e l'altro, niente videoclip o altre trovate più o meno pubblicitarie. Non a caso "ingenting" in svedese significa "niente", a testimoniare però un intento più timido e volutamente sottotraccia che marcatamente nichilista.
Tomhet, Idel Tomhet ("vuoto, nient'altro che vuoto"), terzo album degli [ingenting], non giunge però del tutto inatteso, visto che lo scorso agosto Pitchfork (ninentemeno!) ha dato risalto al singolo Halleluja!, spendendo parole di stupita lode nei confronti di questa (per loro) sconosciuta band di idioma svedese. E in effetti non è necessario parlare svedese per apprezzare la frizzante e vigorosa cascata melodica che ci investe appena mettiamo l'album nel lettore: Halleluja! è un lasciapassare pop valido in tutti i paesi del mondo con la sua gioiosa sarabanda elettrica corredata di campane a festa nel finale, e sarebbe un asso nella manica perfetto per lanciare la band su un palcoscenico internazionale. Ma, tant'è, a sud di Malmo se la godranno in pochi e i Nostri non sembrano preoccuparsene molto...
Abbiamo già avuto modo di dire (qui) che gli [ingenting] sono una delle band più talentuose dell'intero panorama nordico: di certo sono la più sottovalutata. Se vi lasciate trascinare dal terzetto che apre il disco (la citata Halleluja!, poi le veloci Medan vi sov e Ge tillbaka det) avrete già un saggio del migliore pop svedese degli ultimi anni: scintillante, solare ed energetico, memore dell'insegnamento dei Popsicle, dei Broder Daniel o dell'impetuoso Hakan Hellstrom (Led mig hem, episodio 5 del disco, potrebbe essere davvero uno dei migliori pezzi di catalogo dell'estroso musicista svedese). Con la successiva Dina händer är fulla av blommor gli [ingenting] rendono però il gioco molto più serio, dilatando tempi e spazi e affidando alla voce di Sibille Attar (degli Speedmarket Avenue) e al fluire dei cori la suggestione di un'atmosfera crepuscolare e sognante. La stessa che ritroviamo nella liquida Blanka blad, sapiente costruzione a strati che fluttua attorno al cantato ripetitivo di Christopher Sander, e nella conclusiva Låt floden komma, struggente ballata per voce e pianoforte che cresce a poco a poco e si sfalda in un'aria elettrica.
I 52 minuti del disco scorrono veloci e ispirati, in un territorio che sta al di fuori dei generi, alternando momenti più atmosferici ed altri decisamente giocosi (il cantato infantile di Satans högra hand, la svagata leggerezza di Tack, il dinamismo di Lång väg, che ricorda tanto le glorie passate dei connazionali Kent quanto lo stile scampanellante dei Coldplay).
Alla fine Tomhet, Idel Tomhet dà veramente l'impressione di un lavoro maturo, vario, immediato ed emozionante, semplice e complesso al tempo stesso, equilibratissimo nella produzione, che dosa essenzialità indie-rock e innesti corali/strumentali con mano ferma e sapiente (è quella di Jari Haapalainen, un nome una garanzia). Insomma una delle cose più belle e intense che abbiamo avuto modo di ascoltare in questo 2009. Una grandissima e innegabile conferma.

Halleluja! mp3

23 settembre 2009

Dylan Mondegreen - The World Spins On


A due anni esatti dal promettentissimo esordio intitolato While i walk you home, torna oggi il norvegese Dylan Mondegreen con il suo secondo album The World Spins On.
Facile evocare il nome di Paddy McAloon e dei suoi Prefab Sprout, ascoltando le canzoni morbide e cantabili di Børge Sildnes, amabilmente fuori moda e senza mai un capello fuori posto. Dylan Mondegreen, alterego artsistico di Sildnes, vive in un mondo dove il pop è una carezza amichevole e serena, e le sue canzoni parlano invariabilmente d'amore, mescolando romanticismo e malinconia con mano delicata, senza eccedere in una direzione o nell'altra. Attorno alle melodie apparentemente semplici (molto McCartney, in verità) che il Nostro canta con voce gentile e confidenziale, Børge disegna con grande equilibrio le traiettorie strumentali più funzionali all'atmosfera di volta in volta tratteggiata: giusto qualche virgola di chitarra elettrica, un arpeggio di banjo, archi leggeri o sognanti, il pianoforte a mettere ogni tanto i puntini sulle i.
Trent'anni fa avrebbero catalogato Dylan Mondegreen con l'etichetta soft-rock (la stessa messa addosso a James Taylor o Jackson Browne) e forse qualche suo pezzo avrebbe finito per riscuotere una briciola di successo. Oggi la sua musica soffice ed avvolgente rischia invece di rimanere schiacciata tra accuse di leziosità revivalistiche e l'atemporalità essenziale degli osannati connazionali Kings Of Convenience, di cui Sildnes condivide l'atteggiamento e il gusto melodico, ma non lo stile. Insomma, rischia di passare inosservata (un po' come gli inglesi Ben & Jason, pure molto somiglianti a Mondegreen, che erano bravissimi e sono evaporati dopo tre album), il che è un peccato, perchè il talento di Børge è innegabile quanto la sua eleganza demodè. In definitiva un album bello, senza acuti e al contempo senza cedimenti. Da non perdere.

14 settembre 2009

New Found Land - We All Die


Alla fine l'autunno è arrivato all'improvviso. Mentre riprendo in mano l'attività del blog, fuori dalla finestra il cielo è grigio e piovoso per la prima volta da settimane. Clima perfetto per parlare di questo We All Die, che è il disco d'esordio di un duo di Goteborg dal nome New Found Land.
Conoscevamo Anna Roxenholt e Karl Krook da un pezzo, grazie ad alcuni interessanti pezzi fatti circolare in rete, ed ora che possiamo valutarli sulla misura dell'album la nostra stima nei confronti dei due svedesi si consolida decisamente.
Fin dalle iniziali It would mean the world to me e Rooftops è evidente che i Nostri prediligono atmosfere acustiche e in penombra, lasciando che siano soprattutto le armonie vocali a dare colore alle loro malinconiche melodie. Con la successiva Leave it behind i New Found Land fanno subito capire di cavarsela molto bene anche con sonorità più elettriche e marcatamente indie, ma già dalla splendida, oscura e sognante In colour l'ascoltatore viene immerso nel mood intimista e delicato che, in definitiva, contraddistingue l'intero lavoro e che regala canzoni di grande emozione come le "romantiche" By your side e All the nights, indubbi saggi di notevole talento compositivo.
E' evidente che il linguaggio dei New Found Land è quello del folk, rivisitato con una sensibilità colta e ispirata che potremmo avvicinare ad artisti e gruppi scandinavi come Josè Gonzalez, Amandine, The Little Hands Of Asphalt, We Are Soldiers We Have Guns, Loney Dear, Winter Took His Life, giusto per fare qualche nome. Insomma: tradizione, intimismo e una leggerissima spruzzata di innovazione, che qui può essere testimoniata dall'uso occasionale della drum machine a spezzare i canonici quattro quarti o dai sapienti inserti strumentali (il sax della citata By your side ad esempio).
I New Found Land non propongono alla fine dei conti particolari novità nel panorama scandinavo, ma sarebbe un vero delitto ignorare queste nove canzoni, tutte di luminosa ed essenziale bellezza. Perfette, come abbiamo già avuto modo di dire, per l'autunno che arriva a lungi passi.