27 agosto 2009

Mùm - Sing Along To Songs You Don't Know


C'è un filo solido ed evidente che lega i numerosi grupi/artisti islandesi che abbiamo avuto modo di scoprire nell'ultimo decennio: Sigur Ròs, Olafur Arnalds, Amiina, Rokkurrò, Hjaltalin, Seabear, Emiliana Torrini, Slowblow, per nominare i principali. O meglio molti fili, abilmente intrecciati a formare una lunga corda gettata simbolicamente oltre l'oceano che isola l'isola di ghiaccio, verso l'attenzione del pubblico europeo, americano, mondiale. C'è il filo della sperimentazione, e insieme quello delle radici folk, il filo della musica più eterea e quello del rifiuto della forma canzone tradizionale, il filo dell'espressione più atmosferica ed emozionale, quasi drammatica e quello di un'impercettibile ironia che c'è ma noi non islandesi non la capiamo, il filo della ricercatezza intellettuale e quello di un amore per la melodia tipicamente pop. Tanti ingredienti che ci permettono di delineare i contorni di una "scena" che forse esiste solo nella nostra immaginazione di appassionati di musica, ma che è pure capace di sfornare continuamente cose nuove, belle, intertessanti, uniche e particolari.
I Mùm tra le band citate sono sicuramente dei capofila, e oggi, con l'uscita di
Sing Along To Songs You Don't Know, il gruppo è giunto a pubblicare il suo quinto album, con ampia risonanza internazionale e (involontarie?) anticipazioni apparse in rete da alcuni mesi.
Il pezzo che apre il disco, If i were a fish, ci suggerisce immediatamente che qualcosa è ulteriormente cambiato nel mondo affascinante e magmatico dei Mùm: la melodia folkeggiante, sorniona e delicata che informa la canzone non ci sorprende - è tipica dei Nostri - ma è proprio il fatto che possiamo chiamarla senza remore "canzone" a meravigliarci positivamente. Ovviamente nelle dodici tracce dell'album la sperimentazione analogica/elettronica cara ai Mùm non manca (rumorismi vari, drum machine essenziale, campionamenti di suoni "quotidiani"), ma più spesso che nei lavori precedenti (gli ultimi due specialmente) l'orizzonte naif e onirico disegnato dalla multiforme band islandese ha i colori del folk-pop indipendente di marca acustica (vedi Sufjan Stevens o Noah and The Whale), prova ne siano pezzi di immediata gradevolezza come Profecies & reversed memories, Hullaballabalù, Last shapes of never, Illuminated e soprattutto il gioioso ed eclettico mantra di Sing along.
Accanto a questi, una serie di quadri malinconici in chiaroscuro e dai tratti spesso sfumati ad arte, dove prevalgono comunque strumenti "classici" (il pianoforte, il glockenspiel, gli archi emozionanti di A river don't stop to breathe e quelli avvolgenti della obliqua ninnananna Blow your nose) e le voci maschili/femminili si alternano e duettano con sommessa e al contempo angelica grazia.
Molti (non la critica in genere) hanno spesso accusato i Mùm di essere parimenti talentuosi e inguaribilmente noiosi nella riproposizione della loro formula magica.
Sing Along To Songs You Don't Know, pur non esente da una certa prolissità congenita al gruppo, è però la prova di un atteggiamento meditato e sensibilmente diverso, che magari scontenterà la critica ma conquisterà qualche nuovo adepto.

16 agosto 2009

JJ N°2


Negli ultimi mesi nessun disco scandinavo ha raccolto recensioni entusiastiche e pluristellate in mezzo mondo come il secondo album dei JJ, siglato semplicemente N°2 (il primo in realtà era un 7" con due pezzi uscito all'inizio dell'anno). Forse il mistero che circonda la band (si dice che sia un duo, qualcuno ipotizza che siano i compagni di etichetta Tough Alliance sotto mentite spoglie) ha contribuito a creare una piccola hype intorno ai JJ - Pitchfork è il loro sponsor numero uno - ma è in fondo sbagliato fermarsi troppo a speculare sull'identità di questi talentuosi creatori di melodie con queste melodie nelle orecchie.
La Sincerly Yours, label di Goteborg che pubblica N°2, ha un taglio pop-elettronico nelle sue produzioni, e i JJ si inseriscono perfettamente nel mood degli artisti dell'etichetta svedese, Air France e Honeydrips ad esempio.
Cos'hanno allora i JJ in più rispetto agli altri? Difficile definirlo a parole. Può darsi che suoni un po' provocatorio (per gli appassionati di pop elettronico) dire che i JJ suonano elettronico ma non sembra affatto, ma oggettivamente è così: lo provano l'uso costante della forma canzone, l'ultilizzo di strumenti analogici insieme ai sinth e al campionatore, la scelta di ritmiche sempre leggere, l'attitudine artigianale della produzione, che ottiene una sorprendente eleganza sonora puntando ad un'estrema semplicità. Insomma, non fosse per l'architettura sintetica dei pezzi, la calda e aggraziata voce femminile che canta lungo l'intero album fa pensare poco ai modelli elettro-pop che conosciamo e molto alle cose migliori del twee-pop svedese, dai "modernisti" Club 8 ai "classici" The Charade e Acid House Kings.
A rendere il tutto più unico e succulento, c'è poi la capacità formidabile di mescolare senza soluzione di continuità delicati profumi esotici (i Caraibi di Things will never be the same again), sereni ed evocativi paesaggi marini (From Africa to Malaga), calibratissime divagazioni onirico/psicotrope (il singolo Ecstasy, una sorta di Born Slippy passata per le mani dei Royksopp), soffici ballate acustiche che oseremmo definire romantiche (Are you still in Vallda?, la conclusiva Me & Dean, apparentemente registrata live, voce e chitarra), eterei carillon (My love) che si sfaldano e si ricompongono come nuvole in corsa (Intermezzo), arrivando a fondere i diversi ingredienti nel candido spleen di My hopes and dreams e nella liberatoria Masterplan. Nove pezzi in tutto - 26 minuti la durata - da scoltare rigorosamente tutto d'un fiato, visto che ogni momento si compenetra con l'altro, sviluppando da una canzone all'altra invisibili fili melodici, lirici e strumentali.
Gran disco, senza dubbio, diverso da tutto quello che abbiamo ascoltato quest'anno (e non solo). L'unico difetto è che, alla fine, ci resta la voglia di attribuire a dei nomi e cognomi le meritate lodi per questo piccolo sfavillante gioiello pop.

08 agosto 2009

Belle Who - Can't Whistle When You Smile


Pigro ritorno dalle vacanze. Anche nel panorama scandinavo poco si muove: i pezzi grossi (vi dico solo un nome: Kings of Convenience!) aspettano settembre, e così in questo post di quasi ferragosto andiamo a scoprire un'artista finlandese che fino a ieri non avevo mai sentito nominare. Ottima scoperta, in verità...
Lei si fa chiamare Belle Who, viene da Helsinki, e Can't Whistle When You Smile è il suo album di debutto. Non sono riuscito a reperire molte altre informazioni su Belle, ma quello che ho ascoltato mi sembra abbastanza per inserire a pieno titolo la finlandese nella nutrita lista delle cantautrici scandinave di serie A.
La personalità musicale di Belle Who - che mi immagino sia piuttosto giovane e che ha una voce piacevole ma per ora poco riconoscibile - è ovviamente ancora in divenire e bisogna dire subito che non emerge in maniera prepotente dalle tracce del suo primo disco, tuttavia il livello sempre molto alto del suo songwriting promette bene per il futuro.
Oggi di Belle Who si possono facilmente indovinare i gusti musicali, sui quali la Nostra ha costruito ogni canzone dell'album. Qualche accostamento allora è d'obbligo: l'understatement pop di Jonna Lee (I had a dream, No control), l'elettronica cool e sbarazzina di Lykke Li (il primo ammiccante singolo Boy, ma anche la più squadrata Caramel), lo stile ormai canonico di artiste come Tori Amos / Anna Ternheim (Hitch-hiking hearts, The lights are gone but you keep shining), qualche concessione al pop luminoso di Marit Bergman (Sunday) e alle liriche buffe e intelligenti di Miss Li (Coke & brandy). Su tutte la conclusiva Dice, piccola perla che in superficie può ricordare le cose migliori di Aimee Mann o le ultime produzioni di Nina Persson, ma brilla decisamente di luce propria. E forse è racchiusa proprio qui la personalità di cui parlavamo.