30 novembre 2018

11/2018 NOVEMBRE [Free Cake For Every Creature, Ellis, Useless Youth, Bruce Robert, The Strange Creatures]

ALBUM DEL MESE

Free Cake For Every Creature - The Bluest Star
E' davvero la stessa band quella che tempo addietro - con un nome a dir poco bizzarro - riempiva i propri EP di pezzi bedroom pop semi-improvvisati registrati come capita? Sì: Katie Bennett è ancora al timone dei suoi FCFEC, ma l'evoluzione della sua creatura musicale è evidente e ormai inarrestabile.
Se nell'album di due anni fa c'era ancora una forte dose programmatica di lo-fi, The Bluest Star abbraccia una produzione che, pur essenziale, è rotonda e brillante e mette in fila 14 pezzi (decisamente più compiuti nella struttura e nella scrittura) che stavolta sfiorano addirittura i tre minuti di durata.
Lo stile resta quello che conosciamo: un guitar pop dalla dimensione cantautorale, arguto e cantabile, obliquo quanto basta, pensato e fatto in economia di mezzi e al contempo sempre piacevolissimo, introverso e timidamente ironico, quasi sempre disteso su ritmi lenti, non lontano in fondo da quello di Frankie Cosmos.


Ellis - The Fuzz
Forse non è un caso se gli Ellis di Linnea Siggelkow sono basati dalle parti di Toronto, che è la patria di due favoriti di questo blog come Alvvays e Basement Revolver. In effetti la creatura musicale dell'artista canadese pesca un po' da entrambe le band (il nitore melodico dei primi, il gusto per i crescendo scenografici dei secondi), confezionando uno degli esordi dream pop più interessanti dell'anno.
Solo sei pezzi, ma dalla dimensione decisamente generosa, considerando che ogni episodio è incorniciato da un panorama strumentale dove synth e chitarre dilatano volentieri i loro intrecci. Su tutto un'umore sottilmente notturno che disegna sinuose ombre lunghe e accresce il fascino di ogni canzone.


GLI ALTRI ALBUM

Useless Youth - Cities
Originari di Città del Messico, i quattro Useless Youth concorrono con fondata ambizione al titolo di migliore band jangle pop dell'anno. Non ci sono ingredienti segreti nel suono scampanellante di questi ragazzi messicani: tutto suona esattamente come ci si aspetterebbe da un gruppo che aderisce ai canoni del genere. Ciò che incanta nelle 12 canzoni di Cities ha a che fare più che altro con il brillante dinamismo uptempo e l'eccezionale fluidità del loro stile.



Bruce Robert - Together Singles
Dichiara Bruce Robert, da Boise, Idaho, che talvolta la sua testa funziona come un ricettore di melodie che fluttuano nel'etere e che queste si trasformano naturalmente in canzoni. Strano, certo, ma il nostro le canzoni le sa scrivere davvero e non a caso i benemeriti della Jigsaw Records hanno raccolto insieme otto singoli pubblicati in modo piuttosto randomico nell'ultimo anno, in genere affidati a voci di artisti amici. La somiglianza con lo stile degli Smittens (ed anche con molte cose dei Magnetic Fields) è notevole: piccolo irresistibile artigianato pop dai colori sgargianti, stralunato e curatissimo al tempo stesso.


The Strange Creatures - Phantasms
Ultimi protetti della sempre più influente Boring Productions, di Shenzen, Cina, i filippini The Strange Creatures confermano alla grande che questo 2018 è stato l'anno dell'indie-pop orientale. Non diversamente dai coreani Say Sue Me, i sei ragazzi di Manila si muovono con grande agio in un guitar pop mosso, piacevole e raffinato al tempo stesso, incentrato sull'efficace alternarsi delle voci  di Jon Tamayo e Megumi Acorda, twee quasi ovunque, ruvido dove serve, arrichito da molteplici apporti strumentali.


21 ottobre 2018

10/2018 OTTOBRE [Neleonard, Hater, The Beths, Amber Arcades, Cosmo K]

ALBUM DEL MESE

Neleonard - Un Lugar Imaginado
I catalani Neleonard sono sicuramente uno dei tesori nascosti della scena indie-pop. Forse il più prezioso. E sono anche un po' un mistero. Il loro primo disco, Las Causa Perdidas, del 2016, era - non ho paura di dirlo - un capolavoro: un piccolo miracolo senza tempo che non aveva niente di meno dei primi Belle & Sebastian (e molto di più degli attuali, per inciso). Come possa essere passato quiasi inosservato a livello internazionale, al di là del "limite" delle liriche in spagnolo, resta davvero inspiegabile. 
Con Un Lugar Imaginado ritroviamo Nele, Laura e gli altri in forma smagliante, ancora in grado di conservare intatta la corona di migliore band indie pop spagnola e di portare avanti la lezione dei mitici La Buena Vida. 
Al di là della sorridente naturale raffinatezza che pervade ogni singola nota suonata dai catalani, ciò che colpisce sempre delle loro canzoni (tutte le loro canzoni) è la capacità di essere "leggeri", di trovare sempre la soluzione sonora per non fare mai toccare terra alle loro melodie: può essere il dinamismo stesso del pezzo, un arrangiamento di essenziale semplicità chitarristica o di elaborata ricchezza strumentale, la meravigliosa spontaneità delle voci che si alternano e sovrappongono, l'immediatezza gentile di ogni ritornello, la dimensione cantautorale che trasforma l'intimismo in timidi fuochi d'artificio. 
Tutto nelle canzoni dei Neleonard funziona come uno straordinario caleidoscopio di genere, dove un'intera tradizione di indie pop trova nella bravura (e nell'umiltà) di questi musicisti catalani un eccezionale e attualissmo moltiplicatore di bellezza. I dodici episodi del disco sono, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, di livello altissimo, per scrittura e arrangiamenti, per equilibrio e piacevolezza. Un altro album perfetto da parte di una band semplicemente straordinaria.


Hater - Siesta
L'anno scorso il quartetto di Malmo è finito con merito tra i dischi dell'anno del nostro blog. Evidentemente gli svedesi hanno deciso di battere il ferro finchè è caldo, ed eccoci già alla loro opera seconda. Bene, rispetto ai già rispettabili esordi, Caroline Landahl e compagni hanno operato un sensibile upgrade al loro stile: hanno limato qualche spigolo e lavorato sodo sui particolari, costruendo un album massiccio (14 episodi) che ne rivela l'ambizione e il talento. L'essenzialità un po' sognante del primo disco è diventata oggi qualcosa di più complesso e affascinante: su uno scheletro che è ancora in sostanza un guitar pop spigliato e melodico, i quattro hanno cucito abiti musicali raffinati, usando un'ampia gamma di strumenti (molti synth, ma ci sono anche fiati) e cercando di mantenere una vellutata morbidezza sonora che tutto abbraccia in un confortevole tepore. Il risultato, pezzo dopo pezzo, non può che impressionare: quella che fino a pochi mesi fa era una band dotata ma acerba, è sbocciata all'improvviso ed ha messo a fuoco uno stile che oggi è indubitabilmente "suo" e riconoscibile. Uno degli album imprescindibili del 2018.


The Beths - Future Me Hates Me
Difficile credere che i quattro neozelandesi The Beths abbiano un background da jazzisti, ma tant'è. Per fortuna Elizabeth Stokes e i suoi compagni hanno fatto tesoro delle loro eccellenti doti di musicisti e hanno virato subito su un guitar rock molto nineties-oriented, pubblicando un paio d'anni fa un EP che non è passato inosservato e adesso l'album di esordio. 
La forza esplosiva delle canzoni dei Beths è il loro marchio di fabbrica. I neozelandesi suonano un pop punk che definirei "adulto", sono catchy in modo inesorabilmente intelligente, sanno quando accelerare e quando staccare il piede dalla pedaliera del distorsore, fanno cose non semplici sembrando semplici, il che di per sè è una dote non indifferente. Il risultato è un album che è al contempo compatto stilisticamente e vario, di formidabile accessibilità e ricco di una scrittura di alto livello. 
 


Amber Arcades - European Heartbreak
Fading Lines, primo album di Amber Arcades, aveva fatto pensare che la creatura musicale di Annelotte De Graaf fosse una versione onesta ma decisamente "in minore" dell'indie pop in stile Alvvays. 
Due anni dopo la musicista olandese torna con un disco ambizioso, che è in sostanza un concept sul "sogno infranto" di un'Europa dove le frontiere si stanno chiudendo sempre di più, metafora per altro dei rapporti sentimentali fra le persone. 
Gli undici episodi di European Heartbreak testimoniano un lavoro di scrittura e produzione da applausi: il guitar pop degli esordi è oggi quasi interamente rimpiazzato da una dimensione di luminosa raffinatezza cantautorale sixties, molto nelle corde dei primi Camera Obscura, pieno di lussureggianti inserti di archi e pianoforte e dove la voce sensuale di Annelotte emerge in tutta la sua forza. Una sorpresa, senza dubbio. 


Cosmo K - Ultimo Disco
Non c'è nulla di più essenziale delle canzoni dei madrileni Cosmo K.: un paio di chitarre acustiche, una melodica, tre voci, un impianto di registrazione programmaticamente lo-fi. 
Ciò che rende irresistibile la proposta musicale di Alvaro, Angela e Maria sono le canzoni: brevissime (mai sopra i due minuti), dannatamente catchy, intelligenti e ironiche nella struttura e nelle liriche immaginifiche e vagamente stralunate, twee nell'origanario senso del termine. Non c'è nessun filtro nei sette episodi di Ultimo Disco: l'impressione è di essere ospiti nella cameretta dei tre spagnoli e di ascoltare dei piccoli perfetti sketches quasi improvvisati. Ed è un'impressione vincente, perchè senza volerlo, dopo un paio di ascolti ci si ritrova inevitabilmente a canticchiare il ritornello di Ryanair o di Paloma. Da recuperare anche il loro primo omonimo album, uscito l'anno scorso. 

24 settembre 2018

09/2108 SETTEMBRE [Alpaca Sports, Basement Revolver, Waxahatchee, Subsonic Eye, The Goon Sax, Rådjuret, Ghost Thoughts, Canadians]

ALBUM DEL MESE

Alpaca Sports - From Paris With Love

Andreas Johnson, Amanda Åkerman e Lisle Mitnik sono delle colonne del twee pop dell'ultimo decennio. Gli svedesi hanno pubblicato numerosi singoli ed EP ma, strano a dirsi, From Paris With Love è solo il loro secondo album. Lo stile Alpaca Sports è comunque ormai un marchio di fabbrica: canzoni dolci e variopinte come caramelle - una tira l'altra - che sono tangibili dichiarazioni d'amore verso un'idea di pop gentile e nostalgica. Oltre alla formidabile piacevolezza di ogni episodio, è la produzione (di Ian Catt) che qui fa davvero la magia, rivestendo ogni singolo momento di una scintillante patina di luce, dalle immancabili chitarre jangly alle armonie vocali, ed evocando la raffinata leggerezza di un pop sixties che per la band di Goteborg è una vera ragione di vita. 


Basement Revolver - Heavy Eyes 

Più di due anni sono passati da Johnny, primo esplosivo singolo della band canadese. All'epoca ci aveva lasciato a bocca aperta per la spettacolare e poderosa declinazione del dream pop che avevano mostrato di dominare Chrisy Hurn e compagni. In Heavy Eyes, album di debutto attesissimo, ritroviamo giustamante quel pezzo memorabile, contornato da altri undici episodi, alcuni già editi, alcuni completamente nuovi. Lo stile della band di Hamilton, Ontario punta tutto sull'effetto emozionale di ogni pezzo, mettendo insieme morbidezza melodica e potenza strumentale: chitarre di sfrigolante densità shoegazer e una sezione ritmica che picchia con torrenziale dovizia, con qualche saggia pausa di dilatazione quasi folk. Sono davvero bravi i Basement Revolver, e l'album non poteva che essere uno dei must dream pop di quest'anno. 


Waxahatchee - Great Thunder

Sarò subito sincero: faccio parte di quella schiera di fans che amerebbe Katie Crutchfield anche se si mettesse a incidere sigle di cartoni animati. Quindi, vi avverto, tendo ad essere poco lucido ad ogni sua produzione.
 Great Thunder doveva essere il nome di un side project di Waxahatchee, subito messo nel cassetto e lasciato lì per molti anni. Nell'aftermath del suo disco più prodotto ed elettrico, Katie ha ripreso in mano quelle canzoni dimenticate (sei, poche purtroppo), si è chiusa in uno studio con Brad Cook e le ha letteralmente rimesse in vita, rivestendole  giusto con un pianoforte, una chitarra acustica e poco altro. In tanta nuda essenzialità, emergono in modo potente (e a tratti davvero commovente) la struggente bellezza di ogni pezzo e soprattutto l'unicità graffiante e dolceamara della sua voce. Brividi garantiti dall'inizio alla fine.
 

GLI ALTRI ALBUM

Subsonic Eye - Dive Into

E' l'anno dell'estremo oriente nella scena indie-pop? Sembra di sì: Say Sue Me, Sobs, e ora questi Subsonic Eye, che vengono da Singapore e rispetto alle band citate sono quelli che puntano più sull'elettricità. Il passato da shoegazer è evidente nella propensione alle chitarre sature e a qualche coda strumentale, ma Wahidah e i suoi quattro compagni hanno lavorato molto per asciugare le loro canzoni e renderle dinamiche e frizzanti. 


The Goon Sax - We're Not Talking

Al suo esordio, il giovanissimo trio di Brisbane aveva giustamente stupito tutti e suscitato legittimi paragoni con i Go-Betweens (beh, in effetti Louis Forster è il figlio di Robert, e i geni non mentono). Al secondo album, gli australiani mostrano eclettismo, capacità di scrittura e una solidità strumentale molto cresciuta. Tante canzoni di intelligente freschezza, con una obliqua e sorridente leggerezza. 


Rådjuret - Rådjuret

Scelta bizzarra quella della svedese Veronika Nilsson: chiamare il proprio progetto musicale "Cervo". C'è in effetti un'atmosfera da foresta incantata in ogni pezzo dell'artista di Stoccolma, che canta e suona la cetra. Ed è proprio quest'atmosfera a rendere magico il suo disco d'esordio, che evoca un'avvolgente intimità nordica, morbida e colorata come una vecchia ma comodissima sciarpa di lana. Il disco migliore per accogliere l'autunno.


Ghost Thoughts - No Chill

Chi ha amato Purple Period, il debutto di Davina Shell con il progetto Ghost Thoughts, non può assolutamente perdersi la sua seconda fatica. Se l'anno scorso l'artista di Vancouver affidava a voci amiche i suoi pezzi, quasi nascondendosi per timidezza, ora ha preso interamente in mano la situazione. Ed è un bene. La base è puro cantautorato folk, di ottimo livello,ma sempre in cerca di uno stralunato quanto efficace dinamismo indie pop. 


Canadians - Mitch

In ritardo di un paio di mesi scopro che l'unica band indie pop italiana che abbia amato si è rimessa insieme (almeno per tre quinti) e ha pubblicato un album nuovo dopo tanto (troppo) tempo. Graditissima sorpresa! Il suono oggi è più scabro e diretto, ma restano le melodie cantabili e i muri di chitarre alla Ash. Muscoli e leggerezza, come un tempo.

16 agosto 2018

07-08/2018 LUGLIO AGOSTO [Massage, Snail Mail, Young Scum, Sobs, The Smittens]

ALBUM DEL MESE

Massage - Oh Boy


Stando a quanto leggo in rete, i Massage sono nati quasi per gioco: Alex Naidus (bassista nella prima mitologica formazione dei Pains Of Beeing Pure At Heart) e il suo amico Michael Felix hanno riunito attorno a sè altri tre musicisti per suonare cover delle band Flying Nun e Sarah. Poi, siccome le cose funzionavano, hanno cominciato a fare cose loro, dividendo a metà l'onere della scrittura (come i Go Betweens, per dire) e affidando alla voce di Gabi Ferrer le armonie che in ogni gruppo che fa questo genere non possono mancare. 
Oh Boy, che è l'esordio dei Massage (e una rinascita per gente che in realtà ha già militato nella scena indie da tempo), in questo senso è un puro miracolo. Un miracolo che suona un po' come gli ultimi dischi dei Bats, splendido e quasi unico esempio di resilienza guitar pop, anche se qui in realtà abbiamo un pugno di bravi musicisti che non suonano insieme dal liceo ma si sono trovati insieme già "grandi". 
Dodici pezzi nell'album: programmaticamente jangly, semplici nell'assunto e nella confezione, qua e là uptempo, quasi sempre attenti a raccontare piccole storie a tinte pastello. Perfetti nella loro scintillante imperfezione, uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità: 38 minuti di indie pop in purezza da lasciare a bocca aperta. 



Snail Mail - Lush

Da quando, appena diciassettenne, Lindsay Jordan esordì con il suo primo EP targato Snail Mail, si sono sprecati paragoni con Waxahatchee. Inevitabili, in fondo, tanto che - appena diplomata - la ragazza di Baltimore ci è pure andata in tour, con Katie Crutchfield, che qualche buon consiglio deve averglielo dato per forza. A due anni di distanza e con un contratto con una label che conta come la Matador, Snail Mail esce con un album di debutto (qualche pezzo era già presente nell'EP in verità) che sfida la bravura della sua "maestra" e, forse, addirittura la supera. 
Le canzoni di Lindsay sono stilisticamente molto definite: cantautorali nell'urgenza post-adolescenziale e nella generosa lunghezza, essenziali nell'intelaiatura di chitarre che partono soft e puntualmente si increspano di elettricità, fortemente incentrate sulla potente emotività della sua voce, equilibratissime nel mescolare forza e fragilità. Nel complesso un album magnifico, emozionante. 


GLI ALTRI ALBUM

Young Scum - Young Scum

Il primo album degli Young Scum? Vedi alla voce jangle pop. Il trio di Richmond, Virginia - che già abbiamo apprezzato in un EP di un paio d'anni fa - maneggia il genere con sapienza e leggerezza. Gli otto pezzi del lotto ricordano i migliori Math & Physics Club: uptempo, frizzantissimi, splendidamente orecchiabili.


Sobs - Telltale Signs

Dopo i recenti fasti dei coreani Say Sue Me, restiamo in estremo oriente con i Sobs, che sono di Singapore. In maniera simile i tre suonano, con notevoli capacità, un indie pop elegante e nostalgico che potrebbe essere una versione più elettrica dei Camera Obscura, chitarre, synth e voce femminile, dotato di un'immediatezza quasi spiazzante.


The Smittens - City Rock Dove

Non c'è bisogno di dirlo: gli Smittens sono un'istituzione dell'indie pop. Spesso si usa l'etichetta "twee" per definire lo stile di una band: ecco, la band di Burlington, Virginia non suona twee, è twee. Le canzoni degli Smittens sono programmaticamente gentili, naif, vagamente stralunate, piene di armonie vocali e ritornelli killer, tra Belle & Sebastian e Magnetic Fields. Indispensabili. 

28 giugno 2018

06/2018 GIUGNO [Avind, The Perfect Kiss, Why Bonnie, Petal, Tape Waves, Hatchie]

ALBUM DEL MESE

Avind - Eving Blenda
Capita spesso che i gioielli più preziosi si nascondano tra le pieghe di una scena indie di periferia e che ci voglia una botta di fortuna per scoprirli. E' il caso del disco di debutto degli Avind, band norvegese che ruota attorno alla cantante e chitarrista Tonje Tafjord. Evig Blenda non è certo destinato ad una distribuzione internazionale (le liriche per altro sono in norvegese) ed è persino difficile trovare tracce del gruppo online, ma gli otto episodi dell'album sono talmente convincenti da meritare la palma di disco del mese. Gli Avind suonano un guitar-pop elegante che muove da un nucleo intimista cantautorale di stampo folk e si apre ora ad una spensierata leggerezza melodica ("Dumrian" sembra scritta da Annika Norlin), ora a passaggi emozionali che non disdegnano chitarre più cariche (un po' Waxahatchie), con un finale acustico da lacrime e applausi. Il tutto con una onesta semplicità ed una immediatezza che colpiscono al cuore sempre. Senza dubbio la sorpresa dell'anno. 


GLI ALTRI ALBUM

The Perfect Kiss - Filter
 Side project di Joe Moore dei The Yearnings, The Perfect Kiss arriva giusto in tempo per essere la colonna sonora electro-pop dell'estate. La nostalgia per gli anni '80, lo sappiamo, è una moda piuttosto radicata oggi, però bisogna saperla trattare per non risultare stucchevoli. Gli otto pezzi di Filter - synth, drum machine e voce femminile - sono invece totalmente a fuoco nella loro sorridente, intelligente, irresistibile immediatezza.


Why Bonnie -  Nightgown
Secondo EP quest'anno per il quintetto di Austin, Texas, e passaggio in grande stile dalle registrazioni in cameretta ad un dream pop che, senza perdere le radici lo-fi, va a giocare con sicuro talento nel territorio degli Alvvays. Una band da tenere monitorata perchè ha un potenziale enorme ancora non del tutto espresso. 


Petal - Magic Gone
Che Kiley Lotz fosse brava ce n'eravamo già accorti dal suo album d'esordio un paio d'anni fa. Magic Gone per la ragazza di Scranton, Pennsylvania è davvero la consacrazione nella serie A del cantautorato indie femminile americano. L'album è costruito come un vero e proprio percorso emozionale: parte elettrico e inquieto e poco a poco si abbandona ad un intimismo di potente comunicatività. Il crescendo di "I'm sorry" da solo è da standing ovation. 


Tape Waves - Distant Light
I Tape Waves li conosciamo bene: Kim Weldin e Jarod Weldin sono maestri nel dream pop più etereo e raffinato, fatto di placide chitarre scampanellanti e melodie di soffusa morbidezza. Distant Light, terzo album per la coppia del South Carolina, non si discosta dallo stile consolidato della band. Non ha particolari impennate, ma è ovunque piacevole e avvolgente. 


Hatchie - Sugar & Spice
Ed eccolo, il primo atteso EP di Harriette Pilbeam da Melbourne, Australia. Ad aprire le danze c'è quel prodigio di canzone che è "Sure", giusto a mettere in chiaro di cosa parliamo: un dream pop letteralmente "ambientato" negli Eighties (già la copertina da "Bella in rosa" dice tutto), pieno di chitarre riverberate, synth e melodie di zucchero filato. Può non piacere, ma io lo trovo irresistibile. 
 

24 maggio 2018

05/2018 MAGGIO [Holy Now, Winter, Gentle Brontosaurus, Remember Sports, The Spectors, Middle Kids, Colour Me Wednesday]

ALBUM DEL MESE

Holy Now - Think I Need The Light

Non c'è dubbio che il quartetto di Goteborg sia una forza della natura. Ce n'eravamo già accorti ampiamente grazie ai due EP usciti nel 2016 e 2017: Julia Olander è una sorta di Molly Rankin più timida e al contempo più incazzata e la sua band macina alla grande un guitar pop melodico e tagliente al tempo stesso, semplicissimo nella sostanza e torrenziale nella forma. 
Non c'è un solo episodio, fra gli otto dell'album d'esordio degli Holy Now, che non abbia un suo obliquo e travolgente potenziale antemico, sia nell'uptempo (sostenuto da un drumming poderoso), che sembra essere la dimensione preferita degli svedesi, sia quando da dilatazioni crepuscolari esplodono i crescendo vocali di Julia. Segnatevelo: sarà uno dei dischi dell'anno.



Winter - Ethereality

Padre americano e madre brasiliana, Samira Winter è cresciuta succhiando dal biberon un misto di punk e musica carioca, poi al college a Boston ha scoperto lo shoegaze ed è diventatauna musicista fedele ad un'idea di dream pop colorata ed energica. 
Ethereality in effetti è già nel titolo il manifesto stesso del suo stile, capace di mescolare la concretezza di chitarre sature di elettricità e una sognante brezza melodica che tutto pervade: un album di per sè ambizioso, frutto di una produzione che ha riempito ogni spazio sonoro e mette in fila una serie di potenziali singoli di spontanea e trascinante luminosità. Una magnifica esplosione di forza e dolcezza.



GLI ALTRI ALBUM

Gentle Brontosaurus - Bees Of The Invisible

 Pensate a tutto quello che amiamo nella tipica indie pop band: melodie vivaci e chitarre brillanti, ironia, intelligenza e leggerezza, e la capacità di offrire graffi e carezze allo stesso tempo.
I Gentle Brontosaurus, da Madison, Wisconsin,corrispondono a pieno ai canoni: Bees Of The Invisible, che è il loro secondo album, è la prova che Huan-Hua Chye e i suoi quattro compagni maneggiano il genere con una splendida naturalezza e con una forte ed eclettica personalità, che rende difficile azzardare paragoni con altri gruppi. Nei dodici pezzi del disco troviamo davvero un po' di tutto, dall'uptempo di marca pop-punk al folk, con un'attitudine twee che trova la sua dimensione perfetta nell'alternarsi delle voci maschile e femminile e in una colorata varietà strumentale. 



Remember Sports - Slow Buzz

Come si fa a non amare i Remember Sports? Sono la classica band formata da nerd che ti capiterebbe di orecchiare mentre si impegna a far friggere gli amplificatori nascosta in un garage di una qualsiasi periferia, ironica depositaria di una disincantata poetica suburbana. All Of Something, l'album che li ha consacrati come piccolo prodigio indie lo-fi (quando ancora erano soltanto Sports), metteva a fuoco lo stile incofondibile di Carmen Perry e compagni: canzoni dall'approccio morbido, dimesso, quasi distratto, che all'improvviso esplodevano con un'allegra furia pop-punk regalando ritornelli memorabili. "Slow Buzz"  riprende il discorso dove era stato lasciato, senza cedere ad ogni tentazione di post produzione. Tutto quello che i R.S. suonano è così e ora: imperfetto, sferragliante, urlato a squarciagola, semplicemente irresistibile. Qui manca la sorpresa, certo, ma in fondo che importa. 



The Spectors - Ooh Aah Aah

Nati attorno alla carismatica cantante e chitarrista Marieke Hutsebaut, i belgi The Spectors suonano quel genere di dream pop muscolare e orecchiabile al tempo stesso che abbiamo amato in band come Kid Wave o Westkust (ma anche in Winter, per non andare lontano). Il loro secondo album li ritrae in un momento di passaggio e al contempo di grande fermento creativo, sulla strada verso una dimensione decisamente più pop rispetto al passato, tanto che gli episodiche conservano un'anima più rude e notturna sono tutto sommato quelli meno significativi, mentre l'energica morbidezza e canatbilità di pezzi come "When The Morning Comes" o "Only You" brillano della loro diretta semplicità.



Middle Kids - Lost Friends

Gli australiani Hannah Joy e Tim Fitz, coppia anche nella vita e titolari del progetto Middle Kids, in un paio d'anni hanno bruciato le tappe e in patria, al loro album di debutto, sono già trattati come un gruppo di primo livello. Il loro dream pop non è lontano da quello degli Spectors (vedi sopra) ma sembra avere un'ambizione antemica ben maggiore, un po' alla Arcade Fire, con un retroterra da Fleetwood Mac. Troppa ambizione forse, ma sono bravi.



Colour Me Wednesday - Counting Pennies In The Afterlife

Secondo album per la band di Jen e Harriet Doveton, sempre sotto il segno di un indie chitarristico semplice e vigoroso che potrebbe essere sintetizzato come una versione più pop delle Breeders. Quando le londinesi arrotondano un po' gli spigoli e innestano una marcia melodica ("Boyfriend's Car", "Edge Of Everything") sono semplicemente irresistibili.


21 aprile 2018

04/2018 APRILE [Night Flowers, Say Sue Me, Frankie Cosmos, No Thank You, Blush Response, Nah, The Rightovers, Stephen's Shore, Flying Fish Cove]

ALBUM DEL MESE

Night Flowers - Wild Notion
Dopo gli innumerevoli singoli, che negli ultimi anni hanno segnalato un talento tanto solido quanto regolare, finalmente la band inglese è arrivata all'album di esordio. Wild Notion è esattamente quello che ci si aspettava da Sophia Pettit e compagni: una onesta collezione di dieci pezzi che illustrano con entusiasmo quasi naif quel dream pop solare, dinamico, di elettrica delicatezza, che abbiamo imparato ad amare da tempo. Ci sono i muri di chitarre, la voce morbida di Sophia, i synth atmosferici, i coretti che ti si infilano direttamente in testa, una sezione ritmica che bada al sodo, e soprattutto quella propensione (o propulsione) melodica che tutto pervade e che è il vero marchio di fabbrica dei Night Flowers, tanto che sfido chiunque a trovare una sola delle dieci tracce che non sia un singolo potenzialmente letale. Una splendida conferma.


Say Sue Me - Where We Were Together
Diciamolo subito: i coreani Say Sue Me sono la band indie pop del momento. Il loro secondo album, seguito di un esordio che già ne segnalava la bravura, è (forse programmaticamente) una ricca e ampia antologia del genere. I quattro di Busan possiedono capacità e ambizione e si muovono con agio in un mondo apertamente nostalgico (dei sixties, del C86, del punk alla Ramones, dello shoegaze, dell'indie rock dei novanta...) e adattano le loro frequenze a seconda del bisogno. A tratti sembrano i Camera Obscura, a tratti gli Alvvays. Ora accelerano a forza di carillon jangly, ora rallentano in una dimensione acustica. Un momento aprono il distorsore e quello dopo si abbandonano a trame crepuscolari da west coast. Sfornano canzoni catchy e furbe senza soluzione di continuità e mostrano un'intelligenza fuori dal comune. Cosa vogliamo di più?



GLI ALTRI ALBUM 

Frankie Cosmos - Vessel
Al secondo disco, la band di Greta Kline conferma il suo stile personalissimo ormai immediatamente riconoscibile: canzoni (tante, 18) che sembrano sempre piccoli sketches improvvisati (ma non lo sono affatto), piene di cambi di ritmo, intimistiche e vigorose insieme, sospese tra anti-folk e indie, ovunque orecchiabili, di una stramba e intellettuale freschezza, rigorosamente lo-fi. Una piccola istituzione, ormai! 


No Thank You - All It Takes To Ruin It All
Avete amato il mese scorso il disco di Camp Cope? Bene, ad aprile l'album che fa per voi è quello dei No Thank You di Kaytee Della Monica. La band di Philadelphia spinge sui pedali dei suoi distorsori e produce una serie di canzoni di densa, travolgente, immediata e incazzatissima forza espressiva che lasciano letteralmente senza fiato. 


Blush Response -  Hearts Grow Dull
Ascolto spesso artisti che si rifanno apertamente allo shoegazer, ma raramente ne rimango colpito. I Blush Response di Alister Douglas sono una splendida eccezione. Gli stilemi del genere ci sono tutti e non li enumero. Il plus della band australiana è una capacità di scrittura di livello, che fa emergere melodicamente ogni pezzo dalla trama di eterea elettricità in cui è immersa. 
   


Nah - Summer's Failing EP
Dei twee-pop addicted come Sebastian Voss ed Estella Rosa, i due titolari dei Nah (lei gestisce il blog fadeawayradiate.com), non potevano che creare una piccola meraviglia. L'EP di esordio del duo è un piccolo scrigno di canzoni delicate e frizzanti al tempo stesso. La cover di "Linus"  dei Birdie ci fa riscoprire una canzone di una bellezza commovente.


Stephen's Shore - September Love
Un paio d'anni fa l'EP d'esordio Ocean Blue aveva segnalato le doti fuori dall'ordinario di questi ragazzi di Stoccolma, dediti ad un jangly pop che potremmo definire tranquillamente "classico". Il loro primo album è una fresca e salutare brezza di canzoni melodiche, morbide, brillanti e sempre piacevolissime, piene di magiche chitarre scampanellanti.


Flying Fish Cove - Flying Fish Cove EP
EP di debutto assoluto per la band di Seattle, che sembra una reincarnazione - molto spontanea e amabilmente stonata - dei primi Heavenly. Le quattro canzoni del lotto mettono davvero di buon umore. 


The Rightovers - Die Cruisin' 
Nel 2015 Blue Blood è stato uno dei miei album prefetiti. A distanza di tre anni tornano i Rightovers, di stanza oggi a San Diego, California, con un disco più "sporco" e decisamente meno jangly del precedente: la band ha abbracciato un suono nineties-indie meno immediato ma energico e diretto.