25 luglio 2016

Wild Firth - Wild Firth [ALBUM Review]

Qualche volta si è attirati verso il disco di una band sconosciuta dalla copertina, prima ancora di avere ascoltato una nota. Mi è successo con il lavoro omonimo dei Wild Firth, quartetto di Appleton, Wisconsin, che esordisce con una collezione di 7 pezzi (EP? Album? Siamo esattamente a metà). 
Non parlerò della copertina - che pure trovo molto bella e sembra alludere a una sorta di quieto giardino segreto - ma della musica dei Wild Firth. 
Fin dall'iniziale Corduroy, le note puntute, intrecciate e scampanellanti di due chitarre jangly ci introducono allo stile avvolgente, elegante e ricco di sfumature della band, che si dipana attorno a melodie cantilenanti e non disdegna echi e dilatazioni dream pop (Daydreaming, I Really Do), pur conservando quasi ovunque ritmi uptempo ed un'attitudine essenziale (fa eccezione lo straniante sax sul finale di Henry) e decisamente energica.


19 luglio 2016

Failed Flowers - Failed Flowers [ALBUM Review]

Fred Thomas non è certo un novellino nella scena indie pop americana, avendo fondato una band ormai storica come i Saturday Looks Good To Me. Non è quindi una sorpresa che fra i quattro membri dei Failed Flowers, di Ann Arbor, Michigan, ci sia anche lui.
L'album di debutto della band (esiste una raccolta di demo del 2014) possiede la stessa anima nostalgica dei gruppi C86 e della K Records che hanno i Saturday, ma ridotta davvero ad un'essenzialità quasi totale. 
Non ci sono scarti particolari nei nove episodi di Failed Flowers: le chitarre sono puntute e sfrigolanti, i ritmi piacevolmente veloci, le melodie sempre intelligentemente catchy, la produzione programmaticamente artigianale, l'alternanza delle voci di Fred e di Anna Birch ovunque efficacissima, l'esigenza punk pop di "arrivare" senza orpelli nè sbavature soddisfatta da durate che vanno dal minuto e mezzo di Ready For The Break ai tre minuti scarsi della deliziosa Supermarket Scene
Il tutto scorre via come una bibita ghiacciata in un giorno bollente, salutare e rinfrescante, tanto che è persino difficile inquadrare pezzi più riusciti di altri. 


13 luglio 2016

Math And Physics Club - In This Together [ALBUM Review]

Se già conoscete i Math And Physics Club, In This Together sarà una perfetta macchina del tempo per riportarvi indietro nel 2005, quando la Matinèe pubblicò Weekends Away, l'EP di debutto della band di Charles Bert, rivelando già all'epoca quella straordinaria finezza di tocco che ancora la band di Seattle possiede intatta. 
In This Together è infatti una collezione di canzoni contenute nei numerosi EP del gruppo, ed ha l'intelligente particolarità di procedere all'indietro cronologicamente: all'inizio troviamo con piacere l'unico succulento inedito Coastal California 1985, e da lì si procede passo dopo passo verso il passato della band, attraversando alcuni pezzi già editi ma sfuggiti ai più (è il caso del gioiellino jangly It Must Be Summer Somwhere o dell'ortodossia smithsiana di The Sound Of Snow). La memoria si tinge a poco a poco di nostalgia quando arrivano canzoni di cui ci siamo innamorati tanti anni fa come In This Together, Baby I'm Yours, Movie Ending Romance, White And Grey, Graduation Day (e potrei continuare la lista: che grandi autori di canzoni sono i Math!) che dimostrano ancora oggi una freschezza totale nella loro gentile eleganza profumata di Belle & Sebastian e di Luscksmiths. 
Un album imperdibile per i fan della band di Seattle (vi assicuro che avere tutto il vecchio materiale insieme è una goduria) e imperdibile pure per chi li dovesse scoprire solo oggi!


08 luglio 2016

Bed. - Klickitat [EP Review]

Sierra e Alex Haager, i due musicisti che stanno dietro al progetto Bed. (sì, c'è un punto, non è un errore, e in verità sarebbe tutto minuscolo), si muovono nella scena indie di Portland, Oregon da diversi anni, dopo che si sono sposati e trasferiti nel nord ovest. 
In effetti Klickitat (il nome sembra alludere a uno sperduto paesino nei dintorni di Portland) non pare affatto il classico EP d'esordio dove le idee contano di più di come vengono prodotte. 
I cinque pezzi del lotto, fin dall'iniziale pigra, sfrigolante e stranamente zuccherosa The Rule, sono scritti e suonati da gente che sa giocare con i particolari e, al di là di un'apparente ruvidezza, punta molto a creare un'atmosfera densa e avvolgente in ogni pezzo. 
In verità la ricetta è piuttosto semplice: una sapiente alternanza delle voci maschile e femminile, un basso muscolare e distorto che fa da impalcatura con la batteria e nel fondo  pennellate di chitarra che disegnano arabeschi sui bordi o aprono crescendo elettrici nei ritornelli più vigorosi (Wayward, Boys). E, a dominare il tutto, un'aura di notturna inquietudine che si mescola alla perfezione con le melodie in minore tipiche della band, con uno stile che un po' mi ricorda i Delgados. Per arrivare all'episodio migliore, Billy Joel, bisogna aspettare la fine: qui l'architettura è quasi shoegaze e la stratificazione sonora in chiaroscuro, arricchita dal pianoforte, è davvero notevole. 



 

05 luglio 2016

Teen Body - Get Home Safe [ALBUM Review]

Inventare generi e sotto-generi per mezzo dei quali etichettare le band è uno degli sport preferiti della critica musicale da sempre. I gruppi, in generale, o fanno finta di niente e si lasciano categorizzare sornioni, oppure cercano di tirarsi fuori impugnando l'unicità della propria proposta. I Teen Body, che sono quattro e hanno base a Brooklyn, hanno fatto una scelta più originale, etichettandosi da soli con la definizione dreamo, che dovrebbe essere una crasi fra dream pop ed emo. 
Al di là di ogni definizione - che in questo caso potrebbe pure calzare, se non fosse un puro gioco di parole - i Teen Body si inseriscono senza dubbio nell'ampio novero di band dedite ad un noise pop fatto di chitarre jangly e/o distorte, sostanzialmente uptempo e di impatto melodico immediato (diciamo dai Pains Of Being Pure At Heart in giù). 
Le voci di Shannon Lee e Alex French si alternano e si mescolano nei dodici episodi di Get Home Safe, che in comune possiedono una sottile vena di malinconia evidente fin dall'iniziale Can't Remember e dalla inquieta e dilatata Rhododendrons, dove la somiglianza con i Sunflower Bean è davvero notevole. Nel complesso l'impressione è di un disco fin troppo ambizioso per essere un debutto (52 minuti sono decisamente tanti), ma l'elegante e sognante dinamismo di pezzi magnifici come Quarterlife, Bored Window e Other Places non può che convincerci dell'ottimo valore della band. 


02 luglio 2016

Night School - Blush [ALBUM Review]

Innamorate allo stesso modo delle melodie rotonde dei girl groups e del surf rock degli anni sessanta e del punk pop dei Weezer, le tre Night School sono arrivate con Blush al loro primo disco dopo un paio di EP. 
Le ragazze di Savannah, Georgia puntano tutto sul gusto dolce amaro della loro tipica commistione di chitarre distorte e morbide armonie vocali, trovandosi perfettamente a proprio agio in canzoni mosse ed al cotempo avvolgenti come Last Disaster, City Kiss o Lost, dove le linee melodiche si fanno più orecchiabili e zuccherose, ma sono ugualmente efficaci anche quando i battiti rallentano ed emerge l'anima acustica e soprattutto vocale del terzetto (la più dilatata Misty And Blue, la deliziosamente anti-folk Teen Feelings e il romanticismo strumentale di Pink). 
L'album gioca in modo abbastanza equilibrato sui due versanti - quello leggermente più arrembante, alla Best Coast o alla Dum Dum Girls, e quello più intimo - inanellando una serie di pezzi sempre piacevoli e, giusto verso la fine, un po' ripetitivi. 


 

28 giugno 2016

Night Flowers - Glow In The Dark [SINGLE Review]

Ricordo abbastanza distintamente i momenti in cui ho ascoltato per la prima volta un nuovo gruppo di cui poi mi sono innamorato. E' successo molte volte, come credo sia successo molte volte a ogni appassionato di musica. Talvolta capita con una band che sta muovendo i primi passi, che ancora non ha pubblicato un vero esordio discografico e si sta costruendo passo dopo passo. Sono i momenti che forse danno più soddisfazioni e smuovono un'emozione particolare, perchè è un po' come assistere all'istante in cui un fiore, non sappiamo ancora bene di che colore o forma, sta sbocciando.
Con i Night Flowers (mi rendo conto adesso che la metafora è quanto mai azzeccata) è successo così. Quando ho ascoltato per la prima volta Glow In The Dark, che uscirà a breve come 7', dopo poche note mi ero già reso conto di avere tra le mani qualcosa di prezioso. 
I cinque ragazzi di Londra suonano un guitar pop arioso, rotondo, dinamico e gentile, semplice ed elegante, catchy e sognante al tempo stesso. La già citata Glow In The Dark può essere un ottimo passaporto per entrare nel mondo dei Night Flowers: a me ha fatto subito pensare a band come i Westkust o i Kid Wave che mi hanno emozionato ed esaltato l'anno scorso, ma con in più una dolcezza (sarà la voce di Sophia Pettit) ed una - non saprei come altro dire - purezza, che li rende speciali e mi ha spinto a riascoltare il pezzo almeno una dozzina di volte di seguito (non mi capita spesso, vi assicuro). 
Se avrete pazienza di scoprire anche i singoli della band già usciti negli anni precendenti troverete sicuramente degli altri piccoli tesori: gli inaspettati e travolgenti inni dream pop Sleep e Chaser, la veloce e muscolare Sitting Pretty, e le dilatazioni shoegazer dall'anima solare e melodica come quelle contenute nei vecchi EP Night Flowers e Single Beds/North.
In attesa, ovviamente, del primo album...










25 giugno 2016

Cat Be Damned - Daydreams In A Roach Motel [ALBUM Review]

Ho trovato pochi nomi d'arte più bizzarri di Cat Be Damned, tuttavia il suo detentore, Erik Phillips di Richmond, Virginia - il tizio impalato che ci guarda inespressivo dall'altrettanto bizzarra coprtina di Daydreams In A Roach Motel - non sembra precisamente un amante del mainstream
Erik ha una voce ed uno stile vocale che potrebbe assomigliare a Neil Young o a Jason Lytle dei Grandaddy, ma le sue canzoni ricordano nello spirito delicatamente lo-fi Elliot Smith. In rete potrete trovare facilmente numerosi EP prodotti da Erik da solo (in tutti i sensi) o in split con altri artisti concittadini, tutti intrisi da una quieta e gentile disperazione provinciale. Nessuno però ha la qualità di Daydreams In A Roach Motel, dove Cat Be Damned mette in fila otto piccoli gioielli di songwriting artigianale che possiedono - nella loro nuda essenzialità da cameretta, nel loro placido jingle jangle di chitarra, nella loro apparente timida spontaneità - un vero e proprio magnetismo difficile da spiegare a parole. Pezzi come Soft Collision, Pretty Heavy o Wet Matches, con il loro incedere cantilenante e vagamente dimesso, arrivano con leggerezza inesorabile ad installarsi nella memoria, rivelando quasi in modo inconscio la loro profondità. 


22 giugno 2016

Echo Beach - Greetings From Echo Beach [EP Review]

A giudicare dal dolce suono di onde che ci accoglie all'inizio dell'album e dalla suggestiva copertina, ci aspetteremmo che gli Echo Beach vengano da qualche baia californiana baciata dal sole. E invece i quattro giovanissimi membri della band sono cresciuti sulle grigie rive del Mersey, a Liverpool. 
Eppure quelle chitarre tremule dell'inizale Tomorrow non possono non farci pensare ad un'ascendenza nella west coast americana, anche se in ciascuno dei 5 episodi di Greetings From Echo Beach c'è, per quanto non esibita, una sottile e cupa inquietudine, suggerita dalla vocalità imperfetta di Adam Burns e Joe McBride, insita nel jingle jangle ossessivo della splendida Strung Out, e abbozzata nelle accennate trame quasi post rock di Transmission e Interlude. Inquietudine che esplode infine nelle potenti dilatazioni shoegazer della conclusiva Streets, che ricorda da vicino band come i Beach Fossils
Per il momento l'impressione è di un gruppo ancora acerbo, ma il talento è indubbio.


 

20 giugno 2016

Glaciers - Living Right [ALBUM Review]

I Glaciers, quattro ragazzi di Melbourne che a occhio devono avere non più di vent'anni, si qualificano direttamente e in modo inequivocabile come jangle enthusiasts. Siccome lo sono anch'io, è con grande simpatia che mi sono avvicinato a Living Right, che è l'album di debutto della band australiana. 
Da quelle parti (includiamo la Nuova Zelanda della mitologica Flying Nun Records) - lo sappiamo bene - l'indie pop fatto di scintillanti trine chitarristiche ha una lunga tradizione, e i Glaciers vi si inseriscono con la stessa naturalezza che di recente abbiamo trovato nei connazionali The Goon Sax. 
Le dieci canzoni del disco scorrono via fresche e veloci, cucite di frizzanti trame jangly e liriche post adolescenziali attorno alla voce di Nalin Dayawansa e centrano perfettamente quella ideale ricerca della leggerezza in tre minuti che è l'anima stessa di questo genere. In più i Glaciers possiedono quella gentile malinconia che è stata delle grandi band della Sarah Records come i Field Mice o i Sea Urchins, declinandola sempre in modo dinamico e colorato e confezionando una serie di pezzi (Winter, Local Hero, Ddouble Vvision, Weekdays...) che, senza averne l'aria, mettono sul piatto dei ritornelli terribilmente catchy
Uno dei dischi imperdibili di quest'anno.