16 febbraio 2017

Secret Meadow - Same Old Fear [EP Review]

E' proprio vero che le vie dell'indie pop sono infinite, se quattro ragazzi che non più di un anno fa hanno cominciato a suonare insieme dopo essersi conosciuti in un negozio di musica di Jakarta, sono arrivati a incidere il loro EP di debutto per la sempre benemerita Jigsaw Records di Seattle. 
Nessuna novità che esista una solida scena indie pop in Indonesia (negli ultimi anni mi è capitato di ascoltare qualche bnd di buone speranze), ma effettivamente i Secret Meadow sembrano avere la marcia giusta per farsi conoscere a livello internazionale. 
Come spesso accade per i gruppi dell'estremo oriente, anche i quattro di Jakarta prediligono il lato twee del genere, ma ad una programmatica gentilezza di tocco (molto evidente nello stile vocale) aggiungono una misurata energia dream pop che si nutre tanto di chitarre jangly quanto di elettricità statica e avvolgenti coperte di synth. Il risultato sono cinque pezzi dinamici e di presa immediata che cercano di conciliare atmosfere sonore cariche e freschezza melodica, centrando decisamente l'obiettivo in tutti gli episodi di Same Old Fear

11 febbraio 2017

Allison Crutchfield - Tourist In This Town [ALBUM Review]

Può darsi che il nome Crutchfield vi dica qualcosa. Se sapete chi è Waxahatchee (difficile che due anni fa vi siate persi quel mezzo capolavoro che è Ivy Tripp) allora ve lo ricordo: Waxahatchee è il nom de plume di Katie Crutchfield. Bene. Forse quello che non sapevate è che Katie ha una sorella gemella che si chiama Allison.
Per un bel po' di tempo le due sono state musicalmente inseparabili: hanno suonato insieme dai tempi del liceo in poi in una serie di band di cui a Birmingham, Alabama pare ancora si parli con nostalgia. Poi Katie ha sfondato ed è diventata giustamente una beniamina della critica indie. Allison invece ha girato un po' a vuoto: ha fondato e sciolto i Swearin', recentemente è stata in tour con Waxahatchee, e finalmente è arrivata al suo vero esordio (aveva pubblicato un EP lungo nel 2014) che - a differenza della gemella - porta in copertina il suo nome e cognome. 
Veniamo al punto. Allison Crutchfield non è Waxahatchee, ma inevitabilmente sembra possedere la medesima aura di magnetico e ruvido eclettismo, quella capacità di concentrare nello stesso denso guscio di urgenza espressiva atmosfere anche molto diverse (corde acustiche e distorsioni, nudità sonora e synth che sembrano lame, momenti a cappella e ritmiche torrenziali) senza perdere mai la rotta.
Se siete alla ricerca di un cantautorato in grado di stupire ad ogni nuova canzone, scoprirete che Tourist In This Town  è un album di grande valore, perchè di canzoni ne contiene 10 e sono letteralmente una meglio dell'altra. Come se la ventottenne dell'Alabama avesse rinchiuso il suo talento nel vaso di Pandora e adesso ce lo spalancasse davanti tutto in una volta. 
Difficile segnare una traccia ideale sulla mappa dell'album: si attraversano senza soluzione di continuità paesaggi scabri (Broad Daylight), strade crepuscolari di irrequieta e al contempo morbida introversione (I Dont't Wanna Ever Leave California, Charlie), autostrade dove spingere veloce il motore e alzare a palla l'autoradio (Dean's Room, Miles Away), orizzonti notturni in cui i pensieri si perdono (Sightseeing), torride stanze punk (The Marriage) e subito dopo finestre spalancate sulla luce (Secret Lives And Deaths), fino ad arrivare al magnifico e catartico finale aperto di Chopsticks On Pots And Pans.Un viaggio movimentato ma a tratti davvero entusiasmante.



 
 

03 febbraio 2017

Aüva - Side Effects [EP Review]

A pochi mesi dall'uscita dell'omonimo album di debutto (ne abbiamo parlato qui) tornano già i bostoniani Aüva con un EP di tre canzoni intitolato Side Effects
Abbiamo conosciuto gli Aüva come band piuttosto eclettica, votata ad una pischedelia dinamica fatta di chitarre jangly, armonie vocali anche complesse e un suono elaborato. Li ritroviamo oggi in forma smagliante, in tre episodi ugualmente validi, che in comune sembrano avere una propensione pop maggiormente pronunciata rispetto al passato.
All'iniziale Pretend il compito di rompere il ghiaccio con il suo ritmo che si fa decisamente ballabile nel ritornello, dove l'alternanza delle voci - tratto distintivo degli Aüva - si sposa alla perfezione con un varipinto tripudio di sinth e con l'energia dream pop delle chitarre.
Con la successiva All I Need la voce di Miette Hope diventa protagonista in una raffinata e larga ballata che sa di girl group anni sessanta e potrebbe uscire anche da un disco dei primi Camera Obscura o dei The School. 
E poi di nuovo sinth e ritmica torrenziale nella conclusiva Glitter & Weed, che rimette in chiaro le grandissime potenzialità melodiche della band, gioiose e coinvolgenti come i numeri migliori dei Magnetic Fields.
Una notevole conferma!




 

29 gennaio 2017

The Bats - The Deep Set [ALBUM Review]

Daddy's Highway, il primo album dei Bats, uscì per la Flying Nun Records esattamente trent'anni fa, in un periodo - quello a cavallo tra '80 e primi '90 - che per l'indie pop è stato una sorta età dell'oro. Da quel formbidabile incubatore di talenti che è stata la label di Dunedin, hanno mosso i primi passi tante band che hanno costruito la scena neozelandese e che da lì si sono fatte conoscere in tutto il mondo, nonostante la collocazione geografica letteralmente dall'altra parte del mondo. 
The Bats, senza ombra di dubbio, sono sempre stati i migliori, e non c'è alcuno degli otto dischi dati alle stampe nella loro carriera che sia meno che bello, mantenendo inalterato uno stile di guitar pop fortemente riconoscibile, caratterizzato da una programmatica semplicità, da una naturale immediatezza melodica, da una gentilezza di tocco di lontana matrice folk, da un'ironia sorridente capace di trasformare ogni pezzo in pura leggerezza.
The Deep Set, nono album dei quattro di Christchurch, arriva a sei anni dall'elegantissimo precedente Free All The Monsters (che a mio parere era addirittura il loro lavoro migliore), ed arriva quasi inaspettato, viste le pause bibliche che i Bats si prendono tra un lavoro e l'altro. 
Già da qualche mese avevamo potuto ascoltare il singolo Antlers, che è un impeccabile saggio di Dunedin sound, ed era chiaro che la classe sopraffina di Robert Scott e compagni era intatta. Ma personalmente non credevo possibile che i neozelandesi riuscissero a mettere insieme dodici canzoni di tale livello, tanto da superarsi ancora una volta, come se da quelle parti avessero scoperto la pozione dell'eterna giovinezza indie pop. 
Dall'iniziale Rooftops, passando attraverso una serie di episodi di uguale piacevolezza, i Bats danno a tutti una seria lezione di come si scrivono e si costruiscono grandi canzoni: strofe che creano attesa con un semplice strum di chitarra, una ritmica in quattro quarti e una linea scabra; poi ritornelli in cui tutto si apre e si colora di cori ed elettricità; e code strumentali che profumano della gioia di suonare insieme. Una piccola meraviglia dopo l'altra: Looking For Sunshine, Rocks And Pillars, Walking Man..., senza soluzione di continuità in un'antologia dalla fortissima personalità espressiva e apparentemente senza tempo. 
Imperdibile!


 

24 gennaio 2017

Squirrel Flower - Contact Sports [EP Review]

In questo mese di gennaio ho davvero faticato a trovare dischi nuovi di cui valesse la pena spendere più di qualche parola. Ho ascoltato alcune cose interessanti (l'album di debutto dei Nearr, per esempio, per stare nell'ambito di una decorosa nostalgia C86), ed altre semplicemente noiose. 
Fino a quando non mi sono imbattuto in questo EP di Squirrel Flower che, finalmente, ha fatto scoccare la scintilla, pur non essendo propriamente indie pop.
Diciamolo subito: Ella Williams, la musicista attorno a cui è costruita la band, ha una delle voci più belle che abbia mai sentito. Sensuale e misurata, educatissima ma al contempo naturale, perfettamente rotonda ed al contempo colorata da una sorta di meditata introversione. 
Le sei canzoni di Contact Sports sembrano promanare quasi magicamente dalla voce di Ella ed adattarsi come abiti ad essa. Musicalmente siamo dalle parti di un cantautorato di essenziale densità emotiva, che potrebbe ricordare il lirismo notturno di una Sharon Van Etten (Conditions), la rabbia controllata di una Mitski (Not You Prey) o l'amara dolcezza di una Lera Lynn (Heavy). Non c'è molto di più della voce di Ella e di una chitarra satura di elettricità nelle canzoni di Squirrel Flower, e pure con questa economia di mezzi, una superficie sonora apparentemente quieta viene costantemente increspata con una poderosa forza espressiva. 

18 gennaio 2017

Slowdive - Star Roving [SINGLE Review]

La biografia degli Slowdive per i loro irriducibili fan (tra i quali il sottoscritto) sa di leggenda: emersi dal magma post punk dei tardi Ottanta, insieme ad un altro pugno di talentuosi grupi inglesi hanno dato vita al movimento shoegazer, pubblicando solo tre album formidabili prima di sciogliersi, dopo pochissimi anni di ispiratissima attività. Poi, all'improvviso, tre quinti della band sono riapparsi in una reincarnazione folk-pop, Mojave3, che sembrava aver distillato in modo prodigioso il miele elettrico della formazione originaria trasformandolo in nettare acustico lungo cinque album di cui almeno tre (i primi) sono capolavori. Qualche abbozzo di carriera solista riempie gli anni che seguono, a conferma soprattutto delle doti cantuautorali del leader storico Neil Halstead. Nel 2014 l'operazione nostalgia: venti show con la formazione originale degli Slowdive, a rimettere sul palco le canzoni di Souvlaki e Pygmalion in un tour estivo. Niente di originale, certo. Almeno fino a quello che stiamo ascoltando oggi.
Star Roving, la prima nuova  canzone degli Slowdive in 22 anni. 
Halstead, Rachel Goswell e compagni oggi veleggiano verso i cinquant'anni, ma il pezzo che la band di Reading ci regala oggi sembra idealmente uscito da una session del '91 per Just For A Day. C'è tutto degli Slowdive che abbiamo amato: l'eterea semplicità, la morbida energia delle chitarre che si sovrappongono, le distanze che si allungano senza abbandonare i confini della forma canzone, la voce di velluto di Neil che adesso ci sembra così consueta e confortante. 
Tutto così bello e perfetto che un po' sembra anche a me di essere più giovane di vent'anni...
Pare - ma non c'è una conferma ufficiale - che il 2017 verrà alla luce un intero album. Aspettiamo con le dita incrociate.


12 gennaio 2017

Dripping Wet - Friends Forever [EP Review]

Al grido (sottovoce) di "bedroom pop rules the world", i ragazzi della Boring Productions di Shenzhen - ne abbiamo parlato per un paio di buone uscite l'anno passato - continuano nella loro programmatica e un po' sotterranea opera di celebrazione dell'estetica twee. Spesso pubblicando artisti cinesi innamorati del Sarah Records sound, e talvolta, come in questo caso, mettendo insieme le uscite precedenti di una band, i Dripping Wet, che sono niente meno che texani. 
L'EP che ne è venuto fuori, intitolato Friends Forever, colleziona le sette canzoni finora pubblicate dai cinque di Denton e, se non conoscevate - come me - i Dripping Wet, vi assicurerà 23 minuti di indie pop di scintillante livello, nella sua totale e spontanea semplicità da cameretta. 
Il guitar pop dei texani - chitarre jangly d'ordinanza, armonie vocali basilari e piacevoli (gli sha la la la uh sono un ingrediente irrinunciabile), ritmiche placide che al momento giusto si fanno più vivaci e melodie zuccherate al punto giusto - è quanto di più limpido e lineare possa desiderare un appassionato del genere. C'è insomma, per farla breve, quell'amore per la forma canzone che è il tratto fondamentale dei bravi artigiani indie pop: prendete She's Not Mine o Everything Dies e provate se al secondo ascolto già non vi si sono appiccicate addosso con i loro giri di miele.

06 gennaio 2017

The Crystal Furs - The Crystal Furs [ALBUM Review]

Viene spontaneo, mentre si ascoltano le canzoni dell'album d'esordio dei Crystal Furs, immaginare i tre musicisti nelle strade caliginose della Bristol dell'era Sarah Records, o nella Glasgow dei Pastels e dei Belle And Sebastian. E invece Kevin Buchanan e i suoi due compagni d'avventura vengono da un posto apparentemente improbabile per un indie pop così colto e raffinato, Fort Worth in Texas. Ma in fondo da sempre l'indie pop fiorisce in provincia, quindi la meraviglia non è così giustificata.
Già attivo da anni con una band, Pentacon Six, che seguivo con interesse su bandcamp, Buchanan ha affidato alla voce di Amanda Hand le sue nuove canzoni e ha messo in piedi The Crystal Furs come progetto che non nasconde le proprie ambizioni.
I nove pezzi contenuti nel debutto discografico dei texani sono in effetti una consapevole rincorsa alla perfect pop song, che passa attraverso ritmi gioiosamente uptempo, chitarre jangly, un organo profumato di sixties e melodie sempre ariose. 
Già la torrenziale infilata dei primi tre pezzi (Quit You, Weightless, Miss Hughes) è una salutare sferzata di buonumore, ma è con Summer's Over e World Of Tomorrow che i Furs si avvicinano con forza e spontaneità a quel modello Heavenly che sembra a tratti palesarsi in modo esplicito tra un episodio e l'altro. Il tutto all'insegna di quello spirito artigianale e DIY che ci si aspetta da una band del genere. 
Da non perdere per iniziare con brio il 2017.


 

31 dicembre 2016

BEST 2016 (ALBUM)



10

Starry Eyed Cadet – Places We Don’t Belong
Consapevolmente indie pop fino al midollo, la band californiana traccia in nove canzoni una dettagliata mappa del genere, nostalgica e vitale al tempo stesso: una vera enciclopedia twee in miniatura. 


9

Free Cake For Every Creature – Talking Quietly Of Anything With You
Lo-fi che più di così non si può (chitarra, basso e batteria, registrazioni da cameretta), le canzoni gentilmente uptempo di Katie Bennett – due minuti la durata media – hanno un potenziale melodico, spontaneo, obliquo e vagamente stralunato, che è una bomba. 

8
Japanese Breakfast - Psychopomp
Concept album sulla perdita della madre, il disco di Michelle Zauner è senz’altro uno strano oggetto, un’altalena emozionale che utilizza il linguaggio indie pop con un esplicito scopo catartico, tra denso intimismo e inattesi crescendo melodici.


7
Fear Of Men – Fall Forever
Il difficile seguito di un capolavoro come “Loom” è, per l’appunto, un album volutamente più difficile, a tratti intangibile nella sua algida perfezione sonora. Tuttavia tutto ciò che tocca Jessica Weiss sembra rifulgere immediatamente di un fascino speciale, e le canzoni di “Fall Forever” possiedono una personalità ed un inquieto nitore che non possono lasciare indifferenti. 

6
Linda Guilala – Psiconàutica
Il dream pop a colori della band spagnola si muove in paesaggi di riverberi e zucchero, dove il confine tra una canzone e l’altra sfuma, senza perdere mai l’immediatezza melodica che è il marchio di fabbrica di Eva e compagni, ma con l’ambizione di costruire un album di potente suggestione.


5
Frankie Cosmos – Next Thing
Greta Kline (la figlia di Kevin) non è intonatissima e non è una musicista sopraffina, ma non sono in tanti a saper scrivere canzoni come lei. Con un corredo produttivo che più DIY di così non si può, la newyorchese mette in fila una serie di piccoli inni indie pop venati di ironico intimismo e con sorniona nonchalance riesce dove l’anno passato era riuscita Waxahatchee.


4
Flowers – Everybody’s Dying To Meet You
Al secondo album la band londinese conferma di avere una marcia in più rispetto a tanti gruppi che oggi rivificano le radici fine ’80 / primi ‘90 dell’indie pop. Con sobrietà, intelligenza e classe sopraffina Rachel Kenedy e compagni mettono in fila dieci episodi fatti di chitarre ruvide e melodie di limpida dolcezza.


3
Scooterbabe – The Sorrow You’ve Been Toting Around
Un po’ Pavement, un po’ Neutral Milk Hotel, un po’ Buit To Spill, gli Scooterbabe di JJ Posway sembrano (o forse sono) una di quelle band che ritrovi a suonare in garage in una qualsiasi anonima periferia americana. Il loro album d’esordio rivela però, nella sua dimensione totalmente artigianale, una urgenza espressiva, un songwriting complesso, una gioiosa energia ed una capacità pop davvero entusiasmanti.


2
Beverly – The Blue Swell
Il secondo album dei Beverly è il perfetto catalogo indie pop di oggi. Drew Citron e Scott Rosenthal sono l’ennesima reincarnazione dei Jesus And Mary Chain, nutriti di vent’anni di tradizione guitar pop e capaci di spingere a piacimento ora sul pedale dell’immediatezza ora su quello dell’inquietudine in chiaroscuro. E “Crooked Cop” con la sua circolarità jangly è già un classico. 


1
Neleonard – Las Causas Perdidas

Seguendo la lezione dei primi Belle And Sebastian, dei Divine Comedy o dei maestri La Buena Vida, la band catalana è arrivata al suo primo album in forma strepitosa, dando vita a dodici canzoni di preziosa e scintillante bellezza pop, spontanee e raffinatissime al tempo stesso, beatamente al di sopra dei generi. Attorno alle voci quiete di Laura e Nele un morbido e luminoso giardino elettro-acustico, ricco di archi, fiati, sinth e tutto quello che serve per rendere indimenticabile ogni pezzo.