22 luglio 2017

Agent Blå - Agent Blå [ALBUM Review]

La tempesta perfetta post punk à la Joy Division di chitarre che apre Derogatory Embrace, la prima traccia dell'omonimo album di debutto degli svedesi Agent Blå, è senz'altro un modo rude di accogliere l'ascoltatore, ma la band di Goteborg è questa: un concentrato di nervi, energia e melodia al tempo stesso, che travolge come un treno in corsa e non si volta indietro.
Aspettavamo questo disco da tempo, dopo avere apprezzato nel corso dell'ultimo anno un paio di singoli (la muscolare Strand e la sottile e tagliente Don't Talk To Strangers), e le attese non sono per nulla deluse, anzi. L'humus da cui sono germinati gli Agent Blå è in effetti lo stesso che ha fatto crescere i concittadini Westkust: il lato, diciamo, più sporco, ruvido, ma al contempo entusiasmante dell'indie pop svedese. 
Emilie Alatalo, voce sinuosa e spigolosa sensualità, guida i quattro compagni d'avventura lungo dieci episodi di misurata cattiveria e (tutto sommato inattesa) immediatezza, dove i ritmi non si allentano mai, le chitarre disegnano febbrili jingle jangle prima di sprofondare nelle distorsioni e fondersi con i poderosi bordoni di synth. Una corsa precipitosa che dopo 35 minuti non può che lasciare soddisfatti e con il fiatone. 



17 luglio 2017

Panda Riot - Infinity Maps [ALBUM Review]

Chi mi segue sa che talvolta bazzico dalle parti di shoegazer e dintorni, anche se non sono per niente un esperto del genere. Un noto blog super settoriale che leggo volentieri ne è riuscito ad individuare almeno una decina di declinazioni, ma con queste manie tassonomiche ho sempre l'impressione che si vada fuori strada. Comunque, in base alla classificazione condivisa, i Panda Riot sarebbero inquadrabili come dream gazer, il che fa intuire un ibrido shoegaze + dream pop che già a scatola chiusa dovrebbe centrare i miei gusti.
Tanto più perchè Infinity Maps, che è il terzo album della band di Chicago in dieci anni di attività (sono dei perfezionisti i ragazzi), è davvero un disco stellare, al di là di ogni tentativo di ibridazione definitoria.  Bene, abbiamo a che fare con una raccolta di 18 pezzi generalmente di tematica geo-astrale, per 50 minuti buoni di musica, quindi è già chiaro in partenza che Brian Cook e compagni non scherzano. La cosa (quasi) sorprendente è che, a fronte di una durata poderosa, i pezzi di Infinity Maps funzionano come una macchina perfetta, partendo da una solida base costruita sulle fondamenta stilistiche dello shoegazer (le svisate dell'iniziale Aphelion denunciano il copyright dei My Bloody Valentine) ma lavorando di complesse stratificazioni sonore che evidenziano una cura maniacale dei particolari. Ecco allora che già dal secondo pezzo, Helios (June 20th), esplode l'anima dream pop dei Panda Riot che - anche per ragioni di concittadinanza - non può non ricordare i primissimi Smashing Pumpkins, ovvero quelli che preferiamo. La voce dolcemente riverberata di Rebeca Scott, la ricerca di un melodismo onirico ed immediato al tempo stesso e i muri sonori liquidi e avvolgenti dominano tutto il resto dell'album, con alcuni episodi (Ghostling, Arrows, New Colors) più riusciti di altri, che viene volgia di ascoltare e riascoltare perdendosi nelle loro spirali.

12 luglio 2017

Bedroom Eyes - Greetings From Northern Sweden [ALBUM Review]

Nel 2010 usciva l'album di debutto di un ragazzo della provincia svedese chiamato Jonas Jonsson. Per il suo alias musicale aveva scelto l'accattivante nome Bedroom Eyes e il titolo del disco, The Long Wait Champion, mostrava una salutare dose di autoironia che - non sappiamo quanto profeticamente - si è poi tradotto in realtà, visto che sono trascorsi 7 anni prima che il ragazzo di Föllinge si decidesse a dare un seguito al suo brillante esordio. 
Personalmente ho amato alla follia il primo disco di Bedroom Eyes: è tuttora un formidabile atto d'amore verso l'indie pop, pieno di gioiose canzoni manifesto come Norwegian Pop ("three-minute songs sometimes lasts a lifetime long" cantava Jonas, e dite che non è vero!), e lo tengo sempre nel cassettino dell'automobile pronto all'uso nelle giornate no. 
Quando ho letto dell'imminente ritorno sulle scene di Bedroom Eyes, non sapevo bene cosa aspettarmi dalle nuove canzoni di Jonas, considerando l'ingombrante precedente.
In realtà - al di là di ogni discorso di valore - sono bastate le prime note di Aurora Lights per ritrovare un vecchio amico. Il guitar pop di Bedroom Eyes è sostanzialmente rimasto intatto negli anni. Tutto è perfettamente illuminato nelle canzoni di Jonsson e ogni angolo è riempito con dovizia di colore: melodie cantabili, chitarre ora energiche ora scampanellanti, synth, piano, fiati, cori, qualsiasi cosa serva a offrire un'impressione di spontanea vitalità (produce Andreas Mattsson, che per chi conosce l'indie scandinavo è una garanzia). 
Greetings From Northern Sweden è in definitiva un concept album sulla vita in una piccola città sperduta nel nord e, anche se mancano le antemiche hit del debutto, mette uno dietro l'altro una serie di episodi particolarmente piacevoli specialmente quando i ritmi di alzano (After I Was A Kid But Before I Grew Up, il crescendo di Stethoscope Sounds) ma perfettamente efficaci anche nei momenti più acustici (A Change In Altitude, Trondheim Harbour). 
Bentornato Jonas!


 


07 luglio 2017

Major Leagues - Good Love [ALBUM Review]

L'anno scorso l'EP Dream States ci aveva fatto scoprire il talento degli australiani Major Leagues e ci faceva ben sperare per il primo album. 
Speranze ben riposte, a giudicare dalle dodici canzoni di Good Love, debutto sulla lunga distanza per i quattro di Brisbane (o forse è meglio "le" quattro, visto che i tre quarti della band sono ragazze). 
I Major Leagues suonano un indie pop morbido e incisivo al tempo stesso, un po' come se gli Alvvays rinunciassero in buona parte al loro muro di riverberi: le chitarre jangly sostengono con piglio brillante la melodia e talvolta tendono a creare dei carillon ipnotici, la voce di Anna Davidson è sempre dolce e pacata, le linee di basso e le ritmiche sono ovunque avvolgenti e dinamiche, i synth fanno da collante ma quasi non ci sia accorge della loro presenza. 
Fin dall'iniziale Swimming Out e poi lungo tutti gli episodi dell'album fino alle splendide conclusive Dream Away (il gioiello del lotto) e How Will The Heart Know, è evidente la capacità dei Major Leagues di dare vita a ritornelli di grande immediatezza che partono da una base di essenzialità punk-pop ma diventano sempre qualcosa di più. Ed è evidente anche quell'attitudine tutta australiana/neozelandese verso l'indie pop che è difficile definire a parole ma è riconoscibile in ogni nota suonata. 

02 luglio 2017

The Popguns - Sugar Kisses [ALBUM Review]

Confesso di non essere mai stato un grande fan dei The Popguns, per quanto abbia sempre avuto un enorme rispetto per la band di Brighton. Mi sono sempre sembrati troppo "perfetti" per i miei gusti, e troppo legati ad un immaginario french-sixties che non mi fa impazzire. Pop Fiction, l'album di due anni fa che ha segnato il ritorno del gruppo dopo uno iato di vent'anni (sì, vent'anni) e che ha inaugurato la collaborazione con la mitica Matinèe Recordings, mi era sembrato un lavoro piacevole e raffinato - in perfetto stile The Popguns - ma non mi aveva rapito il cuore. 
Non posso dire lo stesso per il nuovo Sugar Kisses, che invece - sorpresa sorpresa - mi fa davvero impazzire e si candida seriamente per diventare la mia colonna sonora ufficiale dell'estate. Il guitar pop brillante degli inglesi, pilotato con esuberante sicurezza dalle voci di Wendy Morgan e Kate Mander, non è cambiato, intendiamoci, ma è come se la band avesse mollato improvvisamente gli ormeggi e lasciato scorrere libera un'indole di gioiosa, dinamica e coinvolgente spontaneità che domina tutti i dieci pezzi del disco, nessuno escluso, con una propensione essenziale, diretta e senza fronzoli da esibizione live. 
Difficile in effetti restare con i piedi fermi con i sorridenti e super orecchiabili uptempo di A Beaten Up Guitar, A Dream Of Her Own, Fire Away e Finished With The Past, in una infilata di pop songs di intelligente, energetica, sfrontata semplicità. 

27 giugno 2017

The Arctic Flow - Umbrella [ALBUM Review]

"Un ragazzo sulla spiaggia, che fa volare il suo aquilone nella brezza estiva". E' così, in modo apertamente poetico e un po' naif, che si presenta Brian Hancheck, musicista del South Carolina che da diversi anni crea "sognanti canzoni d'amore, perdita, gioia e tristezza", sempre per usare le sue parole. 
Con lo psedudonimo The Arctic Flow, Brian mette in fila il nuovo episodio della sua personale saga twee, devota integralmente ad un indie pop dalle radici ben piantate nell'immaginario della Sarah Records e votato ad un'idea stilistica di eterea e disarmante leggerezza. 
Le otto canzoni di Umbrella si muovono con misurata grazia artigianale in un mondo di colori pastello: i synth sono onnipresenti ma mai invadenti, le chitarre intessono jingle jangles da manuale, i ritmi sono spartiti a metà tra calma contemplativa e cauti uptempo, i tempi sono appena appena dilatati, le melodie sono delicate esattamente come la voce di Hancheck. 
Tutto è molto curato e piacevole, ma le cose migliori The Arctic Flow le fa quando i ritmi si fanno più vivaci e affiora una gioiosa energia - è il caso di Umbrella e Nothing Left - che fa pensare ad una versione "nuda" dei Pains Of Beeing Pure At Heart.



22 giugno 2017

We The Pigs - EP2 [EP Review]

Con il loro EP di debutto, uscito all'inizio del 2016, gli svedesi We The Pigs avevano mostrato una spontanea propensione a costruire, sulla propria base shoegaze, un dream pop arioso e concreto, fatto di chitarre jangly e melodie di grande immediatezza. 
Il seguito, intitolato ovviamente EP2, mette in fila quattro canzoni provenienti dallo stesso nucleo creativo dell'esordio,  e se possibile rilancia con ancora più forza l'ottima impressione che avevamo avuto al debutto. 
Se Start Over riprende in sostanza dove ci eravamo lasciati, con le placide onde di riverberi e synth di uno shoegaze di energica dolcezza, con Too Young siamo invece dalle parti di un indie pop sorridente e graziosamente uptempo dove le voci famminile e maschile si alternano con spontaneo equilibrio. Tutto molto piacevole, ma è con i due episodi successivi che i We The Pigs fanno il botto: la travolgente Wake Up, due minuti di muscoli e melodia killer in puro stile Pains Of Beeing Pure At Heart, e soprattutto la poderosa ed entusiasmante Go Away, che ad un vecchio fan dell'indie scandinavo come me non può non rammentare, con una lacrimuccia di commozione, i maestri Broder Daniel, con quel mix inconfondibile di elettricità libera ed armonie vocali. 


 

13 giugno 2017

Tashaki Miyaki - The Dream [ALBUM Review]

The Dream per i Tashaki Miyaki in sostanza è un album di debutto, anche se alle spalle hanno una produzione piuttosto ampia di EP e dischi di cover. E' uno di quegli album di debutto meditati a lungo, costruiti con un paziente lavoro di lima e - diciamolo subito - con un'ambizione per nulla nascosta.
Paige Stark e Luke Paquin, i due musicisti titolari del progetto che, a dispetto del giapponesissimo nome, sono di Los Angeles, hanno costruito una raccolta di canzoni che è evidentemente pensata per essere fruita in blocco  nel suo impianto circolare, racchiuso tra le spire di archi di L.A.P.D. e delle sue reprise conclusive. 
I californiani suonano un dream pop di ampio respiro, nutrito di un romanticismo crepuscolare che trova nella sua ricchezza strumentale una perfetta e avvolgente dimensione di raffinatezza emozionale. La voce della Stark, che ricorda abbastanza da vicino quella carezzevole e sensuale di Hope Sandoval dei Mazzy Star, sta piacevolemte al centro di una serie di episodi di placida eleganza, dove i riverberi elettrici convivono con archi, synth, pianoforte e chitarre jangly, con una compattezza stilistica ed una cura sonora davvero invidiabili. Pezzi di preziosa ma risoluta dolcezza come Out Of My Head o le velvetiane Cool Runnings e Keep Me In Mind rivelano, senza soluzione di continuità, le ottime doti di scrittura dei Tashaki Miyaki, ed al contempo possiedono un'immediatezza melodica fortissima che forse è in definitiva il vero marchio della band.
Consigliato.


01 giugno 2017

Adult Mom - Soft Spots [ALBUM Review]

Da almeno un quinquennio Steph Knipe pubblica musica con la sua band dal curioso nome Adult Mom. Siamo dalle parti di un indie che sta a metà tra una dimensione cantautorale fatta di canzoni brevi e liriche argute e un'attitudine guitar pop da band lo-fi che registra in cameretta ma sa bene come sfruttare la propria energia. 
Soft Spots, l'ultimo lavoro dei newyorkesi, mette insieme le due anime in modo così naturale, efficace e intelligente (anche rispetto alle pur piacevoli uscite precedenti) da sembrare davvero un piccolo capolavoro del genere, non diverso nelle sonorità e nella concezione da artiste come Frankie Cosmos o Eskimeaux (di cui abbiamo parlato spesso e volentieri) ma anche dal garage pop brillante degli Sports. 
I nove episodi dell'album riflettono perfettamente la duplice natura di Adult Mom: la morbidezza acustica di Ephemeralness e subito dopo il variopinto uptempo di Full Screen e di J Station; l'intimismo in delicato crescendo della splendida Patience e poi la forza gentile e insieme inarrestabile di Steal The Lake From The Water, il pezzo che rappresenta il perno ideale del disco ed è una ruvida carezza melodica che già da sola è un limpido specchio dello stile di Steph e compagni. A chiudere circolarmente un lavoro ovunque convincente, altri due gioiellini agrodolci come la dinamica Drive Me Home e la malinconica e quasi commovente First Day Of Spring
Imperdibile. 

27 maggio 2017

Fazerdaze - Morningside [ALBUM Review]

Quando ho ascoltato per la prima volta Last To Sleep, il pezzo che apre Morningside,  l'album di debutto di Amelia Murray, in arte Fazerdaze, ho avuto la netta sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di memorabile. Tutto, dall'essenziale strum della chitarra alla misurata dolcezza della voce, dalle bollicine di synth alla ritmica insolitamente asimmetrica, concorre all'efficacia di un indie pop intelligente ed estroso alla Waxahatchee che non possiamo non amare. A maggior ragione se, continuando nella prodigiosa infilata iniziale del disco, finiamo per essere vittime inermi e felici del ritornello killer di Lucky Girl, del ruvido fascino di Misread e della inattesa leggerezza jangly di Little Uneasy
Amelia, che è di Auckland ed è indiscutibilmente molto brava (suona e produce praticamente tutto da sola), non a caso è stata messa sotto contratto da una label leggendaria come la Flying Nun, e non a caso i suoi pezzi possiedono quell'aria di micidiale nonchalance che è il tratto distintivo dei maestri neozelandesi, quella capacità innata di fare sembrare facili cose che non lo sono affatto e di far esplodere le canzoni all'improvviso lasciandole fluire come torrenti in piena (immaginate l'ottima Take It Slow eseguita dai Bats). E in verità tutto l'album è caratterizzato dalla naturale compresenza di elementi opposti: sulle prime pensi ad una dominante sonorità lo-fi ma ti accorgi presto che tutto è studiatissimo e levigato (le armonie di Shoulders sono un buon esempio); non c'è una ricerca esibita dell'immediatezza, eppure questa esce da sola quasi ovunque; quasi tutte le canzoni si muovono da una dimensione quasi acustica da bedroom pop o comunque essenziale (voce e chitarra), ma sotto traccia c'è sempre una fragorosa elettricità pronta a liberarsi. 
Uno dei dischi "importanti" di quest'anno.