12 febbraio 2019

El Palacio De Linares - Largos Agotadores ALBUM

La Spagna, come ben sappiamo, ha da sempre un feeling speciale con il lato più twee dell'indie pop, ed ha almeno una mezza dozzina di etichette molto attive nel nostro genere preferito. Tra queste la piccola ma pregevole Pretty Olivia Records, che nel suo roster ha questo trio chiamato El Palacio De Linares. 
Il gruppo ha già diverse uscite all'attivo, e Largos Agotadores è il loro secondo album. 
Stando a quanto scrivono loro stessi, il modello sono band come Go-Betweens (Robert Forster è citato direttamente nell'episodio finale insieme a Vashti Bunyan!) e The Feelies, e in effetti le canzoni del gruppo spagnolo sembrano seguire proprio il canovaccio di un guitar pop gentile dalla meditata dimensione cantautorale: acustiche e jangly al tempo stesso, con delle armonie vocali di delicata bellezza, sempre di garbata e intelligente immediatezza. 
Come i nostri favoriti Neleonard, El Palacio De Linares mischia con equilibrio una luminosa nostalgia, una raffinatezza evidente nella scrittura e nelle scelte produttive e una spontanea facilità di ascolto. 

08 febbraio 2019

Business Of Dreams - Ripe For Anarchy ALBUM

Molto più che con le sue precedenti band, è con il suo progetto solista Business Of Dreams che Corey Cunningham ha trovato la sua visibilità nella scena indie. L'eponimo debutto di due anni fa ci aveva mostrato le doti di un songwriter brillante e raffinato, malato di nostalgia per un indie pop che ha vissuto i suoi fasti tra '80 e primi '90. 
Arrivato alla sua opera seconda, il musicista americano sembra ancora pienamente impegnato a scavare nella vena d'oro di un guitar pop gentile che un tempo è appartenuto a band come Sea Urchins, The Orchids, Another Sunny Days o Blueboy. 
Le canzoni di Business Of Dreams sembrano concepite, suonate, cantate e prodotte come se dovessero finire su una cassettina della Sarah Records di allora, con un rispetto filologico per nulla pedante, anzi: le melodie sono sempre rotonde e garbate, le chitarre scampanellano sognanti, il ritmo è serenamente fluido, qualche morbido synth disegna talvolta un'atmosfera di tempo magicamente sospeso. 

06 febbraio 2019

Sambassadeur - Foot Of Afrikka SINGLE

Ecco una di quelle notizie che ti cambiano la giornata. Dopo sette anni di silenzio torna una delle più grandi band indie pop di tutti i tempi: i Sambassadeur. 
Questo è il singolo che prelude all'album, in uscita a metà aprile. 

02 febbraio 2019

The Day - Midnight Parade ALBUM

Laura Loeters e Gregor Sonnenberg si sono conosciuti da studenti ad Arnhem ed hanno cominciato a fare musica insieme come The Day. Midnight Parade, che è il loro debutto sulla lunga durata,  potrebbe essere etichettato come dream pop senza sbagliare mira, ma bisogna intendersi. Non ci sono muri di chitarre nei pezzi dei The Day (se intendiamo dream pop qualcosa che assomiglia ai Pains Of Beeing Pure At Heart o ai Night Flowers), ma un'attitudine programmatica e molto lucida a imbastire costruzioni ampie, morbide e suggestive sfruttando da una parte la voce elegantissima di Laura e dall'altra una perizia strumentale e produttiva che a tratti ha del miracoloso. Ci sono chitarre gentili e cinematici synth a profusione nella musica del duo tedesco/olandese, ma c'è soprattutto una raffinata immediatezza che in alcuni episodi mi ricorda i Fleetwood Mac (We Killed Our Hearts) e in altri abbandona i limiti ristretti della canzone canonica per immergersi in un liquido abbraccio crepuscolare (Berlin, ipnotica nei suoi 7 minuti). 


29 gennaio 2019

Makthaverskan - Demand / Onkel 7"

Ci è davvero mancata, l'anno passato, una band energica e sfacciata come i Makthaverskan. Fortunatamente, dopo il loro glorioso terzo album (uscito a fine 2017) gli svedesi sono tornati sempre su  con un 7" che li fotografa in forma smagliante. 
Il post post punk del gruppo di Goteborg è quello che conosciamo e amiamo da anni: affilate trame di chitarre, ritmica torrenziale e la forza travolgente di Maja Milner che grida ogni nota come se non ci fosse un domani, con quell'incredibile mix di rabbia e melodia che è il loro marchio di fabbrica. Se l'indie pop può assumere un potere catartico, i Makthaverskan ne sono la dimostrazione pratica. 

25 gennaio 2019

Fanclub - All The Same EP

Capita spesso che, quanto a nuovi ascolti, l'anno nuovo parta molto lentamente, tanto che le prime settimane finisco spesso a recuperare album dell'anno precedente che avevo ignorato. Poi, all'improvviso, compare sempre un disco che dà la svolta. Quest'anno è toccato all'EP di debutto dei texani Fanclub, ed è davvero una bella iniezione di energia indie pop.
Nelle cinque canzoni del lotto,  Leslie, Mike e Daniel puntano tutto su un brioso dinamismo che si poggia con grande leggiadria su chitarre jangly, synth e melodie altamente cantabili, a metà tra i Pains  della maturità e i carillon sognanti di Hazel English o di Japanese Breakfast. Peccato per la durata ridotta, ma sono 16 minuti di frizzante piacevolezza. 

25 dicembre 2018

Best Indie Pop Albums Of The Year 2018




12
Basement Revolver     Heavy Eyes 
  
Il dream pop più scenografico sulla piazza è quello dei Basement Revolver, da Hamilton, Ontario. La voce di Chrisy Hunt guida i crescendo sfrigolanti di chitarre che sono il marchio di fabbrica della band, con una strana e affascinante commistione di timida introversione e antemica energia.  


11
Avind     Evig Blenda

Dalla Norvegia una delle sorprese dell'anno. La misconosciuta band di Tonje Tafjord confeziona un album che sfiora la perfezione, suonando un guitar pop in salsa folk che alterna equilibrata leggerezza, crescendo emozionali e intimismo acustico. Liriche rigorosamente in norvegese, ma non è certo un limite. 


10
Dead Bedroooms     Bummer   

Semi sconosciuti e quasi impossibili da rintracciare nella sconfinata mappa dell'indie americano (vengono dalla Virginia), i Dead Bedrooms (o meglio "le", vista la netta maggioranza femminile) hanno esordito con un disco dal fascino magnetico, intimo e dinamico insieme, pieno di (ottime) idee e di grande sensibilità. 

Camp Cope     How To Socialise And Make Friends
Tra i dischi garage-pop dell'anno, le australiane Camp Cope vincono a mani basse: essenziali ma non lo-fi, chitarra basso batteria come stile e sostanza, Georgia Maq e le sue due compagne infilano nove pezzi di impressionante urgenza comunicativa, che suonano semplici senza in realtà esserlo.

Free Cake For Every Creature     The Bluest Star 
Katie Bennett e la sua band hanno fatto una rapida transizione: da un passato assolutamente a bassa fedeltà ad un presente ambizioso in cui le loro canzoni apparentemente svagate assumono una dimensione più ampia, complessa e levigata, senza perdere un grammo della leggerezza degli esordi. 

7 
Massage     Oh Boy
Nati quasi per gioco dall'incontro di due veterani del genere come Alex Naidus (ex The Pains Of Beeing Pure At Heart) e Michael Felix, i Massage ci insegnano con il sorriso sul volto che cosa è e dovrebbe essere l'indie-pop: leggerezza, amore per la melodia, la semplicità al potere. Come dei The Bats trapiantati negli States, la band macina con sorniona nonchalance luminose trame jangly di smagliante e quieta freschezza.  

6
Say Sue Me    Where We Were Together 


 Pochi gruppi quest'anno sono riusciti a farsi amare praticamente da tutti gli appassionati del genere come i coreani Say Sue Me. Merito senz'altro della disinvoltura con la quale i quattro di Busan si muovono tra velluto twee ed elettricità C86, nutrendo il loro guitar pop onnivoro di modelli distanti nel tempo e nello spazio. Catchy con educata sfrontatezza, gli asiatici sono quest'anno "la band indie pop di cui tutti parlano". E a ragione.   


5
Hater     Siesta
 I quattro di Malmo hanno deciso di puntare in alto: un album dalla dimensione ambiziosa (14 pezzi, un'ora di musica), una produzione ricca e attenta ai particolari e sopratutto un'idea di indie che sfonda i confini basso-bateria-chitarra jangly da cui venivano, esplorando i territori di un pop imprevedibilmente raffinato e - penso che ci intendiamo sulla definizione - molto "scandinavo". Che rischio, ma che risultato! Un po' Camera Obscura, un po' Alvvays, un po' cento altre cose belle, Caroline Landahl e i suoi si muovono con altera e sensuale sicurezza entro i confini ampi del genere, senza sbagliare una mossa.  


4
Holy Now    Think I Need The Light
 Quanto a personalità, Julia Olander e i suoi Holy Now ne hanno da vendere a pacchi. Nel giro di un paio d'anni gli svedesi hanno perfezionato il loro guitar pop costruendo uno stile subito riconoscibile e decisamente magnetico, tutto fatto di contrasti, rallentamenti ripartenze e crescendo: levigatissimo in superficie, ma con un cuore di ombre e bagliori notturni, melodico ma sottilmente obliquo, ruvido dentro e morbido fuori, restìo a farsi incaselare nella struttura canonica della three-minute-song e al contempo assolutamente immediato. 


 
3
Night Flowers    Wild Notion
 L'album d'esordio della band londinese arriva dopo almeno una decina di singoli sparsi nella loro (in verità recente) carriera, alcuni formidabili. Wild Notion però non sceglie la via facile (una compilation di cose bellissime ma già sentite) ed anzi osa con dieci pezzi nuovi che sembrano fatti apposta per essere scoperti a poco a poco e, alla fine, restare indelebilmente impressi nel cuore. Nella capacità di mischiare carezze dream pop ed elettricità shoegaze, la band di Sophia Pettit è al momento priva di veri rivali, senza debiti d'ispirazione con nessuno: non c'è episodio nel disco che non riesca alla fine a staccarsi da terra e a far librare le sue chitarre e la sua melodia nell'aria. 


2
Neleonard    Un Lugar Imaginado
  Sarebbe facile riassumere i Neleonard come i Belle and Sebastian spagnoli. In realtà la band catalana è molto di più di questo e vive una sua dimensione timidamente eroica. Con un grado di celebrità che è inversamente proporzionale rispetto al pazzesco livello di talento, Nele, Laura e compagni tengono botta e confezionano un secondo album che - possibile? sì! - è persino più entusiasmante del loro impagabile esordio, che qui è stato disco dell'anno nel 2016. Dodici episodi uno più bello dell'altro, solari e trascinanti, raffinatissimi nella loro gentile umiltà, pop nell'anima e nelle ossa, talmente pieni di vita da portarti via con loro ad ogni ascolto, in un mondo migliore. 


 

1
The Beths     Future Me Hates Me
 Potenti e terribilmente orecchiabili, i neozelandesi The Beths hanno mostrato con il loro album d'esordio di essere già dei veri fuoriclasse. Poco influenzati dalla celebrata scena autoctona e molto di più dall'indie americano dei '90 (dai Weezer in giù), Elizabeth Stokes e compagni suonano un guitar pop energico e intelligente, ironico e sbarazzino, tecnicamente ineccepibile, sorprendente e travolgente sotto tutti i punti di vista, pieno di cori, coretti, chitarre muscolari, ritornelli killer e cambi di ritmo, in 38 minuti di prodigiosa e liberatoria corsa a perdifiato. 

 



22 dicembre 2018

12/2018 DICEMBRE [Sharesprings, Io e La Tigre, Bed., Just Like Honey]

ALBUM DEL MESE
 
Sharesprings - Paraparlor
Non sono riuscito a scoprire molto degli Sharesprings, se non che sono originari dell'Indonesia (è l'anno dell'Oriente, quante volte l'abbiamo ripetuto!) e che Paraparlor sembra essere il loro primo album.
Non avessi letto le poche note che in rete accompagnano il disco, avrei scommesso che il guitar pop spigliato ed elegante di questi 8 pezzi (solo 20 minuti in totale, peccato) venisse da una nuova band scandinava: una sorta di Alpaca Sport con meno colori pastello ed una simili attitudine twee, ma leggermente più ruvida e uptempo. E invece siamo davanti all'ennesimo piccolo grande miracolo dell'indie pop asiatico di quest'anno, forse quello che mi ha colpito di più, oltre ai celebratissimi Say Sue Me. Disco imprescindibile.



Io e la Tigre - Grrr Power
Aurora Ricci e Barbara Suzzi, chitarra/voce e batteria, suonano insieme da diversi anni nel sottobosco indie italiano e hanno già pubblicato alcuni album ed ep, votati ad un pop punk di intelligente ed elettrica spontaneità. Grrr Power, uscito da poco per Garrincha Dischi, è l'unico disco italiano che quest'anno ho davvero amato.
Senza allontanarsi dalla ruggente essenzialità del loro stile, le ragazze hanno trovato la quadratura del cerchio mettendo insieme una dimensione quasi cantautorale (le liriche testimoniano una scrittura di notevole livello) e una vigorosa esigenza comunicativa, in grado di caricare ogni pezzo di un'immediata e coinvolgente freschezza. Se entrambi i nostri aerei cadessero è un gioiellino pop impagabile.





GLI ALTRI ALBUM

Bed. - Replay 
Un paio di anni fa l'esordio dei coniugi Haager, da Portland, Oregon, si era sicuramente fatto notare. Arrivati al primo album, i Bed. mettono ancora più a fuoco il loro stile fatto di luci ed ombre: chitarre jangly inusualmente notturne, melodie orecchiabili ma inquiete, elettricità statica trattenuta ed un'interessante sovrapporsi delle voci di Alex e Sierra.


Just Like Honey - The Weight Of The Stars
Secondo disco in un anno per la band newyorchese. Il dream pop di Bianca Yang, Darlene Jonasson e compagni è sempre morbido e raffinatissimo, vellutato e sognante.

30 novembre 2018

11/2018 NOVEMBRE [Free Cake For Every Creature, Ellis, Useless Youth, Bruce Robert, The Strange Creatures]

ALBUM DEL MESE

Free Cake For Every Creature - The Bluest Star
E' davvero la stessa band quella che tempo addietro - con un nome a dir poco bizzarro - riempiva i propri EP di pezzi bedroom pop semi-improvvisati registrati come capita? Sì: Katie Bennett è ancora al timone dei suoi FCFEC, ma l'evoluzione della sua creatura musicale è evidente e ormai inarrestabile.
Se nell'album di due anni fa c'era ancora una forte dose programmatica di lo-fi, The Bluest Star abbraccia una produzione che, pur essenziale, è rotonda e brillante e mette in fila 14 pezzi (decisamente più compiuti nella struttura e nella scrittura) che stavolta sfiorano addirittura i tre minuti di durata.
Lo stile resta quello che conosciamo: un guitar pop dalla dimensione cantautorale, arguto e cantabile, obliquo quanto basta, pensato e fatto in economia di mezzi e al contempo sempre piacevolissimo, introverso e timidamente ironico, quasi sempre disteso su ritmi lenti, non lontano in fondo da quello di Frankie Cosmos.


Ellis - The Fuzz
Forse non è un caso se gli Ellis di Linnea Siggelkow sono basati dalle parti di Toronto, che è la patria di due favoriti di questo blog come Alvvays e Basement Revolver. In effetti la creatura musicale dell'artista canadese pesca un po' da entrambe le band (il nitore melodico dei primi, il gusto per i crescendo scenografici dei secondi), confezionando uno degli esordi dream pop più interessanti dell'anno.
Solo sei pezzi, ma dalla dimensione decisamente generosa, considerando che ogni episodio è incorniciato da un panorama strumentale dove synth e chitarre dilatano volentieri i loro intrecci. Su tutto un'umore sottilmente notturno che disegna sinuose ombre lunghe e accresce il fascino di ogni canzone.


GLI ALTRI ALBUM

Useless Youth - Cities
Originari di Città del Messico, i quattro Useless Youth concorrono con fondata ambizione al titolo di migliore band jangle pop dell'anno. Non ci sono ingredienti segreti nel suono scampanellante di questi ragazzi messicani: tutto suona esattamente come ci si aspetterebbe da un gruppo che aderisce ai canoni del genere. Ciò che incanta nelle 12 canzoni di Cities ha a che fare più che altro con il brillante dinamismo uptempo e l'eccezionale fluidità del loro stile.



Bruce Robert - Together Singles
Dichiara Bruce Robert, da Boise, Idaho, che talvolta la sua testa funziona come un ricettore di melodie che fluttuano nel'etere e che queste si trasformano naturalmente in canzoni. Strano, certo, ma il nostro le canzoni le sa scrivere davvero e non a caso i benemeriti della Jigsaw Records hanno raccolto insieme otto singoli pubblicati in modo piuttosto randomico nell'ultimo anno, in genere affidati a voci di artisti amici. La somiglianza con lo stile degli Smittens (ed anche con molte cose dei Magnetic Fields) è notevole: piccolo irresistibile artigianato pop dai colori sgargianti, stralunato e curatissimo al tempo stesso.


The Strange Creatures - Phantasms
Ultimi protetti della sempre più influente Boring Productions, di Shenzen, Cina, i filippini The Strange Creatures confermano alla grande che questo 2018 è stato l'anno dell'indie-pop orientale. Non diversamente dai coreani Say Sue Me, i sei ragazzi di Manila si muovono con grande agio in un guitar pop mosso, piacevole e raffinato al tempo stesso, incentrato sull'efficace alternarsi delle voci  di Jon Tamayo e Megumi Acorda, twee quasi ovunque, ruvido dove serve, arrichito da molteplici apporti strumentali.


21 ottobre 2018

10/2018 OTTOBRE [Neleonard, Hater, The Beths, Amber Arcades, Cosmo K]

ALBUM DEL MESE

Neleonard - Un Lugar Imaginado
I catalani Neleonard sono sicuramente uno dei tesori nascosti della scena indie-pop. Forse il più prezioso. E sono anche un po' un mistero. Il loro primo disco, Las Causa Perdidas, del 2016, era - non ho paura di dirlo - un capolavoro: un piccolo miracolo senza tempo che non aveva niente di meno dei primi Belle & Sebastian (e molto di più degli attuali, per inciso). Come possa essere passato quiasi inosservato a livello internazionale, al di là del "limite" delle liriche in spagnolo, resta davvero inspiegabile. 
Con Un Lugar Imaginado ritroviamo Nele, Laura e gli altri in forma smagliante, ancora in grado di conservare intatta la corona di migliore band indie pop spagnola e di portare avanti la lezione dei mitici La Buena Vida. 
Al di là della sorridente naturale raffinatezza che pervade ogni singola nota suonata dai catalani, ciò che colpisce sempre delle loro canzoni (tutte le loro canzoni) è la capacità di essere "leggeri", di trovare sempre la soluzione sonora per non fare mai toccare terra alle loro melodie: può essere il dinamismo stesso del pezzo, un arrangiamento di essenziale semplicità chitarristica o di elaborata ricchezza strumentale, la meravigliosa spontaneità delle voci che si alternano e sovrappongono, l'immediatezza gentile di ogni ritornello, la dimensione cantautorale che trasforma l'intimismo in timidi fuochi d'artificio. 
Tutto nelle canzoni dei Neleonard funziona come uno straordinario caleidoscopio di genere, dove un'intera tradizione di indie pop trova nella bravura (e nell'umiltà) di questi musicisti catalani un eccezionale e attualissmo moltiplicatore di bellezza. I dodici episodi del disco sono, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, di livello altissimo, per scrittura e arrangiamenti, per equilibrio e piacevolezza. Un altro album perfetto da parte di una band semplicemente straordinaria.


Hater - Siesta
L'anno scorso il quartetto di Malmo è finito con merito tra i dischi dell'anno del nostro blog. Evidentemente gli svedesi hanno deciso di battere il ferro finchè è caldo, ed eccoci già alla loro opera seconda. Bene, rispetto ai già rispettabili esordi, Caroline Landahl e compagni hanno operato un sensibile upgrade al loro stile: hanno limato qualche spigolo e lavorato sodo sui particolari, costruendo un album massiccio (14 episodi) che ne rivela l'ambizione e il talento. L'essenzialità un po' sognante del primo disco è diventata oggi qualcosa di più complesso e affascinante: su uno scheletro che è ancora in sostanza un guitar pop spigliato e melodico, i quattro hanno cucito abiti musicali raffinati, usando un'ampia gamma di strumenti (molti synth, ma ci sono anche fiati) e cercando di mantenere una vellutata morbidezza sonora che tutto abbraccia in un confortevole tepore. Il risultato, pezzo dopo pezzo, non può che impressionare: quella che fino a pochi mesi fa era una band dotata ma acerba, è sbocciata all'improvviso ed ha messo a fuoco uno stile che oggi è indubitabilmente "suo" e riconoscibile. Uno degli album imprescindibili del 2018.


The Beths - Future Me Hates Me
Difficile credere che i quattro neozelandesi The Beths abbiano un background da jazzisti, ma tant'è. Per fortuna Elizabeth Stokes e i suoi compagni hanno fatto tesoro delle loro eccellenti doti di musicisti e hanno virato subito su un guitar rock molto nineties-oriented, pubblicando un paio d'anni fa un EP che non è passato inosservato e adesso l'album di esordio. 
La forza esplosiva delle canzoni dei Beths è il loro marchio di fabbrica. I neozelandesi suonano un pop punk che definirei "adulto", sono catchy in modo inesorabilmente intelligente, sanno quando accelerare e quando staccare il piede dalla pedaliera del distorsore, fanno cose non semplici sembrando semplici, il che di per sè è una dote non indifferente. Il risultato è un album che è al contempo compatto stilisticamente e vario, di formidabile accessibilità e ricco di una scrittura di alto livello. 
 


Amber Arcades - European Heartbreak
Fading Lines, primo album di Amber Arcades, aveva fatto pensare che la creatura musicale di Annelotte De Graaf fosse una versione onesta ma decisamente "in minore" dell'indie pop in stile Alvvays. 
Due anni dopo la musicista olandese torna con un disco ambizioso, che è in sostanza un concept sul "sogno infranto" di un'Europa dove le frontiere si stanno chiudendo sempre di più, metafora per altro dei rapporti sentimentali fra le persone. 
Gli undici episodi di European Heartbreak testimoniano un lavoro di scrittura e produzione da applausi: il guitar pop degli esordi è oggi quasi interamente rimpiazzato da una dimensione di luminosa raffinatezza cantautorale sixties, molto nelle corde dei primi Camera Obscura, pieno di lussureggianti inserti di archi e pianoforte e dove la voce sensuale di Annelotte emerge in tutta la sua forza. Una sorpresa, senza dubbio. 


Cosmo K - Ultimo Disco
Non c'è nulla di più essenziale delle canzoni dei madrileni Cosmo K.: un paio di chitarre acustiche, una melodica, tre voci, un impianto di registrazione programmaticamente lo-fi. 
Ciò che rende irresistibile la proposta musicale di Alvaro, Angela e Maria sono le canzoni: brevissime (mai sopra i due minuti), dannatamente catchy, intelligenti e ironiche nella struttura e nelle liriche immaginifiche e vagamente stralunate, twee nell'origanario senso del termine. Non c'è nessun filtro nei sette episodi di Ultimo Disco: l'impressione è di essere ospiti nella cameretta dei tre spagnoli e di ascoltare dei piccoli perfetti sketches quasi improvvisati. Ed è un'impressione vincente, perchè senza volerlo, dopo un paio di ascolti ci si ritrova inevitabilmente a canticchiare il ritornello di Ryanair o di Paloma. Da recuperare anche il loro primo omonimo album, uscito l'anno scorso.