
Il 16 giugno 1965, negli studi newyorkesi della Columbia, Bob Dylan e un pugno di musicisti straordinari registravano in un'unica take miracolosa Like a rolling stone. Secondo il grande critico americano Greil Marcus, che ci ha pure scritto un libro apposta, è uno di quei momenti che hanno cambiato la storia. Della musica, forse non solo.
Certo che a più di quarant'anni di distanza ci sono ancora ventenni che vorrebbero suonare come se il 16 giugno 1965 non fosse mai passato. Anders Elowsson, svedese di Goteborg, è un caso emblematico: il titolo stesso del suo disco d'esordio per la Marilyn Records, It used to feel so good, è la dichiarazione programmatica di un artista che vorrebbe prendere la macchina del tempo e fermarsi per sempre dentro un particolare momento della musica americana senza uscirne più.
Le dieci canzoni dell'album allora fanno le veci della macchina del tempo: Elowsson non vuole tanto assomigliare a Dylan, vuole proprio assomigliare a Like a rolling stone, tanto che ad un certo punto del singolo Main street vi aspettate davvero che la sua voce strozzata e nasale (ma guarda...) cominci ad urlare "How does it feel...". Non succede ovviamente, anzi la canzone vira con decisione (e in modo significativo) verso lidi ben più assolati dello spleen metropolitano del signor Zimmerman. A suggerire che Elowsson vuole fare soltanto musica orecchiabile e divertirsi a citare nel modo più aperto (e onesto) possibile.
Ad ogni modo non si può fare una colpa al giovane Anders di suonare, lui e i suoi bravi musicisti, come una versione addolcita e levigata (quindi non del tutto filologica) dei monumenti di un'epoca, da Dylan alla Band, con un leggero tocco di Stones. Nè si può accusarlo di scrivere canzoni insignificanti: nulla di impegnativo, per carità, ma il ragazzo ha una sensibilità pop notevole, e chissà che crescendo impari a renderla più personale.
Main street
01 luglio 2008
Anders Elowsson - It Used To Feel So Good
27 giugno 2008
Sigur Ròs - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust

Vi do almeno tre buone ragioni per le quali è quasi impossibile scrivere qualcosa di realmente interessante sui Sigur Ròs. La prima: se non vi piacciono i Sigur Ròs (probabilmente siete la maggioranza) già non state più leggendo queste righe. La seconda: se amate i Sigur Ròs non avete certo bisogno che vi venga a dire io cose che già sapete. La terza: come si fa a definire la musica dei Sigur Ròs senza cadere nei soliti luoghi comuni su folletti islandesi, atmosfere dilatate e paesaggi dell'anima o giù di lì?
Accontentatevi di alcune osservazioni molto personali e piuttosto disordinate sul nuovo disco dei Nostri, che si chiama Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (con un ronzio nelle orecchie suoniamo senza fine).
L'altro giorno ho comperato il nuovo dei Coldplay, Viva la vida, prodotto da Brian Eno: bel disco indubbiamente, ormai abbastanza lontano dagli esordi, e in diversi punti decisamente vicino allo stile dei Sigur Ròs, nella cura dei suoni, nella forma allargata e strumentale delle canzoni. A questo punto sarebbe divertente e paradossale se il nuovo disco dei Sigur Ròs assomigliasse ai Coldplay. Così ovviamente non è, anche se Jonsi e compagni ci stanno (e si stanno) a poco a poco abituando a pezzi dalla struttura più semplice e immediata e soprattutto dalla durata quasi radiofonica. In Takk era il caso di Hoppìpolla. Qui della splendidamente orecchiabile Vid spilum endalaust e del primo singolo estratto, la inquieta (e assolutamente meno orecchiabile) Gobbeldigook.
Può darsi che per i Coldplay sia scomodo fare di mestiere il gruppo pop miliardario, e così tentano timide sperimentazioni in altre direzioni. I Sigur Ròs non si pongono nemmeno il problema: da un decennio coltivano con perizia crescente il loro orto dai vasti confini, e se vi sembra una svolta ingaggiare Flood come produttore e registrare a New York o a Cuba, forse vi aspettate dai Sigur Ròs qualcosa che non possono nè vogliono fare.
Ho letto: "è il disco più orecchiabile dei SR". Perchè, Agaetis byrjun non lo era?
Ho letto: "E' l'album che segna il ritorno dei SR". Ritorno a cosa? Certo, rispetto all'interlocutorio (e, diciamocelo, abbastanza inutile) Hvarf-Heim è tutta un'altra storia, però Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust è la fotografia di un gruppo in cammino che non si sta per niente guardando alle spalle, ma al contempo si muove in territori che conosce come le sue tasche.
Facciamola noi la retrospettiva: Von è un album a tratti inascoltabile, Agaetis byrjun è il lato epico ed emozionante dei SR, ( ) era drammatico, etereo e noioso al tempo stesso, Takk è un azzeccato misto di forza e delicatezza, e - confrontato coi precedenti - Með Suð... è un po' la quadratura del cerchio, l'album costruito meglio, con un attento senso della misura, tant'è che solo due volte si sforano gli otto minuti, nella mistica e potente Festival e nel magistrale crescendo di Ara bàtur, che ospita un'intera orchestra sinfonica e il London oratory boy’s choir. C'è tanta chitarra acustica nei Sigur Ròs del 2008, ci sono come sempre gli archi di Amiina, c'è il pianoforte solenne di Kjarri, e c'è la voce angelica di Jonsi a disegnare melodie sempre più sognanti (che belle quelle di Illgresi e Fljótavík, così inaspettatamente intime). Insomma, il "solito disco dei Sigur Ròs", nel bene o nel male, a seconda del vostro gradimento. Parere assolutamente personale: in un'annata di dischi (non solo scandinavi) finora un po' fiacca, una boccata di aria purissima.
22 giugno 2008
Billie The Vision and The Dancers - I Used To Wander These Streets

Non c'è dubbio che Billie The Vision and The Dancers siano una piccola inossidabile istituzione in Svezia e paesi limitrofi: corre voce che abbiano venduto 8mila copie del loro ultimo album (vi sembrano poche? non lo sono!) e sono abbonati al tutto esaurito quando si esibiscono in giro. I meriti della band di Malmoe li abbiamo già decantati molte volte: ci limitiamo a ribadire che se non esistessero bisognerebbe proprio inventarli. Anche se, con questo stravagante equilibrio di ingredenti, riesce difficile credere che sarebbe possibile replicare la formula magica di Billie The Vision senza perdere molto per strada.
Bene. I used to wander these streets è il quarto album di Lars Lindquist e sodali, e parlare di conferma appare a questo punto quasi scontato. Per molti fan di Billie la perfezione è stata già raggiunta al secondo tentativo, The world according to Pablo: può darsi, ma in fondo da quell'ermetico e gioioso concept di tre anni fa i Nostri si sono a poco a poco serenamente distaccati. Potremmo dire che sia Where the ocean meets my hand che questo I used to wander these streets sono album meno esplosivi e più maturi, ma probabilmente l'espressione "maturi" non rende molto l'idea. La penultima fatica di Billie era un florilegio di testi intelligenti e citazionisti, l'ultima - quella di cui parliamo oggi - contiene le canzoni più quiete, intime (e forse autobiografiche) scritte da Lindquist, tanto che gli episodi più movimentati sembrano quasi stonare nel contesto. Insomma, più che alla consueta festa, questa volta sembra di assistere ad un "giorno dopo" venato da una sottile malinconia sia nella musice che nelle liriche, anche se resta immutata la ormai proverbiale leggerezza della band di Malmoe. I pezzi più indovinati del disco sono allora un pugno di canzoni d'amore che paiono scritte davvero con il cuore in mano e mescolano serietà (Someday somehow, Relay race, Hold my hand) e sorridente ironia (I belong to you, dove si parla di Bush, della pettinatura di Robert Smith e di "Friday i'm in love" sulle note di una romanticissima ballata folk).
Qualcuno lo troverà il solito disco di Billie The Vision and The Dancers, con il suo stile ormai riconoscibile dopo tre secondi di ogni canzone. Non lo metto in dubbio. Forse è esattamente quello che ci aspettavamo da loro. E forse le sue undici canzoni meritano di essere meditate e assorbite più approfonditamente rispetto al passato.
15 giugno 2008
The Grand Opening - Beyond The Brightness
Nelle ultime settimane mi sono ritrovato spesso nel lettore l'ultimo album dei Sun Kil Moon di Mark Kozelek, April: splendidamente morbido e oscuro, come l'intera produzione dell'ex-leader dei Red House Painters. Nella medesima linea (d'ombra) si pone anche lo svedese John Roger Olsson, alla guida di un gruppo che si chiama The Grand Opening. Dopo l'interessante debutto This is nowhere to be found di un paio d'anni fa, la tedesca Tapete Records pubblica oggi il seguito Beyond the brightness, prodotto da Linus Larsson (Ane Brun e Anna Ternheim tra tanti altri).
Se l'esordio poteva far pensare ad un incrocio fra i Sophia e i Death Cab For Cutie, The Grand Opening riprende il discorso dalla medesima inquietudine notturna, incentrandolo ancora sulle suggestive dilatazioni alla Red House Painters (Secrets revealed, Trapdoor) e spostandolo impercettibilmente verso atmosfere più rarefatte, a tratti quasi vicine ai Sigur Ròs (Convenient situations), guidate a tratti da un pianoforte malinconico (On the losing end) e stilisticamente curatissime.
Non aspettatevi squarci di luce o di estate da The Grand Opening, ma un lungo autunno dell'anima, foglie secche trascinate dal vento e cieli plumbei. Un disco da conservare gelosamente nel cassetto fino ad ottobre...
14 giugno 2008
Robert Church & The Holy Community - Le Rouge

Difficile che una band passi inosservata con un nome come Robert Church and The Holy Community, anche se poi bisogna spiegare ai curiosi che no, non si tratta di gospel o christian rock, ma di purissimo e laicissimo indie-rock, prodotto nelle cantine di Stoccolma.
Anticipato da un mini ep sull'americana Cloudberry, l'album di debutto Le Rouge esce per la Series Two Records, di stanza in Nebraska (!), a testimonianza di una propensione più statunitense che europea. Tanto che viene da pensare che forse, almeno idealmente, i Nostri stanno seguendo le tracce ancora fresche del piccolo successo pop di Peter Bjorn & John, cui la musica del duo stoccolmese assomiglia parecchio, pur in una dimensione (per ora) volutamente lo-fi.
I pezzi di Robert Church (ben 16 nell'album!) mirano tutti ad un'essenzilità indie-rock che raramente travalica i tre minuti di durata, vivono di melodie oblique alla Pavement o alla Sebadoh (in alcuni episodi sembra davvero di sentire la mano di Lou Barlow) di presa sicura ma non immediata, e alternano episodi più nervosi e dinamici, trapuntati da tastierine casio, ad atmosfere più morbide, dove gli innesti di strumenti diversi e di un soffio di elettronica sono calcolati con sapienza e gusto (Eye in the clouds e Grandmas gold per esempio).
Insomma, un piccolo gioiellino prodotto a costo zero, da non perdere se vi sono piaciuti, ad esempio, i dischi di Lacrosse, Springfactory o Jonas Game.
Tale of a king
08 giugno 2008
Ida Maria - Fortress Round My Heart

Abbiamo scoperto questa estroversa ragazza norvegese l'anno scorso, quando duettava con il mitico Pelle Carlberg nel singolo I love you you imbecile, ed è più o meno da allora che aspettiamo un debutto discografico che sembrava imminente ed è invece slittato fino ad oggi, con lo scopo di preparare per Ida Maria uno sbarco in Inghilterra in grande stile. Nel frattempo della Nostra si è parlato molto, e la fama dei suoi esplosivi concerti in terra scandinava ha fatto crescere l'impazienza.
Non c'è dubbio che le canzoni di Fortress round my heart siano nate per essere eseguite sul palco a tutto volume, di conseguenza il lavoro di produzione di Timo Räisänen e Hans Olsson ha preso la strada dell'immediatezza e dell'elettricità. Impresa non difficile, considerando che tutti i dieci pezzi del disco hanno stampate queste due caratteristiche nel loro dna. In effetti Ida Maria, oltre alla notevole presenza da animale da palcoscenico, ha un talento innegabile nello scrivere canzoni energiche e melodiche che possiedono l'essenza del Rock (R maiuscola) dei primordi, la sfrontatezza di un Iggie Pop in gonnella e le chitarre veloci e sbarazzine di un Pete Doherty ben più assennato. Il tutto condito da una (auto) ironia che ci toglie subito la preoccupazione di trovare nella Nostra chissà quale nuova next big thing, e semplicemente ci lascia divertire, saltellare e cantare per una spensierata mezzora.
E se non ci credete provate a resistere a quei sorridenti assassini che sono i ritornelli di Oh my god, Drive away my heart, Louie e I like you so much better when you're naked, oppure a quel memorabile "Whiskey please, i neeeed some whiskey please" che apre Queen of the world.
Queen of the world
Oh my god
Stella
Drive away my heart
02 giugno 2008
Loney, Dear : una monografia
Dunque, i Loney, Dear hanno (o meglio ha) fatto solo due album ufficiali, quindi come monografia non aspettatevi molto, almeno sul piano della quantità. Su quello della qualità, invece, non si discute: se non avete mai ascoltato Loney noir e Sologne è davvero il caso di rimediare subito, specialmente se il pop di stampo acustico e cantautorale è il vostro pane quotidiano.
Emil Svanängen, il signor Loney, Dear, è originario di Jönköping (la città dei Cardigans, ma dubito che li abbia frequentati molto) ed è uno di quei singer/songwriter (ce ne se sono davvero tanti in Scandinavia) che ama fare una band da sè, suonando praticamente tutto e registrando tra il soggiorno e la cantina di casa.
I metodi artigianali di Emil e una lunga serie di venerdì sera passati in solitudine a comporre a registrare (il suo nome d’arte pare venga da qui) hanno fruttato tre cd-r venduti direttamente dalle sue mani dopo i concerti o attraverso il suo sito. Poi qualcuno oltreoceano si è accorto che dentro quei dischetti masterizzati c’erano cose ben più interessanti della media, e in poco tempo Loney, Dear è finito a ri-registrare e pubblicare l’ultimo dei tre (Loney noir) per

Tutti gli album dipingono un ritratto in chiaroscuro dell’animo malinconico di Emil: nel complesso quattro ampi disegni dalle linee essenziali, timide e appena increspate, ma dal tratto decisamente personale e pieno di fascino.
Partite da Citadel band e The year of river fontana se siete curiosi di penetrare nella ossessiva solitudine cantautorale di Emil Svanängen: ascolterete una ventina di pezzi serenamente tristi, dove l’acustica, il computer e la drum machine sembrano aver trovato un equilibrio essenziale, su un filo ideale (e traballante) che collega Thom Yorke a Bright Eyes, la sperimentazione alla tradizione, la suggestione alla melodia. Esordi di grande interesse, preludio di due grandi album nati da quelle stesse seminbali intuizioni e dal medesimo modus operandi.
Iniziate invece con Loney noir se volete conoscere Loney Dear nel suo lato apparentemente più spensierato e pop, quello che gli americani hanno scoperto e apprezzato prima di noi europei: mettete il disco nel lettore (o l’mp3 nell i-pod) e vi troverete d’incanto nel mondo leggiadro e (quasi) primaverile di Sinister in state of hope e di I am John, che è il pezzo più veloce e irresistibile della finora breve carriera di Emil (ma attenzione: le liriche non sono per nulla allegre!) e vi introduce ad una struttura di canzone che Loney, Dear ama particolarmente: base acustica, crescendo finale, voce che sale al falsetto, stratificazione dei cori e degli strumenti (fiati, flauto e glockenspiel soprattutto). Insomma, la penombra illuminata a poco a poco da una luce tiepida ma impetuosa, come quella che rende stranamente confortevole la sottile disillusione di Saturday waits, o come quella che accompagna il battimani di Hard days e ricopre lentamente di tranquilo disincanto la mestizia di I am the odd one. Le dieci canzoni di Loney noir tengono fede al titolo, dentro c'è tutta la pensosa dimensione esistenziale di Emil, ma non c'è traccia di compianto o depressione nella musica di Loney, Dear, anzi: il misurato eclettismo strumentale e le linee melodiche malinconicamente limpide fanno pensare ad un cantautore che ha imboccato con sicurezza una strada personalissima e utilizza la popsong come catarsi positiva e sostanzialmente sorridente dei suoi fantasmi interiori.
Sologne, ultima fatica di Svanängen, è un disco più complesso e costruito dei precedenti, dove l’apparente oscurità tematica si accende ancora di splendidi crescendo luminosi (A band, Take it back), allude al jazz senza mai abbracciarlo, parla la lingua dell’indie-rock più raffinato senza essere indie-rock (in fondo come gli Shins), e si arrampica infine fischiettando fino a notevoli vette di acustica poesia folk (I fought the battle of Trinidad & Tobago). Un po’ come un Ben Gibbard in minore (sarà anche un fatto di voce, e poi non è forse vero che Where are you go go going to e I lose it all potrebbero trovare accoglienza nella versione umplugged di un qualsiasi disco dei Death Cab For Cutie?), un Josh Rouse dall’accento scandinavo (The city the airport), un Joseph Arthur abbagliato da un giorno di sole, un Mark Linkous uscito per un attimo dalle sue ombre perenni, un Elliot Smith tornato miracolosamente al mondo per due minuti di arpeggi delicati e un goodbye sussurrato (Won’t you do).
Progetti per il futuro? La riedizione dei primi due dischi autoprodotti, forse. E un album nuovo, ovviamente, che dovrebbe chiamarsi Dear John e che sta occupando quel perfezionista di Emil da parecchi mesi (aggiornamenti regolari sul suo sito). Attendiamo con impazienza...
I am John
Saturday waits
26 maggio 2008
Audrey - The Fierce And The Longing
Non ho un ricordo eccezionale del primo disco delle Audrey, Visible forms, del 2006: all'epoca mi sembrò troppo oscuro e fumoso, per quanto curato e valido musicalmente. Ma forse non ero dell'umore giusto per un disco del genere...
E' dunque con un certo sospetto che mi sono accostato a The fierce and the longing, opera seconda da poco uscita per la A Tenderversion Recording. Ora, non credo che il mio umore di oggi sia tanto diverso da quello di allora, nè ho cambiato improvvisamente gusti in fatto di musica, eppure ho inaspettatamente (ri)scoperto una band che avevo a suo tempo sottovalutato.
Certo, le Audrey non fanno musica facile, e il pop lo sfiorano soltanto, grazie soprattutto alle loro eleganti armonie vocali. Per molti versi assomigliano ai Low, capaci come sono di essere tenebrose e soffici al tempo stesso, apparentemente semplici ed essenziali ed in realtà complesse e raffinate.
Insomma, tanto è facile ad un primo ascolto rapido e superficiale avere un'impressione di una piattezza invernale e priva di luce, quanto è bello scoprire a poco a poco le sfumature di ciascuna delle undici canzoni dell'album: le ampie e chiaroscurali tessiture delle chitarre, il drumming nervoso, l'uso insistito e suggestivo degli archi (in particolare del violoncello), che si inerpicano lungo morbidi muri elettrici, i crescendo improvvisi delle melodie solenni e malinconiche, gli inserti quasi drammatici di pianoforte, l'alternarsi e l'intrecciarsi delle voci di Rebecka, Emelie, Anna e Victoria.
Non è musica da spensierati giorni d'estate, questo è chiaro, ma l'affascinante notte nordica delle Audrey è illuminata dai bagliori di un'aurora boreale tanto colorata quanto inquietante, e non si può fare a meno di restare a guardarla a bocca aperta.
22 maggio 2008
Kuryakin - Still Here ep
"Se potessimo vorremmo avere sempre un'orchestra sinfonica a supportare ogni nostra canzone, ma per ora ci dobbiamo accontentare di tutti i suoni che riusciamo a creare con un computer". Così parlano della loro musica Petter Gjores e Johan Norberg, i due giovani titolari del progetto Kuryakin, che gravita fra Stoccolma e Uppsala. Non a caso si fanno fotografare con chitarra a tracolla e laptop acceso sul tavolo, giusto per chiarire quali sono gli strumenti del loro mestiere.
Credo che abbiate intuito che non ho un'inclinazione particolare per le band che fanno un uso ampio dell'elettronica, però devo ammettere che i Kuryakin mi piacciono davvero molto, forse perchè la loro è un'elettronica gentile e leggera, totalmente al servizio dell'eterea bellezza delle loro canzoni, piacevole in ogni suo aspetto e per nulla invadente.
Nei cinque pezzi (+ due, considerando il 7" allegato) del loro debutto su media distanza Still here, pubblicato dalla rinata Shelflife, ritroviamo infatti la leggiadria acustica dei compagni di etichetta Days, e al contempo quel gusto pop colto ed educato per un pop in punta di plettro, confidenziale e sottilmente esotico, fra Stereolab, Saint Etienne, profumi brasiliani (A parade), campionamenti sfuggiti alle orecchie onnivore di Jens Lekman (Take my hand) e quella malinconica serenità che ci fa amare i Kings of Convenience (Rain, Snow, Onie).
Un altro bel colpo per la Shelflife, che sta lavorando alla grande su un'idea elegante, moderna e raffintata di pop, di cui i Kuryakin sono alfieri consapevoli e pieni di talento.
19 maggio 2008
Hari and Aino - Hari and Aino
Giusto tre mesi fa abbiamo nominato per la prima volta Hari and Aino, anticipando che la Plastilina Records avrebbe presto pubblicato il loro album di debutto (ne parlavamo qui).
Bene, l'attesa è già finita, e il disco, che porta lo stesso nome della band di Stoccolma, ha finalmente visto la luce, in tempo per inaugurare nel modo (musicalmente) migliore la stagione estiva.
I cinque ragazzi svedesi, guidati dalla voce della biondissima Andrea, hanno distillato dieci piccole gemme twee-pop fresche e piacevolissime, sulla scia di gruppi connazionali come The Shermans, The Charade, Stella Rocket, The Tidy Ups o Irene, o degli americani Icicles e Lets Go Sailing: un guitar-pop squillante, dinamico e apparentemente fuori dal tempo, totalmente privo di ombre, morbido e al contempo levigato, dove si parla sempre d'amore in modo ironico e leggero. Difficile trattenere l'entusiasmo ascoltando l'infilata iniziale Gold (or something just as nice), I will leave, Seasons, ma nel complesso non ci sono carte deboli nel mazzo di Hari and Aino, e il buonumore è un effetto garantito.
Insomma, un debutto in grande stile, ma in fondo non avevamo dubbi...
18 maggio 2008
Stars In Coma - You're Still Frozen In Time

Non c'è dubbio alcuno che la Music Is My Girlfriend, fra le tante piccole etichette indipendenti che costellano la Svezia, sia una delle più meritorie, se non altro per averci fatto scoprire artisti come Celestial, Starflower, Annemarie, The San Marinos, tutti dediti alla faccia più delicata e solare del twee-pop.
E non c'è da stupirsi se anche Andrè Brorsson, che è domiciliato in quel di Malmö e si fa chiamare Stars in Coma, ha trovato casa da tempo nella label di Örebro.
You're still frozen in time non è infatti il debutto di Andrè, ma è una sorta di studiato best della sua produzione (edito contemporaneamente in America dalla peruviana Plastilina), insomma una presentazione ufficiale del suo modo fluido, assolutamente artigianale e programmaticamente catchy di fare pop, in un album che mette insieme pezzi conosciuti, rielaborati e reincisi con pezzi più recenti.
La ricetta di Stars in Coma è semplice quanto intelligente, ed assomiglia parecchio a quella dei vari compagni di etichetta, tutti eredi di band storiche come The Field Mice, Felt, Sea Urchins, The Orchids, East River Pipe, Papas Fritas, Razorcuts. Si ascoltano così, una dopo l'altra, tredici melodie primaverili che si stampano subito in testa, fatte di chitarre ariose, drumming essenziale, sapienti pennellate di tastiera ed elettronica minimale, in un'alternanza piacevole che, nel complesso, elimina qualsiasi rischio di ripetizione o noia nei 48 minuti dell'album.
Tutto l'album in straming qui.
Invisibility trick
12 maggio 2008
The Tallest Man On Earth - Shallow Grave

Scordatevi il fatto che Kristian Matsson sia nato e cresciuto in Svezia. Scordatevi persino che Kristian Matsson sia il suo nome: ora si fa chiamare The Tallest Man On Earth, e può darsi che sia pure vero, e magari l'uomo più alto della Terra proprio lui. Scordatevi anche che quello che state ascoltando, Shallow grave, sia un album registrato nel 2008: forse vi hanno giocato uno scherzo, cambiando etichetta a un disco proveniente dalla Anthology of American Folk Music, inciso da qualche misconosciuto hobo statunitense prima o dopo l'ultima guerra.
Eppure, signori, The Tallest Man On Earth è per davvero un ragazzo svedese, e se persino gli americani se ne stupiscono con un'espressione tra l'attonito e l'ammirato, la sua musica deve essere veramente quel piccolo miracolo di cui si comincia a parlare con insistenza.
Se avete già sentito l'omonimo ep d'esordio di Kristian, uscito mi pare un anno e mezzo fa, probabilmente saprete di cosa parliamo: folk per chitarra acustica (o banjo, in perfetta alternanza) e voce sdrucita. Dalle parti dell primo Dylan, certo, ma quello che si esibisce passando il cappello tra i tavoli del Village e si allena a diventare il più grande di tutti studiando i canoni di Guthrie e Leadbelly, non quello delle canzoni di protesta e del successo planetario. Dylan in purezza, senza stravaganze alla Beck o alla Devendra Banhardt, senza sovrastrutture alt-country. E pure una brezza dolceamara di Nick Drake, non fosse che qui si maneggia ruvido cuoio americano e non il velluto della buona borghesia inglese. Il fatto è che il rapido fingerpicking di Matsson è talmente penetrante ed al contempo così leggero che i paragoni vengono sa sè (prendete Where do my bluebirds fly), anche se poi c'entrano fino a un certo punto.
Shallow grave è stato registrato dal vivo, in maniera totalmente analogica: sembra di vederlo Kristian, mentre canta e suona in totale solitudine con un vecchio microfono davanti alla bocca e le bobine che girano lente dentro il più disgraziato e gracchiante dei registratori. Fuori dalla finestra un cielo screziato di nuvole come quello che compare in copertina: un cielo che potrebbe appartenere a Stoccolma così come a Nashville, per quello che ne sappiamo, al 1908, al 1958 o al 2008.
L'uomo più alto del mondo fa viaggiare le sue lunghissime dita sulle corde, e trascina la sua voce roca attraverso paesaggi che raccontano dell'America più profonda e rurale, di distanze, malinconia e delusioni, di amori, partenze e maree, con una poesia senza tempo che evoca il fantasma di Townes Van Zandt. Ed è un po' come se viaggiassimo anche noi, lungo i dieci episodi di Shallow grave: canzoni vecchissime e modernissime, vive, sognanti e strazianti, canzoni dagli stivali lucidi e dalle suole sporche della polvere di mille strade percorse...
It will follow the rain
I won't be found (live)







