17 luglio 2009

Tada Tátà - Tada Tátà EP


Personalmente non ho ben capito se Tada Tátà sia una solista, un duo, o il nome di una band (le notizie che ho raccolto in rete mi fanno propendere per la seconda possibilità). L'unica cosa certa è che il loro EP di esordio è una delle cose più incantevoli che mi sia capitato di ascoltare quest'anno.
Questi ragazzi (e soprattutto ragazze) di Umeå, estremo nord della Svezia, hanno trovato casa presso la piccola Cosy Recordings, minuscola patria del twee svedese a bassa fedeltà (The Budgies, The Garlands, Elenette, ecc.), ed in effetti trovano spazio magnificamente tra tante band dedite al pop gentile ed artigianale.
Tada Tátà EP però sembra avere un fascono ed una marcia in più rispetto alle altre produzioni della Cosy, nonostante i pezzi valutabili siano solo sette (di cui due strumentali).
Probabile che alle prime note di Someone (intro) - mandolino, fisramonica, voce - già sarete innamorati della purezza naif dei nostri, e canzoni di totale grazia folk-pop come Hit the wall, Sticky dumb gum, After school activities, Ebony non faranno che confermarvi il gioioso talento dei Tada Tátà. Apparentemente non vi è nulla di costruito nelle canzoni della band di Umeå, tutto sembra registrato in presa diretta in qualche tiepida cameretta, tra gatti sonnacchiosi e tazze di tè fumante, eppure - ad un ascolto più attento - vi apparirà evidente il lavoro di cesello che sta dietro ad ogni pezzo: la sovrapposizione delle voci femminili, i carillon campestri del glockenspiel, i pochi sapienti sprazzi di ritmica ora elettronica ora analogica, l'uso elegante del violoncello e quello sorridente del pianoforte giocattolo, le melodie fluttuanti, leggere, primaverili e al contempo assolutamente incisive. Una perfetta colonna sonora per chi sogna prati in fiore, cieli azzurri, nuvole da cartolina e alberi ombrosi.
Una vera sorpresa. Da non perdere!

15 luglio 2009

Jeniferever - Spring Tides


Se vi capita di fare un giro sul sito degli svedesi Jeniferever, vi accoglierà un cielo notturno istoriato di costellazioni (le stesse che campeggiano in copertina). Scelta grafica interessante, che già da sola dice parecchio del sound della band di stanza ad Uppsala, in tutto e per tutto evocativo di spazi vasti, illimitati, notturni, sognanti, ad un tempo estatici e malinconici.
No, non è musica pop nel senso in cui la intendiamo di solito (non so perchè, ma quasto mese, prima delle meritate vacanze, recensisco solo musica "triste"...), ma il gruppo di Kristofer Jönson ha davvero un potere immaginativo superiore a quello di molti colleghi di area indie-rock o post-rock. Ascoltate Spring Tide, secondo album dei Nostri, e vi ritroverete in un mondo di atmosfere dilatate, aurore boreali, maree che si alzano e si abbassano con immensa impercettibile energia, luci elettriche che baluginano nella notte, vortici di neve osservati da dietro un vetro, nuvole temporalesche che si allungano all'orizzonte.
Quando si fanno nervosi e chitarristici, i Jeniferever possono assomigliare a certe cose dei Cure, ma le linee melodiche accessibili e l'uso della voce li avvicinano maggiormente all'indie obliquo e intelligente di Death Cab For Cutie e Band Of Horses, mentre fughe e dilatazioni ricordano più Appleseed Cast o i nostri Giardini di Mirò dei sempre troppo citati Sigur Ròs.
La qualità degli arrangiamenti è ovunque molto alta e bisogna riconoscere come i quattro svedesi abbiano preparato con cura la scaletta, evitando rischiose (leggi noiose) divagazioni e tagliando al punto giusto anche i pezzi più estesi.
Da procurare ora e conservare per l'inverno.

10 luglio 2009

Alcoholic Faith Mission - 421 Wythe Avenue


421 Wythe Avenue è l'indirizzo della casa di Brooklyn (potete vederla ritratta nella bella copertina qui sopra) in cui i danesi Alcoholic Faith Mission hanno vissuto durante la creazione del loro ultimo (secondo) album.
Ora, fa una strana impressione parlare di questo disco in piena estate, visto che le undici tracce di 421 Wythe Avenue possiedono un'atmosfera decisamente invernale, tuttavia il disco è appena uscito e ad un freddofilo come il sottoscritto non dispiacciono affatto questi pezzi che evocano lunghi inverni di ghiaccio. Sune Sølund e Thorben Seierø Jensen, la vera anima di Alcoholic Faith Mission, non sembrano in verità avere una predilezione per la forma canzone tradizionale: le loro composizioni hanno una dimensione in generale ampia e lenta e sono costruite attraverso una strumentazione che mette insieme tradizione acustica ed elettronica gentile e discreta. La voce fragile di Kristine Permild (alternata a quella sottile di Thorben) aggiunge poi ai pezzi una leggerezza che contrasta piacevolmente con la gravità notturna dei paesaggi melodici disegnati dalla band. Siamo insomma in un territorio a cavallo di diversi generi: in partenza è evidente un'attitudine quasi cantautorale, ma subito il discorso si allarga abbracciando elementi della musica ambientale, del post-rock, dello shoegaze, del dream-pop, senza mai perdere di vista le radici di un folk-rock crepuscolare e onirico. Un po' come se Sufjan Stevens mischiasse insieme cover dei Sigur Ròs e dei Redhouse Painters , come dei Notwist al rallentatore (scusate gli esempi balzani), oppure - per non andare troppo lontano - come il pop ibrido della svedese We Are Soldiers We Have Guns.
Non è certo l'immediatezza melodica l'obiettivo degli AFM, però pezzi come Gently, Nut in your eye, We all have your shortcomings, Did you eat hanno davvero l'effetto catartico di una carezza lieve e delicata, e lasciano immaginare orizzonti aerei, lontani e incontaminati. Se poi vi annoiano i dieci malinconici minuti di Sweet Evelyn, non avete che da premere il tasto skip e passare oltre: gli AFM vi culleranno con le dolci spire elettriche di Painting animals in watercolors e Guilty scarred eyes o con l'arpeggio rurale e sognante di Someone else.

Guilty Scarred Eyes

28 giugno 2009

Two White Horses - Two White Horses


Non sono certo molti i gruppi svedesi che osano inserire in un proprio album una cover degli Abba. In effetti i successi planetari dei padrini del pop scandinavo sono oggetti piuttosto ingombranti e difficili da maneggiare, a meno che non lo si faccia con uno spirito ironico o addirittura iconoclasta. Stupisce ancor di più quindi scoprire che nell'omonimo disco di debutto dei "seri" Two White Horses campeggia niente meno che la frivola Super Trooper, trattata con spirito artigianale ma con un rispetto completo dell'originale. E stupisce a maggior ragione perchè la celebre amabile sciocchezza melodica degli Abba prende posto in mezzo a lenti ed eterei episodi che sembrano una versione morbida e rurale delle murder ballads di Nick Cave.
Jacob e Lovisa Nyström (quest'ultima presente anche nel "cast" del benemerito progetto Sakert! di Annika Norlin), unici titolari del nome Two White Horses, sembrano avvertire fin dal principio l'ascoltatore che il loro motivo guida è la naturalezza di stampo folk, intesa soprattutto come attitudine musicale, come rinuncia ad ogni apporto esterno, ad ogni abbellimento di produzione, ad ogni aggiunta strumentale fine a sè stessa. Tutto nelle dieci canzoni del disco è suonato dai due fratelli (pianoforte, chitarra acustica, qualche sinth, un violoncello) e ruota elegantemente attorno alle loro voci, con un effetto che spesso ottiene davvero un'atmosfera di magica sospensione (Statues and ponds, Naked natives), interrotta piacevolmente giusto dall'episodio citato e da altre due imprevedibili cover, Tous les garcons et les filles di Francoise Hardy e Good times are gone forever degli Equals, cui si aggiunge la versione pregevolissima di Candy, gioiellino pop della svedese El Perro Del Mar.
Insomma, sono un oggetto piuttosto strano questi Two White Horses, ma è soprattutto questo il loro fascino. Senza dubbio un disco da non sottovalutare.

20 giugno 2009

Björn Kleinhenz - Head Held High On Fearsome Pride


Abbiamo parlato spesso e volentieri di Björn Kleinhenz, che riteniamo uno dei migliori singer/songwriter in circolazione in Svezia. A pochi mesi di distanza dall'uscita di Quietly Happy And Deep Inside, Bjorn pubblica oggi un album speciale in formato digitale, scaricabile dal suo sito per la modica cifra di 3 euro e 70 (nel file troverete anche fotografie, illustrazioni e liriche).
Head Held High On Fearsome Pride contiene 13 canzoni nuove che Kleinhenz ha registrato sullo scorcio tra l'inverno e la primavera scorsi nella casetta rurale in cui si è trasferito con la fidanzata Yrsa e il loro coniglio Humle, nella quiete marinara dell'isoletta di Fårö (la stessa in cui si è ritirato Ingmar Bergman, al largo di Gotland).
Il disco fotografa bene il musicista nel suo quieto isolamento nordico ed ha, per forza di cose, una dimensione interamente artigianale e quasi naif, che si sposa perfettamente con le atmosfere di penombra e tranquillità domestica evocate dai vari pezzi. La ricchezza strumentale dei dischi precedenti qui è solo un ricordo: tutto è immediato ed essenziale, solo voce e chitarra acustica (suonata assai bene, bisogna dire), quasi ascoltassimo dei work in progress in attesa di prendere una forma definitiva. Esperienza che potrebbe lasciare perplesso qualcuno, ma che è invece molto interessante sia per chi ha già apprezzato i lavori di Bjorn, sia per chi ama le canzoni nude e crude nello stile di Isolation Years, Damien Jurado, Josè Gonzalez, etc..
Se acquisterete Head Held High On Fearsome Pride sappiate inoltre che tutti i proventi saranno usati da Bjorn e Yrsa per pagare le cure mediche di cui ha recentemente avuto bisogno il simpatico coniglio Humle. Insomma, è per una buona causa...

15 giugno 2009

Eva & The Heartmaker - Let's Keep This Up Forever


Eva & The Heartmaker è il nome artistico (tra lo sbarazzino, l'ironico e il ruffiano) dietro il quale si nascondono la cantante Eva Weel Skrams ed il chitarrista e produttore Thomas Stenersen. Nascondono, poi, per modo di dire, visto che la zazzera di Thomas e il viso da attrice hollywoodiana di Eva sono sempre in primo piano sulle copertine dei loro dischi.
Un paio d'anni fa, o forse tre, Behind Golden Frames, disco d'esordio dei due norvegesi, si è fatto notare nelle classifiche scandinave, e non solo in quelle rigorosamente alternative. Il che non sorprende affatto, perchè il pop classico, sempre piacevolissimo e fm-friendly del duo sembra nato apposta per arrivare alle orecchie di un pubblico forse non del tutto generico, ma di sicuro più vasto dei soliti appassionati di indie e dintorni.
Diciamo subito che Behind Golden Frames era ben lontano dall'essere un capolavoro, con la sua aurea mediocritas stelle e strisce ed il suo suono fin troppo ripulito (dalle parti delle cose più mainstream di Lene Marlin, giusto per rimanere in Norvegia): uno di quei dischi che ascolti volentieri in diffusione mentre ti aggiri tra gli scaffali di un megastore, ma che difficilmente poi porteresti con te alla cassa.
Let's Keep This Up Forever, opera seconda di Eva & The Heartmaker, riprende ovviamente lo spirito pop del precedente, ma lascia da parte le tracce di stucchevolezza e il sapore dolciastro degli esordi. Ciò nonostante il fatto che l'album nuovo sia prodotto e distribuito da una major.
Fin dall'iniziale Let's hit the road Jack i Nostri ci fanno capire che la bussola è ancora puntata verso gli States e la loro tradizione, verso le hit immortali dei Beatles (soprattutto) e degli Stones, verso l'esay listening intelligente di band come Coldplay o Travis, e ci fanno al contempo pensare ad un parallelo con gli ultimi Cardigans, ugualmente impegnati in una "revisitazione" dei canoni del rock popolare (in particolare) americano. Parallelo che - spiace per Nina Persson e compagni - sembra premiare decisamente la freschezza retrospettiva di Eva e Thomas.
E in effetti lungo tutti i dieci episodi del disco il talento dei Nostri emerge in modo evidente, senza la pretesa di stupire e con l'unico fine di "intrattenere", che è poi lo scopo principale della musica pop da quando esiste. Ecco allora una serie di singoli potenziali, più o meno ammiccanti, più o meno ritmati, a tratti quasi soul, da Charming saxy a A potion of lust, da Superhero a Possible escape possible mistake, nessuno dei quali cambierà il mondo, ma che hanno quasi sempre il tiro giusto e si lasciano bere uno dietro l'altro come bibite gelate e dissetanti. Solo ad un riascolto più attento vi accorgerete poi che c'è un ammirevole lavoro di produzione dietro queste canzoni (nonchè una divertente serie di citazioni e rimandi), il che fa incrementare l'ammirazione per questi due ragazzi norvegesi innamorati del Pop con la P maiuscola, quello che quattro decenni fa - allora sì - ha cambiato il mondo.

09 giugno 2009

The Legends - Over And Over


Vera etichetta di riferimento di tutto l'indie-pop svedese e scandinavo in generale, la Labrador ha scelto nell'ultimo anno di spingersi in modo deciso verso suoni elettronici e sperimentali: ecco infatti il lancio dei vari The Sound Of Arrows, Pallers, Little Big Adventure o l'imminente ritorno dei The Radio Dept.. Nella medesima direzione hanno recentemente mostrato di incamminarsi anche The Legends, la band che ruota attorno a Johan Angergård, ovvero l'anima di due gruppi di culto come Acid House Kings e Club 8, portabandiera del pop alternativo più etereo, retrospettivo e insieme attualissimo (quello appunto che ha reso grande la Labrador Records).
The Legends rappresentano da sempre la faccia più noise e inquieta del songwriting di Angergård, e al contempo quella più imprevedibile (vedi infatti la svolta kraftwerkiana di Facts and figures).
Over And Over
, quarto lavoro sulla lunga durata dei The Legends, sembra oggi trovare un'equilibrata mediazione tra le diverse spinte centrifughe che hanno caratterizzato il gruppo nei diversi anni della sua vita artistica: ci sono infatti episodi gentili e floreali che potrebbero uscire da un disco degli Charades o degli Acid House Kings (Monday to saturday e Jump per esempio), altri dominati da chitarre distorte e trapananti, e poi misurate sortite elettroniche, melodie nervose che ricordano i primi Radio Dept., ovattate divagazioni dream-pop e rasoiate post-punk, citazioni dello shoegazer e delle band Sarah e Creation, di Jesus and Mary Chain, dei Pastels, dei Comet Gain. Su tutto ovviamente l'immediatezza melodica (deciamente di gusto sixtie) di cui Johan Angergård è maestro indiscusso e che emerge con forza anche nei momenti maggiormente elettrici e spigolosi.
Insomma, Over And Over è una specie di bignami di vent'anni e forse più di pop-rock alternativo, sapientemente declinato da uno dei musicisti più intelligenti che la scena indie svedese possa vantare.

03 giugno 2009

Liechtenstein - Survival Strategies In A Modern World


Nel 1986 la redazione del New Musical Express mise insieme una compilation di gruppi britannici cosiddetti "indipendenti" e allegò la cassettina (siglata C86) al settimanale. La critica musicale normalmente attribuisce a quell'evento la funzione di "atto di nascita dell'indie-pop", il che forse non è del tutto vero, ma di certo corrisponde ad un momento storico (il conservatorismo della Thatcher al potere e gli "alternativi" Smiths e Jesus & Mary Chain sorprendentemente nelle classifiche di vendita) in cui il pubblico del pop ha preso coscienza del fatto che esisteva anche una "dark side" indipendente rispetto ai lustrini delle major, e che in fondo non era per nulla dark, anzi... Molto si è scritto del C86 (movimento? stile? canone? seme gettato nel futuro dell'indie?), e non starò ad annoiarvi oltre, tuttavia confesso che è sempre una sorpresa scoprire che ci sono tanti ventenni in giro che sembrano sapere tutto della questione, sono andati a ripescare dischi di band scomparse da (almeno) quindici anni e, imbracciata la chitarra elettrica, suonano esattamente come se fosse ancora il 1986 o giù di lì.
Le Liechtenstein, terzetto di fanciulle di Goteborg, corrispondono in pieno all'identikit, e adesso che pubblicano il loro primo album dal titolo (bello e autoironico) Survival Strategies In A Modern World, si candidano come una delle band più interessanti in un momento in cui sembrano fiorire, di qua e di là dall'oceano, decine di gruppi che si ispirano dichiaratamente alle istanze del C86, alla sua essenzialità stilistica, alla sua gentile rudezza, al suo spontaneismo artigianale. Naemi, Renèe ed Elin suonano come i Talulah Gosh di Amelia Fletcher, come i The Siddeleys - ritmi uptempo, cori e melodie sbarazzine - ma hanno personalità e gusto retrospettivo sufficienti per dare varietà di umori e luminosità alle loro canzoni, mescolando dolcezza e ruvidezza per nove episodi parimenti interessanti (durata media 2 minuti e 30, giusto per intenderci). Su tutti l'adorabile freschezza di Postcard (a me ricorda i Free Loan Investments, tanto per rimanere in Svezia) e la grazia acustica alla The Softies di The end.

25 maggio 2009

Hiawata! - These Boys And This Band Is All I Know


Il titolo del secondo album dei norvegesi Hiawata! suona come una ironica dichiarazione di poetica musicale: These Boys And This Band Is All I Know, come dire che è inutile stare a cercare tante somiglianze, visto che il gruppo basta a sè stesso. Forse sarà anche vero, e di passi in avanti rispetto al buon esordio di un paio d'anni fa (dal titolo ugualmente strambo e torrenziale They could have been bigger than Hiawata!) i cinque ragazzi di Oslo ne hanno fatti di certo, lavorando per definire il loro stile e per ripulire la ruvidezza lo-fi degli inizi.
Impossibile affermare però che l'indie-pop degli Hiawata! somiglia solo a sè stesso, considerata la naturalezza con la quale si inserisce in quel filone di pop-rock alternativo che va (oggi) dai Band of Horses ai The Shins e (ieri) dai Folk Implosion ai Teenage Fanclub.
Insomma, stiamo parlando di guitar pop dalla forte gradazione melodica, energetico e refrigerante come un ghiacciolo alla menta in una giornata di solleone, amabilmente disimpegnato e rigoroso nel richiamare i "maestri" (americani e scozzesi) del genere; lo stesso in fondo di tante band scandinave come i precursori Broder Daniel e Popsicle, e poi Shout Out Louds, Cats On Fire, I Was A King, Lacrosse, Niccokick, etc..
Gli Hiawata! non sono certo dei geni o degli innovatori, ma possono vantare una capacità melodica fuori dalla media (il singolo Valley boys è un potenziale successo da chart alternativa ed è giusto lì in attesa che qualche college radio statunitense ne faccia uno degli anthem dell'estate, e lo stesso discorso potremmo fare per Chocolate for breakfast e That's the spirit, per Lightning of the sun e Animal) ed una sincerità di fondo che non racchiuderà straordinari contenuti ma è sempre e comunque leggera e trascinante.
Indispensabile come genere di conforto per l'estate. E non dimenticate di procurarvi il disco d'esordio, l'ep Blacks On Blondes e l'album Valley Boys (download gratuito qui!) in cui una lunga e interessantissima serie di artisti norvegesi suonano cover degli Hiawata! (la versione acustica di Animal fatta da Dylan Mondegreen è un gioiello, così come quella di Fightz offerta da Ingeborg Selnes, per non parlare dei grandissimi My Little Pony che fanno propria la ballata Nora Lee).



18 maggio 2009

Friday Bridge - Bite My Tongue


Come ben sapete non amo particolarmente gli incroci tra pop ed elettronica: pura questione di gusto personale, niente di preconcetto e oggettivo. Semplicemente l'elettro-pop tende ad annoiarmi velocemente, per quanto sia fatto in modo colto e raffinato.
Sono quindi il primo io stesso a stupirmi del fatto che da un paio di settimane nelle mie cuffie continua a passare volentieri il nuovo album dei Friday Bridge, Bite My Tongue.
Ylva Lindberg e Niklas Gustafsson hanno alle spalle un disco d'esordio, Intricacy, che un paio d'anni fa ha collezionato recensioni entusiastiche un po' ovunque grazie al suo fascino maliziosamente retrò e francofono corredato da tastierine barocche, clavicembali, archi sintetici e frivolezze assortite, tra la freschezza yèyè delle melodie e calcolati riferimenti stilistici ai Saint Etienne. Ho riascoltato Intricacy di recente e confesso di trovarlo ancora indigesto: limite mio evidentemente, forse perchè non riesco a cogliere a pieno l'ironia e lo spirito di modernariato che lo animano.
Discorso diverso per Bite My Tongue: i Nostri sembrano aver cambiato sensibilmente rotta, hanno eliminato gli orpelli e il nostalgico manierismo sixtie, e in definitiva hanno dato vita a una compatta serie di canzoni taglienti e incisive, dove l'elettronica e i sinth sono usati come struttura portante, ma non prendono mai il sopravvento, nè ricamano merletti attorno ai pezzi in nome di un estetismo snob.
Lo stile che ne deriva è molto simile a quello di Lykke Li: meno giocoso ed artificioso delle produzioni precedenti, molto più sensuale, sottilmente oscuro e inquieto, incentrato sul groove e sulle elaboratissime geometrie di ogni pezzo, senza però perdere un'oncia dell'immediatezza melodica che è il marchio di fabbrica della ditta Friday Bridge.
Nascono così canzoni di notevole fascino e potenza come Horror of horrors, Tourner la page, Partners in crime, il primo singolo There's no doubt ed il nuovo Shangai shipping, mentre l'unica concessione barocca è confinata al delicato minuetto Once you said goodbye.
Indubbiamente un disco interessante.

Shangai shipping

11 maggio 2009

Anna Järvinen - Man Var Bland Molnen


Cosa c'è nella musica di Anna Järvinen che la rende così bella, affascinante, particolare, in definitiva unica? Un paio d'anni fa il disco d'esordio Jag Fick Feeling colpì la critica intera per la sua matura e al contempo freschissima eleganza, abbastanza lontana dalle prove gradevoli ma poco personali dei Granada, band storica di Anna: era un disco non immediato, di quelli che crescono ascolto dopo ascolto e ti rapiscono con una forza misteriosa, di quelli che ti ricordano sempre i canoni della tradizione ma - te ne rendi conto a mano a mano che lo approfondisci - la stanno reinterpretando, o meglio rinnovando con una naturalezza sorprendente. In verità, pochi dischi possiedono queste caratteristiche: li trovi sulla tua strada ogni tanto, per caso, e magari sulle prime non ti sei nemmeno accorto di quanto erano importanti. Poi, capiscoi che ti hanno segnato...
Ecco, Jag Fick Feeling è stato uno dei dischi svedesi "importanti" degli ultimi anni, ed il fatto che sia rimasto tesoro di pochi appassionati (le liriche sono tutte in svedese, per altro...) da un lato ne ha preservato la purezza, e dall'altro fa rimpiangere la scarsa o nulla fama che gode questa eterea ragazza ormai trentenne, di origine finalndese ma residente a Stoccolma.
Man Var Bland Molnen arriva a due anni di distanza dall'esordio solista esattamente come si era presentato quest'ultimo: in punta di piedi, timidamente, quasi per paura di disturbare. Gustav Ejstes, chitarrista degli psichedelici e sperimentali Dungen, ha lavorato con Anna alle sue nuove dieci canzoni, che vivono della medesima diafana luminosità nordica che emanavano quelle che già conosciamo. La Järvinen in fondo è una cantautrice tradizionale, legata alle forme del folk-pop più delicato ed intimista (adesso mi viene in mente un'altra artista poco conosciuta ma rivalutata di recente, Vashti Bunyan), e al contempo ogni cosa che canta e scrive si muove in un'atmosfera senza tempo e dai confini per nulla segnati, dove l'America profonda incontra e si fonde in modo totale con il folk del Nord Europa, senza perdere mai di vista l'appeal melodico e con un'apertura costante ad altri svariati influssi.
Ejstes ha evidentemente contribuito alle chiare sfumature blues presenti qua e là nel disco (Är det det här det handlar om ad esempio) e, in generale, ad un'energia chitarristica in parte nuova nello stile di Anna, tuttavia il fascino di queste canzoni morbide e insieme inquiete, semplici e complesse, travolgenti e gentili (sentite Tänker inte säga mer e ditemi se non ci sono tutte queste caratteristiche in contemporanea), lo può rivendicare con decisione la stessa Järvinen, con il suo innato talento compositivo.
La dolcezza crepuscolare di Anna - della sua voce, del suo modo garbato e insieme risoluto di porgere ogni canzone - è il tratto distintivo di tutti i brani dell'album, dalla lieta, serena, solare apertura di Låt det dö e Äppelöga (la grazia campestre dell'armonica dylaniana, suonata dalla stessa Järvinen, può far cambiare il meglio il vostro umore anche nelle giornate più buie e in definitiva vale da sola il viaggio), alla malinconia di piano e violoncello di Boulevarden e Såhär, screziate di jazz e accorate nel loro sottile lirismo; dal profumo di Faiport Convention e Nick Drake dell'intensa, raffinatissima Ruth, alla ballata conclusiva Naktmusik, che suona un po' come il manifesto musicale di Anna, con la sua fluttuante leggerezza folk.
Se poi Man Var Bland Molnen valga più o meno di Jag Fick Feeling è un discorso in verità difficile e forse piuttosto superfluo in cui imbarcarsi, e che forse interesserà solo a quelle poche dozzine di persone che hanno avuto la pazienza di scovare questi piccoli gioielli nella rete (a poco prezzo, davvero, fate uno sforzo...). Ciò che accomuna i due dischi di Anna Järvinen alla fine sapete cos'è? Per me è la bellezza. Punto e basta. Quel genere di bellezza che non si percepisce in superficie, che non sai nemmeno definire a parole, ma che c'è: rara, preziosa. A volte basta solo saperla cercare...

Låt det dö (live)

07 maggio 2009

Lacrosse - Bandages For The Heart


Un paio di anni fa This New Year Will Be For You And Me, disco d'esordio degli stoccolmesi Lacrosse, si è conquistato il titolo di disco dell'anno su questo blog. Forse obiettivamente non era il lavoro migliore uscito in tutto il 2007, ma la contagiosa energia pop dei sei svedesi mi aveva accompagnato per mesi senza un attimo di stanchezza.
Bandages For The Heart, seconda prova dei Lacrosse (ancora per la tedesca Tapeete), giunge quindi attesissima da queste parti, e per fortuna non delude (anche se in verità l'effetto sorpresa del primo disco oggi è ovviamente saltato).
La formula dei Lacrosse è immuatata dai loro esordi, anche se oggi è leggermente più spigolosa e muscolare: le melodie sono coinvolgenti, orecchiabili e uptempo, le voci di Nina e Kristian fanno sempre a gara per sormontarsi a vicenda, la ritmica - salvo un paio di episodi più intimi e riflessivi - è instancabile e ballabile, le chitarre potenti e avvolgenti, glockenspiel e tastierine spuntano qua e là a riempire ogni possibile vuoto, le liriche sono immancabilmente torrenziali e ironiche.
Insomma: c'è tutto quello che ci ha fatto innamorare dei Lacrosse, della loro straripante solarità, del loro stravagante, spontaneo e sovrabbondante wall of sound. E c'è ancora quell'atteggiamento di umiltà artigianale che faceva sembrare il loro disco d'esordio un piccolo prodigio emerso direttamente dalla cantina di casa, anche se qui dietro la consolle ha preso posto nientemeno che Jari Haapalainen, produttore indie di fama ormai europea.
L'impressione generale - e qui avrà influito la saggezza del produttore - è di un album fatto di canzoni più asciutte ed essenziali rispetto all'immediato passato, senza però perdere le caratteristiche essenziali del suono distintivo della band. Non ci sono forse tante perle come nell'esordio, ma pezzi amabili e adrenalinici come We are kids, All the little things that you do, I see a brightness, It's always sunday around here, Song in the morning sono tutti potenziali singoli di successo che dei pubblicitari intelligenti potrebbero saccheggiare a mani basse (un po' come hanno fatto con i Thin Things, che ai Lacrosse un po' somigliano).
Da non perdere, ovviamente...


Lacrosse - We Are Kids