28 maggio 2016

Beverly - The Blue Swell [ALBUM Review]

The Blue Swell è senza dubbio uno dei dischi indie pop di cui sentiremo più parlare nel corso del 2016. I Beverly, band di Brooklyn - capitale ormai riconosciuta dell'indie pop - hanno già un album alle spalle (Careers, del 2014) e si reggevano sulla diarchia Frankie Rose (Vivian Girls, Crystal Stilts, Dum Dum Girls) - Drew Citron. La Rose nel frattempo ha scelto vie artistiche diverse, così il marchio Beverly è rimasto alla ex compagna Citron, che ha imbarcato nel progetto il produttore/chitarrista Scott Rosenthal e ha lavorato per dare al gruppo un suono più immediato e levigato rispetto agli esordi, mantenendo ovviamente intatto il proprio cuore noise pop. 
Il risultato della piccola rivoluzione in seno alla band ha in effetti portato i suoi frutti, perchè The Blue Swell, per ogni amante di quel genere che dai Jesus & Mary Chain e dallo shoegaze scende (o sale) fino al dream pop cristallino dei Pains Of Beeing Pure At Heart, sembra una sorta di manuale della sua musica preferita. 
Se lo spettacolare singolo Crooked Cop (candidatura doverosa a canzone dell'anno!) a molti ha ricordato i Teenage Fanclub in versione femminile, grazie alla sua impeccabile orecchiabilità jangly, le altre nove canzoni del lotto non sono da meno, richiamando i Fear Of Men (l'algida inqueitudine di Lake House), i Breeders (l'iniziale Bulldozer), gli Alvvays (la più rallentata e avvolgente South Collins), i già citati maestri Pains (Kip Berman ha messo le mani su Victoria, e si sente), e ancora gruppi come Kid Wave e Westkust che abbiamo amato l'anno scorso. 
Insomma, lungo tutti i 38 minuti di durata dell'album c'è davvero da godere senza sosta, in un paesaggio sonoro notturno illuminato da chitarre scintillanti e melodie di energica dolcezza.



25 maggio 2016

Dylan Mondegreen - Every Little Step [ALBUM Review]


Sono passati quasi dieci anni da quando un ragazzo norvegese che si faceva chiamare Dylan Mondegreen debuttò con un album, While I Walk You Home, che fece innamorare quasi tutti della sua raffinata delicatezza (e della sua ammiccante copertina). 
Børge Sildnes nel frattempo è cresciuto, ha messo su famiglia, ma ha portato avanti il suo alter ego musicale con sponatnea naturalezza, facendone anzi lo specchio dei piccoli e grandi mutamenti che la vita gli ha messo davanti, che sono poi la materia costante trattata nelle sue liriche.
Arrivato oggi al quarto album, Every Little Step (titolo che sembra proprio fare riferimento al quotidiano autobiografismo tanto amato da Mondegreen), il norvegese continua lungo la sua strada di quieta e rilassata luminosità cantautorale, che potrebbe ricordare i connazionali I Kings Of Convenience ma ha lunghe e solide radici soprattutto nel soft rock da Jackson Brown in giù e nell'elegante gentilezza dei Belle & Sebastian. Nessuna sorpresa allora nei dieci episodi del disco, che sunonano ugualmente morbidi e piacevoli e sono prodotti con una essenziale ma attentissima cura dei particolari. 


21 maggio 2016

Go Cozy - Glaziao [ALBUM Review]

Pare che la parola Glaziao, nel gergo dell'isola di Puerto Rico, nella quale è cresciuto il leader dei Go Cozy Homero Salazar Andrujovich, stia ad indicare la condizione perfetta per uscire in mare a fare surf. Come se, in fondo, l'album di debutto della band di Washington DC, fosse una sorta di concept incentrato su un'idea di estiva rilassatezza, di chill out crepuscolare ambientato idealmente su una spiaggia baciata dall'ultimo tiepido sole della giornata. Fin dall'iniziale Mind Ruins i Go Cozy aprono davanti all'ascoltatore orizzonti vagamente onirici, increspati dallo scampanellare delle chitarre, dilatati dalle rimtiche quasi ipnotiche, colorati dai riflessi dorati del sinth e resi preziosi dall'armonia leggera delle voci di Homero e Maria Sage. 
Al di là di ogni etichetta di genere - chiamiamolo tranquillamente dream pop se volete - è evidente che la band ha lavorato sodo (diversi anni, se è vero quello che si legge in rete) per ricercare un suono che sia perfettamente personale, e non si può negare che Glaziao riesca nell'impresa, creando atmosfere ovunque liquide e avvolgenti, senza perdere di vista l'innervatura guitar pop di tutti i pezzi e trovando negli episodi migliori (Silver Lining, Without You Around, Our Best Reflections, Body Boarding) delle dinamiche che sfiorano la perfezione formale e si nutrono di un'aerea leggerezza. 




18 maggio 2016

Lost Tapes - Let's Get Lost [ALBUM Review]

Già da qualche anno, in quel di Barcellona, RJ Sinclair e Pau Roca hanno unito le due rispettive carriere (in verità piuttosto diverse; Roca lo conosciamo come membro dei veterani dell'indie spagnolo La Habitacion Roja) in questo progetto chiamato Lost Tapes. Alcuni singoli usciti nei mesi scorsi hanno concentrato una notevole attenzione attorno all'indie pop nostalgico e raffinatissimo prodotto dai due musicisti. 
Let's Get Lost, l'album di debutto dei Lost Tapes uscito ora per Mushroom Pillow, conferma alla grande l'ottima impressione che avevamo davanti all'intrigante e avvolgente eleganza di canzoni come Girls e Go For The Round
Sinclair e Roca sembrano conoscere bene la storia degli stili musicali che frequentano, dal C86 e dai New Order al pop formalmente ineccepibile degli Air, passando per la complessa delicatezza dei Field Mice, dei Blueboy, dei primi Primal Scream. Sovrapponendo con equilibrio chitarre jangly, elettronica essenziale, dinamiche linee di basso, drum machine e voci, i Lost Tapes spalancano dieci paesaggi di morbida, sognante e levigata leggerezza, non lontani da quelli dello scandinavo Azure Blue. 

Bandcamp

15 maggio 2016

Holy Now - Sorry I Messed Up [EP Review]

Un mese fa il singolo Wake Up ha imposto con prepotenza il nome degli Holy Now come grande promessa del prolifico indie pop nordico. In effetti il pezzo, con le sue chitarre frizzanti, il suo ritmo spedito, la sua struttura aperta e una melodia tanto catchy quanto intelligente, ha fatto subito pensare ad una versione scandinava degli Alvvays, creando una certa attesa nei confronti della giovanissima formazione di Goteborg. 
Sorry I Messed Up, l'EP di debutto degli Holy Now, non tradisce le speranze, rivelandoci però un volto della band leggermente diverso da quello che ci aspettavamo: meno incline alla three minute song e decisamente a suo agio in una dimensione psych pop più dilatata nei tempi e attentissima ai particolari, in cui la voce di Julia Olander serve da collante in una serie di lunghi brani in cui non mancano divagazioni strumentali e costruzioni sapientemente articolate. 
Un paragone con la musica abilmente retro dei Sunflower Bean non sembra scorretta, ma gli svedesi sembrano tenere all'orizzonte soprattutto l'eleganza formale dei Jefferson Airplane, mescolando cura formale e immediatezza in un mix davvero affascinante. 




 

11 maggio 2016

Mulligrub - Soft Grudge [ALBUM Review]

L'album di debutto dei Mulligrub è uno di quei dischi in cui ti imbatti assolutamente per caso: non hanno un'etichetta alle spalle, vegono dalla remota provincia canadese (Winnipeg) e non è nemmeno tanto facile reperire informazioni in rete su di loro. Eppure Soft Grudge è, a mio parere, uno degli album più belli usciti quest'anno, così fresco e vitale nella sua spontaneità artigianale da arrivare direttamente al cuore. Kelly Campbell e i suoi due compagni d'avventura dal punto di vista stilistico si piazzano dalle parti di un indie pop dinamico ed essenziale, chitarra-basso-batteria, ruvido appena quanto basta per dare ad ogni canzone una dimensione indie di grande immediatezza, cantautorale nella cura di certi particolari (le liriche autobiografiche, le armonie, alcune soluzioni di scrittura non scontate) che danno al suono dei Mulligrub una marcia in più a tante band simili che affollano la scena nord americana. 
Le dieci canzoni si spartiscono tra momenti più vigorosi trascinati dall'esuberanza vocale della Campbell (l'iniziale Canadian Classic, che è la mia preferita del lotto, la più complessa e sofferta Europe e l'ampia e trascinante Anyways However) ed altri marcatamente melodici (su tutte la splendida NFLD, con la sua evoluzione interna, ma anche quel gioiellino che è Man In The Moon) che ricordano da vicino la produzioni di artiste come Waxahatchee o Eskimeaux. 

07 maggio 2016

Soda Fountain Rag - Extra Life [ALBUM Review]

Ragnhild Hogstad Jordahl è di casa in Italia: qui (al Red Carpet Studio di Brescia) ha registrato la sua ultima fatica Extra Life, e dalle nostre parti ha di recente fatto qualche data per presentare le canzoni nuove.
Personalmente non sono mai stato un vero fan della sua creatura atistica Soda Fountain Rag, quindi mi sono accostato al nuovo album (l'ultimo, Reel Around Me, è addirittura del 2010!) con un po' di scetticismo. Scetticismo che si è sciolto quasi subito, davanti a canzoni di geniale semplicità come Whisper Me Away, I Go Too Far, Oh Oh (probabilmente la cosa migliore che Ragnhild abbia mai scritto in carriera e che qui vale l'intero lavoro), Pretty Girls Make Mojitos, che si fanno davvero amare fin dal primo ascolto. 
Fin dagli esordi, alla musicista di Bergen serve poco per strutturare una canzone: una melodia spontanea e cantabile come quelle che scriveva Amelia Fletcher ai tempi degli Heavenly, un po' di profumo floreale sixtie, un'ironia leggera, una chitarra, una melodica e una drum machine esenziale, due minuti due di durata. 
Le canzoni di Extra Life, pur mantenendo inalterato lo spirito naif e SarahRecords-alike tipico di Soda Fountain Rag, sembrano però trovare la quadratura in una raggiunta maturità stilistica, anche attraverso una produzione intelligente che offre ad ogni episodio una personalità propria, rinunciando in parte al diy per ottenere un suono più pieno e complesso (An Then What? e It Fell Apart ad esempio). 



06 maggio 2016

Pity Sex - White Hot Moon [ALBUM Review]

Non del tutto shoegaze, non del tutto noise pop, i Pity Sex confermano con il loro secondo album di essere in qualche modo ancora a metà del guado nella costruzione del loro stile, spartendo con voluta equità carezze e rasoiate. Le dodici canzoni di White Hot Moon cuciono insieme una chiara propensione melodica (incarnata soprattutto dalla voce delicata di Britty Drake) su un ruvido tessuto di chitarre distorte, con risultati che strappano gli applausi quando la dialettica forza/dolcezza è messa in evidenza (Burden You, Bonhomie, September, Dandelion) e convincono meno quando i toni si fanno più oscuri. 
L'impressione è che il gruppo di Ann Harbor abbia un talento particolare nel tessere trame dream pop innervate di elettricità (c'è qualcosa nell'aria da quelle parti, dagli Stooges in giù), accelerando qua e là i ritmi con notevole efficacia, ma che non lo sfrutti del tutto, forse per paura di levigare in eccesso gli angoli del proprio suono. 


 

02 maggio 2016

A Novel Resort - Island Of Atlas [EP Review]

Succede indubbiamente qualcosa al secondo 25 di Everything We Ever Hoped, il pezzo che apre questo EP di debutto di A Novel Resort. Qualcosa che ha a che fare con aeree chitarre jangly, pennellate di sinth, vasti paesaggi che si spalancano, nuvole, leggerezza, romanticismo. La stessa sensazione che si ha ascoltando le canzoni di Tobias Isaksson / Azure Blue, che è il maestro di questa jangly-tronica cristallina e avvolgente al tempo stesso. 
Come Azure Blue, anche Michael Kornbeck, il musicista che sta dietro al progetto A Novel Resort, è scandinavo, danese per la precisione, e non stupisce che sia un membro dei Northern Portrait, una delle band che nell'ultimo decennio ha meglio interpretato il lascito artistico degli Smiths, con eleganza e cura dei dettagli. 
In effetti nei quattro episodi di questo Island Of Atlas ritroviamo la medesima temperie melodica raffinatamente nostalgica, immersa in un suono liquido di grande eleganza formale che si rispecchia perfettamente anche nello stile vocale accorato di Kornbeck.


29 aprile 2016

Sheer - Uneasy [ALBUM Review]

Sono arrivato a scoprire i losangelini Sheer per vie traverse, ascoltando l'omonimo e piacevolissimo EP dei Grave School, la band parallela della cantante e chitarrista Gina Amalguer. In verità i Grave School, che hanno un versante marcatamente power pop, sono senz'altro più vicini alle corde che tocchiamo solitamente in questo blog, tuttavia Uneasy, l'album degli Sheer uscito qualche mese fa, è obiettivamente una spanna sopra per costruzione ed ambizione.
I 5 densi minuti dell'iniziale Monochrome accolgono l'ascoltatore investendolo subito con i poderosi muri di chitarre di taglio shoegaze che sembrano essere la caratteristica distintiva del suono della band, immergendolo in una ipnotica tempesta elettrica dove la voce della Amalguer guida con delicatezza la melodia in un paesaggio notturno e a tratti inquietante.
Il resto del lavoro sembra spartirsi in due: pezzi più aperti, ad un tempo muscolari ed immediati, debitori senz'altro della lezione di Jesus & Mary Chain e che potremmo catalogare come dream pop, come Ojaj, Bored To Death, Mask, Cursed Again e Uneasy (sono la cosa migliore del lotto), ed altri che abbassano le luci e spingono verso le linee geometriche del post rock (Orion). Siamo, se volete,  dalle parti dei compagni di etichetta Funeral Advantage, ma con un mood decisamente più oscuro.



Se invece vi interessano di più i Grave School (Disconnect è un pezzo formidabile):