18 novembre 2009

Jens Carelius - The Beat Of The Travel


Per un appassionato della musica di Nick Drake - quale io sono - ascoltare le prime note di The beat of the travel, pezzo che apre il disco omonimo di Jens Carelius, è stata un'esperienza che non provavo più da molto tempo. Quei ricami di chitarra acustica, quella melodia morbida canatata da una voce quieta e timida, quella caomplicata semplicità che è folk ma non è soltanto folk... Insomma, tutto faceva pensare in modo straordinario allo stile irripetibile dell'indimenticato musicista di Stratford on Avon. Un motivo in più per tenere le orecchie ben aperte affrontando il secondo album di questo (per me) sconosciuto cantautore norvegese.
Contrariamente alle attese, però - e per fortuna - Jens Carelius è ben lungi dall'essere uno dei tanti imitatori barra emuli di Drake, e già le canzoni successive alla prima (la gradevolissima e retrospettiva Face of a dream, molto Crosby Stills & Nash, e poi il blues mosso e raffinato di Faces leaving on a train, che potrebbe essere Dylan o Van Morrison) ci fanno capire che il ventisettenne di Sandvika ha fatto buoni ascolti e ama rimetterli in gioco tutti nelle sue composizioni, con una cura notevole per i particolari (liriche comprese) ed un rispetto assoluto per quelli che appaiono essere i suoi "maestri", dal citato Drake (citato anche nell'elegante malinconia di Chaney) a Cat Stevens, Bert Jansch e Leonard Cohen (sentire la magnifica The visit o la successiva All the good ones... per credere).
Al di là dei modelli, comunque, è soprattutto la bellezza di queste dieci canzoni a colpire e convincere, su tutte l'obliquo fascino dylaniano di The talent, a testimonianza di un talento veramente ammirevole e nel complesso piuttosto personale, in una scena nordica (uno su tutti per rappresentarla: Josè Gonzalez) che mostra di nutrirsi ogni giorno di più di cantautorato inglese e americano e al contempo sembra non percepirne la lontananza temporale.
Gradita scoperta.

06 novembre 2009

Friska Viljor - For New Beginnings


Quattro anni fa Bravo! ha fatto conoscere in giro il nome degli stoccolmesi Friska Viljor. Il disco d'esordio proponeva un'originale forma di indie-rock nervoso e gioiosamente melodico al tempo stesso, una sorta di Libertines o di Shout Out Louds ibridati con elementi folk e profumi balcanici, operazione forse non sempre a fuoco ma dotata di indubbio fascino e personalità.
Dopo l'interessante opera seconda Tour de hearts, Daniel Johansson e il compare Joakim Sveningsson tornano con un ulteriore equilibrato ma sensibile cambio di orientamento.
For New Beginnings
(titolo forse programmatico) si apre in effetti, con Die die die, in una dimensione folk rurale, spontanea, corale e coinvolgente che fa pensare al grandissimo norvegese (ahimè scomparso) St.Thomas oppure a Sufjan Stevens e ai Fleet Foxes, per poi virare subito verso il pop semplice e solare di If i die now, che potrebbe appartenere al repertorio tanto di un Montt Mardiè quanto di un Pelle Carlberg. Qualche sapore di est Europa si sente ancora, per esempio nel riuscito indie-valzer Hey you e nell'incedere saltellante dell'irresistibile Wohlwill Strasse (ecco, se volete una prova del felice ibrido concepito dai FV ascoltate questa canzone!), o nell'uso, qua e là, di mandolino e fisarmionica, ma è soprattutto nel crescendo dei ritornelli, nel renderli potenti e immediati, che i Friska Viljor dimostrano di essere cresciuti moltissimo nel corso della loro breve ma prolifica storia artistica: lo dimostrano chiaramente l'esuberanza melodica dei pezzi già citati, nonchè delle successive Hibiskus park, Manwhore, People are getting old, che ci ricordano da vicino i nostri amati Marching Band (che, tra parentesi, stanno registrando con Jari Haapalainen), oppure i celebrati folk-poppers Herman Dune, e manifestano una sapiente complessità di arrangiamenti. Altrove poi i Nostri ci fanno addirittura venire in mente la raffinatezza sorniona dei migliori Concretes (sentite I want you) e concludono con un gioiellino di pregevole fattura come Should i apologize, che potrebbe essere dei Fanfarlo come di Billie The Vision.
Insomma, al di là di tante somiglianze più o meno occasionali, i FV si piazzano esattamente a metà fra l'onnivora e retrospettiva scuola pop scandinava e la poderosa scena folk-rock di cantautori e gruppi nordici di ispirazione "americana": una posizione che permette loro di attingere in fondo il meglio da entrambe le linee (disimpegnata la prima, più "seria" la seconda), rappresentando una soluzione dotata di originalità e di ironia leggera e piacevole, colorata poi da apporti musicali decisamente "particolari" ma mai preponderanti.
Da non perdere per nessun motivo!

28 ottobre 2009

The Tiny - Gravity & Grace


Dato statistico: un buon ottanta per cento dei dischi di cui parliamo in questo blog sta dalle parti di un pop più o meno solare e "leggero". In parte è una scelta personale, certo, ma la cifra rispecchia un'idea di musica popolare che in Svezia e dintorni è dominante, persino nel mondo delle etichette indipendenti. Insomma, è quel genere di pop che gli scandinavi sono tanto bravi a fare, e grazie al quale molte band si fanno conoscere oltre frontiera.
Poi però ci sono gruppi/artisti che viaggiano decisamente su un'altra strada: singer/songwriters ombrosi o intimisti, band che sperimentano soluzioni originali e meno immediate, e gruppi difficilmente inquadrabili (per scelta deliberata) come The Tiny.
Ellekari Larsson e Leo Svensson, coppia nella musica e nella vita, non sono certo due esordienti: hanno lunghe gavette e due album alle spalle, l'ultimo dei quali, Starring someone like you (2006), è stato unanimemente recensito come poco meno di un capolavoro. Gravity & Grace arriva a tre anni di distanza già carico di molte aspettative, ed anche per questo motivo è uno di quegli album che va ascoltato e riascoltato in modo attento per coglierne appieno il valore e le sfumature.
Diciamo subito che lo stile peculiare dei Nostri rimane immutato: la voce magica, accorata, versatile di Ellekari resta al centro di composizioni melodicamente complesse e composite, attorno alle quali fioriscono arrangiamenti di grande eleganza, che però oggi sembrano decisamente meno barocchi e ambiziosi del passato e preferiscono un dialogo essenziale fra cantato, pianoforte e violoncello (in fondo lo "scheletro" musicale dei The Tiny), allargando di volta in volta il discorso ad altri strumenti (fiati, glockenspiel, ecc.).
Fin dall'iniziale Last weekend, Ellekari e Leo puntano tutto ad una dimensione emotiva cantautorale, finalizzata ad ottenere il massimo con il minimo materiale sonoro (voce e piano, per l'appunto), giocando con abilità sull'alternarsi di pieni e vuoti, lento e veloce, e raddoppiando l'effetto soltanto con il crescendo "spettrale" dei cori.
Il copione è sostanzialmente lo stesso per gli altri dieci pezzi, che disegnano un mondo notturno di radi ma splendenti bagliori, dove l'intimismo quasi confidenziale delle liriche e delle melodie emerge in rapidi e coinvolgenti climax, tra folk onnivoro ed obliquo e colte reminiscenze classiche.
Inutile ripetere i soliti paragoni: a tratti le canzoni dei The Tiny possono ricordare da vicino Tori Amos (Ten years per esempio, almeno nel principio), i Cocteau Twins, Kate Bush, Joanna Newsom oppure, per rimanere in Svezia, Anna Ternheim, Britta Persson, Anna Järvinen e Frida Hyvonen. Tuttavia il fascino delle composizioni di Ellekari e Leo è ormai svincolato da ogni modello e l'ex Talk Talk James Webb, chiamato come produttore, ha in effetti rispettato nel profondo la peculiarità dei The Tiny, tenendo la mano leggera e assecondando la forza originaria ed essenziale di ogni canzone.
Nel complesso Gravity & Grace - per altro titolo quantomai azzeccato e aderente al suo stile concreto ed aereo al tempo stesso - è un album maturo e privo di momenti deboli, concluso poi in modo sontuoso quanto inaspettato con la cover di Pet sematary dei Ramones, rilettura originalissima e davvero memorabile, con la voce di Ellekari che quasi si rompe e uno sghembo violoncello da film horror.

21 ottobre 2009

Lake Heartbeat - Trust In Numbers


Non abbiamo ancora finito di tessere le lodi dell'elettronica "umanistica" dei misteriosi JJ, ed ecco che un altro gruppo svedese si mette sulla stessa scia luminosa di quel gioiellino intitolato N°2. Si tratta dei Lake Heartbeat, combo di Stoccolma che ruota intorno ai musicisti e produttori Janne Kask e Dan Lissvik e che incide per la Service, piccola label dai gusti decisamente eclettici che vanta nel suo roster niente meno che Jens Lekman.
Trust In Numbers, disco d'esordio dei Lake Heartbeat, allo stesso modo dell'album dei JJ viaggia veloce sui binari di un pop che nel motore mette nella stessa misura elettronica e strumenti suonati, calibrato artificio da programmatori e purezza artigianale, secondo uno schema collaudato che può rifarsi ai "maestri" francesi Air o ai tanti artisti della scena indie-elettronica scandinava.
Le dieci canzoni che ci troviamo a fluttuare intorno possiedono un cristallino fascino '80s, ma si tengono ben lontane da ogni tentazione realmente retrospettiva: con le loro melodie ampie e sussurrate, con la morbidezza dei sinth che avvolge l'intreccio delle chitarre acustiche e il beat discreto ma penetrante, con la loro aria leggermante svagata, da risveglio in una mattina d'estate, i pezzi dei LH ci portano - pur con diversi mezzi - nello stesso mondo quieto e atemporale evocato recentemente dai Kings Of Convenience.
Se vi piacciono le atmosfere tiepide, color pastello, elegantemente demodè di Club 8, Acid House Kings, El Perro Del Mar, Friday Bridge, Air France, non perdetevi Trust In Numbers.

Blue planet

12 ottobre 2009

Egil Olsen - Nothing Like The Love I Have For You


Ultime notizie dalla vita di Egil Olsen: a due anni di distanza dall'esordio I'm A Singer/Songwriter, il Nostro sembra aver appeso le scarpe da busker al chiodo, si è sposato e - in attesa di mettere su famiglia per davvero - ha registrato un album nuovo, dal titolo iper-romantico Nothing Like The Love I Have For You.
Se il primo album era un vero e proprio inno al cantautorato più intimista e delicato, questo secondo lavoro vede Egil in una solitudine casalinga ancora più assoluta, violata in rarissimi episodi dal timido apporto strumentale di qualche amico o dalla voce di Jenny Hval (Rockettothesky) che fa i cori in Hard work and fate. Fin dall'iniziale 1000 songs è chiaro ed evidente lo stile "cuore in mano" che Olsen ha eletto a suo marchio di fabbrica: voce sottilissima e timida, un organo elettrico, una chitarra acustica arpeggiata con sapiente lentezza, qua e là una lap steel a sottolineare i momenti più languidi, affiancata magari ad un breve sipario di fiati gentili (esemplare il pezzo che dà il titolo all'album) o a degli archi drakeiani (Dot). I testi, da parte loro, fanno il resto, parlando sommessamente d'amore in modo talmente naif, quotidiano e sincero da superare ogni accusa di ingenua banalità.
Insomma, il mondo fragile e notturno di questo barbuto trentenne di Oslo è in fondo lo stesso di cui ci siamo innamorati due anni orsono, ma mai come ora sembra pienamente maturo e ricco di piccole e grandi sfumature, inanellando uno dopo l'altro quattrordici episodi (di durata invero molto contenuta) di nuda bellezza, che fanno la corte al folk americano, a tratti somigliano tantissimo agli Eels di Dasies of the galaxy (Sleep with you, I just don't care anymore) e potrebbero esere accostate con facilità all'eleganza rurale di Sufjan Stevens, ma in definitiva riflettono soprattutto l'anima fiorita di Egil, sempre in bilico tra uno spontaneo romanticismo e una giocosa e leggera (auto)ironia.



07 ottobre 2009

Kings Of Convenience - Declaration Of Dependence


Non hanno fretta i Kings Of Convenience, e non c'è da sorprendersi di questo: è un po' la loro filosofia di vita, il loro modo onesto e spontaneo di tirarsi fuori dalle pressioni da cui il mondo del pop non è certo esente. Non pare vero che siano passati otto anni da Quiet is the new loud e ben cinque dall'ultima fatica Riot on an empty street, eppure è così. Per tanto tempo siamo rimasti senza la musica di Erlend ed Eirik, ma in fondo è come se fossero stati sempre con noi: basta rievocare - e parlo per me - quante volte li ho tirati in ballo su questo blog per paragonare il loro stile ormai canonico a quello di qualche nuovo artista.
Bene, Declaration Of Dependence è il terzo album dell'inossidabile duo norvegese, ed il titolo sembra stare lì apposta a ricordarci che, al di là dei progetti laterali (soprattutto di Erlend) e dei lunghissimi silenzi, i due amici si divertono ancora a suonare insieme come se si fossero conosciuti l'altroieri (e non nel 1986, come narrano le biografie ufficiali).
Ascoltate l'arpeggio placido di 24-25, pezzo che apre il disco, ascoltate la morbida consonanza delle voci, il disegno pulito di una melodia di nuvole su un orizzonte marino. Ecco, sono i Kings Of Convenience del 2009, ma potrebbero essere quelli che nel 2001 fecero parlare di sè il mondo con solo due voci e due chitarre acustiche. Insomma, Erlend ed Eirik sembrano vivere in luogo che il tempo non tocca, nè le mode: una qualche cameretta affacciata sul cielo, in una qualche città che potrebbe essere la natia Bergen ma anche qualsiasi altra città del mondo.
Pronta la critica, allora: i KOC non sono capaci di cambiare, i KOC sono sempre perfettamente uguali a sè stessi, dal primo all'ultimo secondo della loro musica.
Sbagliata la prima affermazione: i KOC semplicemente non vogliono cambiare perchè non ne sentono il bisogno: anzi, se nei dischi precedenti le percussioni e qualche inserto strumentale aggiungevano elementi al quadro, ora restano solo i due protagonisti al centro della scena, "nudi" con il loro stile "nudo" fra le dita e nelle corde vocali. Giusto un violoncello (Boat behind, la deliziosa Peacetime resistence) o qualche tocco di piano appaiono sullo sfondo, ma non è su di loro il fuoco.
Corretta la seconda affermazione, almeno ad un ascolto superficiale, ad un approccio incapace (per mancanza di tempo o per gusto personale) di fermarsi sulle sfumature. Certo, è difficile tenere alta l'attenzione per 13 pezzi, ma i KOC sono così, prendere o lasciare. Se si mettessero a fare jazz o rock o sperimentassero soluzioni etniche o elettroniche non sarebbero più loro.
Le loro composizioni nascono evidentemente da un lavoro di cesello raffinatissimo (pensate solo a come si fondono ritmica e arpeggio in ogni canzone, che si regge senza apporto percussivo o di basso) ed oggi i due norvegesi sembrano volerci mostrare il risultato delle loro fatiche senza orpelli, così come è uscito dalle loro dita, in una dimensione sonora essenziale che ricorda in modo impressionante non tanto gli epigoni Simon & Garfunkel quanto il genio dell'ultimo Nick Drake, quello di Pink moon .
Se già amate i KOC, nei tredici episodi del disco ritroverete in pieno il talento unico di Erlend ed Eirik: le loro melodie leggere, eleganti, profumate talvolta di esostismo, le trame acustiche intrise di serena malinconia, le atmosfere sognanti e sospese, la sensazione di una piacevole atarassia, di una dimensione in cui possiamo chiudere il mondo fuori e osservarlo da lontano senza che ci possa fare male. Non ci sono, forse, singoli "forti" come una Toxic girl o una Misread, ma la stoffa di cui sono fatte le canzoni di Declaration of dependence è la stessa, e le stesse sono le mani (abili) che l'hanno confezionata, prendendosi tutto il tempo necessario.
Se, come loro, non avete fretta, un disco imprescindibile.



30 settembre 2009

[ingenting] - Tomhet, Idel Tomhet


Gli [ingenting] sono senza dubbio una band particolare. Esistono da più di sei anni, hanno pubblicato due album e diversi ep con l'etichetta indipendente più celebre della Scandinavia (la Labrador), possono vantare decine di recensioni mai meno che entusiastiche ed un piccolo ma solido seguito in patria. Eppure è uno di quei gruppi che tendiamo a dimenticare che esista. Forse perchè disdegnano l'inglese in nome della loro lingua madre. O forse per lo stesso atteggiamento schivo dei sei ragazzi di Stoccolma: niente promozione sulla rete, niente sito internet (giusto questo, attivo da poco, ma provate a rintracciarlo con google...), lunghi silenzi tra un disco e l'altro, niente videoclip o altre trovate più o meno pubblicitarie. Non a caso "ingenting" in svedese significa "niente", a testimoniare però un intento più timido e volutamente sottotraccia che marcatamente nichilista.
Tomhet, Idel Tomhet ("vuoto, nient'altro che vuoto"), terzo album degli [ingenting], non giunge però del tutto inatteso, visto che lo scorso agosto Pitchfork (ninentemeno!) ha dato risalto al singolo Halleluja!, spendendo parole di stupita lode nei confronti di questa (per loro) sconosciuta band di idioma svedese. E in effetti non è necessario parlare svedese per apprezzare la frizzante e vigorosa cascata melodica che ci investe appena mettiamo l'album nel lettore: Halleluja! è un lasciapassare pop valido in tutti i paesi del mondo con la sua gioiosa sarabanda elettrica corredata di campane a festa nel finale, e sarebbe un asso nella manica perfetto per lanciare la band su un palcoscenico internazionale. Ma, tant'è, a sud di Malmo se la godranno in pochi e i Nostri non sembrano preoccuparsene molto...
Abbiamo già avuto modo di dire (qui) che gli [ingenting] sono una delle band più talentuose dell'intero panorama nordico: di certo sono la più sottovalutata. Se vi lasciate trascinare dal terzetto che apre il disco (la citata Halleluja!, poi le veloci Medan vi sov e Ge tillbaka det) avrete già un saggio del migliore pop svedese degli ultimi anni: scintillante, solare ed energetico, memore dell'insegnamento dei Popsicle, dei Broder Daniel o dell'impetuoso Hakan Hellstrom (Led mig hem, episodio 5 del disco, potrebbe essere davvero uno dei migliori pezzi di catalogo dell'estroso musicista svedese). Con la successiva Dina händer är fulla av blommor gli [ingenting] rendono però il gioco molto più serio, dilatando tempi e spazi e affidando alla voce di Sibille Attar (degli Speedmarket Avenue) e al fluire dei cori la suggestione di un'atmosfera crepuscolare e sognante. La stessa che ritroviamo nella liquida Blanka blad, sapiente costruzione a strati che fluttua attorno al cantato ripetitivo di Christopher Sander, e nella conclusiva Låt floden komma, struggente ballata per voce e pianoforte che cresce a poco a poco e si sfalda in un'aria elettrica.
I 52 minuti del disco scorrono veloci e ispirati, in un territorio che sta al di fuori dei generi, alternando momenti più atmosferici ed altri decisamente giocosi (il cantato infantile di Satans högra hand, la svagata leggerezza di Tack, il dinamismo di Lång väg, che ricorda tanto le glorie passate dei connazionali Kent quanto lo stile scampanellante dei Coldplay).
Alla fine Tomhet, Idel Tomhet dà veramente l'impressione di un lavoro maturo, vario, immediato ed emozionante, semplice e complesso al tempo stesso, equilibratissimo nella produzione, che dosa essenzialità indie-rock e innesti corali/strumentali con mano ferma e sapiente (è quella di Jari Haapalainen, un nome una garanzia). Insomma una delle cose più belle e intense che abbiamo avuto modo di ascoltare in questo 2009. Una grandissima e innegabile conferma.

Halleluja! mp3

23 settembre 2009

Dylan Mondegreen - The World Spins On


A due anni esatti dal promettentissimo esordio intitolato While i walk you home, torna oggi il norvegese Dylan Mondegreen con il suo secondo album The World Spins On.
Facile evocare il nome di Paddy McAloon e dei suoi Prefab Sprout, ascoltando le canzoni morbide e cantabili di Børge Sildnes, amabilmente fuori moda e senza mai un capello fuori posto. Dylan Mondegreen, alterego artsistico di Sildnes, vive in un mondo dove il pop è una carezza amichevole e serena, e le sue canzoni parlano invariabilmente d'amore, mescolando romanticismo e malinconia con mano delicata, senza eccedere in una direzione o nell'altra. Attorno alle melodie apparentemente semplici (molto McCartney, in verità) che il Nostro canta con voce gentile e confidenziale, Børge disegna con grande equilibrio le traiettorie strumentali più funzionali all'atmosfera di volta in volta tratteggiata: giusto qualche virgola di chitarra elettrica, un arpeggio di banjo, archi leggeri o sognanti, il pianoforte a mettere ogni tanto i puntini sulle i.
Trent'anni fa avrebbero catalogato Dylan Mondegreen con l'etichetta soft-rock (la stessa messa addosso a James Taylor o Jackson Browne) e forse qualche suo pezzo avrebbe finito per riscuotere una briciola di successo. Oggi la sua musica soffice ed avvolgente rischia invece di rimanere schiacciata tra accuse di leziosità revivalistiche e l'atemporalità essenziale degli osannati connazionali Kings Of Convenience, di cui Sildnes condivide l'atteggiamento e il gusto melodico, ma non lo stile. Insomma, rischia di passare inosservata (un po' come gli inglesi Ben & Jason, pure molto somiglianti a Mondegreen, che erano bravissimi e sono evaporati dopo tre album), il che è un peccato, perchè il talento di Børge è innegabile quanto la sua eleganza demodè. In definitiva un album bello, senza acuti e al contempo senza cedimenti. Da non perdere.

14 settembre 2009

New Found Land - We All Die


Alla fine l'autunno è arrivato all'improvviso. Mentre riprendo in mano l'attività del blog, fuori dalla finestra il cielo è grigio e piovoso per la prima volta da settimane. Clima perfetto per parlare di questo We All Die, che è il disco d'esordio di un duo di Goteborg dal nome New Found Land.
Conoscevamo Anna Roxenholt e Karl Krook da un pezzo, grazie ad alcuni interessanti pezzi fatti circolare in rete, ed ora che possiamo valutarli sulla misura dell'album la nostra stima nei confronti dei due svedesi si consolida decisamente.
Fin dalle iniziali It would mean the world to me e Rooftops è evidente che i Nostri prediligono atmosfere acustiche e in penombra, lasciando che siano soprattutto le armonie vocali a dare colore alle loro malinconiche melodie. Con la successiva Leave it behind i New Found Land fanno subito capire di cavarsela molto bene anche con sonorità più elettriche e marcatamente indie, ma già dalla splendida, oscura e sognante In colour l'ascoltatore viene immerso nel mood intimista e delicato che, in definitiva, contraddistingue l'intero lavoro e che regala canzoni di grande emozione come le "romantiche" By your side e All the nights, indubbi saggi di notevole talento compositivo.
E' evidente che il linguaggio dei New Found Land è quello del folk, rivisitato con una sensibilità colta e ispirata che potremmo avvicinare ad artisti e gruppi scandinavi come Josè Gonzalez, Amandine, The Little Hands Of Asphalt, We Are Soldiers We Have Guns, Loney Dear, Winter Took His Life, giusto per fare qualche nome. Insomma: tradizione, intimismo e una leggerissima spruzzata di innovazione, che qui può essere testimoniata dall'uso occasionale della drum machine a spezzare i canonici quattro quarti o dai sapienti inserti strumentali (il sax della citata By your side ad esempio).
I New Found Land non propongono alla fine dei conti particolari novità nel panorama scandinavo, ma sarebbe un vero delitto ignorare queste nove canzoni, tutte di luminosa ed essenziale bellezza. Perfette, come abbiamo già avuto modo di dire, per l'autunno che arriva a lungi passi.

27 agosto 2009

Mùm - Sing Along To Songs You Don't Know


C'è un filo solido ed evidente che lega i numerosi grupi/artisti islandesi che abbiamo avuto modo di scoprire nell'ultimo decennio: Sigur Ròs, Olafur Arnalds, Amiina, Rokkurrò, Hjaltalin, Seabear, Emiliana Torrini, Slowblow, per nominare i principali. O meglio molti fili, abilmente intrecciati a formare una lunga corda gettata simbolicamente oltre l'oceano che isola l'isola di ghiaccio, verso l'attenzione del pubblico europeo, americano, mondiale. C'è il filo della sperimentazione, e insieme quello delle radici folk, il filo della musica più eterea e quello del rifiuto della forma canzone tradizionale, il filo dell'espressione più atmosferica ed emozionale, quasi drammatica e quello di un'impercettibile ironia che c'è ma noi non islandesi non la capiamo, il filo della ricercatezza intellettuale e quello di un amore per la melodia tipicamente pop. Tanti ingredienti che ci permettono di delineare i contorni di una "scena" che forse esiste solo nella nostra immaginazione di appassionati di musica, ma che è pure capace di sfornare continuamente cose nuove, belle, intertessanti, uniche e particolari.
I Mùm tra le band citate sono sicuramente dei capofila, e oggi, con l'uscita di
Sing Along To Songs You Don't Know, il gruppo è giunto a pubblicare il suo quinto album, con ampia risonanza internazionale e (involontarie?) anticipazioni apparse in rete da alcuni mesi.
Il pezzo che apre il disco, If i were a fish, ci suggerisce immediatamente che qualcosa è ulteriormente cambiato nel mondo affascinante e magmatico dei Mùm: la melodia folkeggiante, sorniona e delicata che informa la canzone non ci sorprende - è tipica dei Nostri - ma è proprio il fatto che possiamo chiamarla senza remore "canzone" a meravigliarci positivamente. Ovviamente nelle dodici tracce dell'album la sperimentazione analogica/elettronica cara ai Mùm non manca (rumorismi vari, drum machine essenziale, campionamenti di suoni "quotidiani"), ma più spesso che nei lavori precedenti (gli ultimi due specialmente) l'orizzonte naif e onirico disegnato dalla multiforme band islandese ha i colori del folk-pop indipendente di marca acustica (vedi Sufjan Stevens o Noah and The Whale), prova ne siano pezzi di immediata gradevolezza come Profecies & reversed memories, Hullaballabalù, Last shapes of never, Illuminated e soprattutto il gioioso ed eclettico mantra di Sing along.
Accanto a questi, una serie di quadri malinconici in chiaroscuro e dai tratti spesso sfumati ad arte, dove prevalgono comunque strumenti "classici" (il pianoforte, il glockenspiel, gli archi emozionanti di A river don't stop to breathe e quelli avvolgenti della obliqua ninnananna Blow your nose) e le voci maschili/femminili si alternano e duettano con sommessa e al contempo angelica grazia.
Molti (non la critica in genere) hanno spesso accusato i Mùm di essere parimenti talentuosi e inguaribilmente noiosi nella riproposizione della loro formula magica.
Sing Along To Songs You Don't Know, pur non esente da una certa prolissità congenita al gruppo, è però la prova di un atteggiamento meditato e sensibilmente diverso, che magari scontenterà la critica ma conquisterà qualche nuovo adepto.

16 agosto 2009

JJ N°2


Negli ultimi mesi nessun disco scandinavo ha raccolto recensioni entusiastiche e pluristellate in mezzo mondo come il secondo album dei JJ, siglato semplicemente N°2 (il primo in realtà era un 7" con due pezzi uscito all'inizio dell'anno). Forse il mistero che circonda la band (si dice che sia un duo, qualcuno ipotizza che siano i compagni di etichetta Tough Alliance sotto mentite spoglie) ha contribuito a creare una piccola hype intorno ai JJ - Pitchfork è il loro sponsor numero uno - ma è in fondo sbagliato fermarsi troppo a speculare sull'identità di questi talentuosi creatori di melodie con queste melodie nelle orecchie.
La Sincerly Yours, label di Goteborg che pubblica N°2, ha un taglio pop-elettronico nelle sue produzioni, e i JJ si inseriscono perfettamente nel mood degli artisti dell'etichetta svedese, Air France e Honeydrips ad esempio.
Cos'hanno allora i JJ in più rispetto agli altri? Difficile definirlo a parole. Può darsi che suoni un po' provocatorio (per gli appassionati di pop elettronico) dire che i JJ suonano elettronico ma non sembra affatto, ma oggettivamente è così: lo provano l'uso costante della forma canzone, l'ultilizzo di strumenti analogici insieme ai sinth e al campionatore, la scelta di ritmiche sempre leggere, l'attitudine artigianale della produzione, che ottiene una sorprendente eleganza sonora puntando ad un'estrema semplicità. Insomma, non fosse per l'architettura sintetica dei pezzi, la calda e aggraziata voce femminile che canta lungo l'intero album fa pensare poco ai modelli elettro-pop che conosciamo e molto alle cose migliori del twee-pop svedese, dai "modernisti" Club 8 ai "classici" The Charade e Acid House Kings.
A rendere il tutto più unico e succulento, c'è poi la capacità formidabile di mescolare senza soluzione di continuità delicati profumi esotici (i Caraibi di Things will never be the same again), sereni ed evocativi paesaggi marini (From Africa to Malaga), calibratissime divagazioni onirico/psicotrope (il singolo Ecstasy, una sorta di Born Slippy passata per le mani dei Royksopp), soffici ballate acustiche che oseremmo definire romantiche (Are you still in Vallda?, la conclusiva Me & Dean, apparentemente registrata live, voce e chitarra), eterei carillon (My love) che si sfaldano e si ricompongono come nuvole in corsa (Intermezzo), arrivando a fondere i diversi ingredienti nel candido spleen di My hopes and dreams e nella liberatoria Masterplan. Nove pezzi in tutto - 26 minuti la durata - da scoltare rigorosamente tutto d'un fiato, visto che ogni momento si compenetra con l'altro, sviluppando da una canzone all'altra invisibili fili melodici, lirici e strumentali.
Gran disco, senza dubbio, diverso da tutto quello che abbiamo ascoltato quest'anno (e non solo). L'unico difetto è che, alla fine, ci resta la voglia di attribuire a dei nomi e cognomi le meritate lodi per questo piccolo sfavillante gioiello pop.

08 agosto 2009

Belle Who - Can't Whistle When You Smile


Pigro ritorno dalle vacanze. Anche nel panorama scandinavo poco si muove: i pezzi grossi (vi dico solo un nome: Kings of Convenience!) aspettano settembre, e così in questo post di quasi ferragosto andiamo a scoprire un'artista finlandese che fino a ieri non avevo mai sentito nominare. Ottima scoperta, in verità...
Lei si fa chiamare Belle Who, viene da Helsinki, e Can't Whistle When You Smile è il suo album di debutto. Non sono riuscito a reperire molte altre informazioni su Belle, ma quello che ho ascoltato mi sembra abbastanza per inserire a pieno titolo la finlandese nella nutrita lista delle cantautrici scandinave di serie A.
La personalità musicale di Belle Who - che mi immagino sia piuttosto giovane e che ha una voce piacevole ma per ora poco riconoscibile - è ovviamente ancora in divenire e bisogna dire subito che non emerge in maniera prepotente dalle tracce del suo primo disco, tuttavia il livello sempre molto alto del suo songwriting promette bene per il futuro.
Oggi di Belle Who si possono facilmente indovinare i gusti musicali, sui quali la Nostra ha costruito ogni canzone dell'album. Qualche accostamento allora è d'obbligo: l'understatement pop di Jonna Lee (I had a dream, No control), l'elettronica cool e sbarazzina di Lykke Li (il primo ammiccante singolo Boy, ma anche la più squadrata Caramel), lo stile ormai canonico di artiste come Tori Amos / Anna Ternheim (Hitch-hiking hearts, The lights are gone but you keep shining), qualche concessione al pop luminoso di Marit Bergman (Sunday) e alle liriche buffe e intelligenti di Miss Li (Coke & brandy). Su tutte la conclusiva Dice, piccola perla che in superficie può ricordare le cose migliori di Aimee Mann o le ultime produzioni di Nina Persson, ma brilla decisamente di luce propria. E forse è racchiusa proprio qui la personalità di cui parlavamo.