10 novembre 2019

Young Guv - GUV I & II ALBUM

C'è stato un tempo - ormai un quarto di secolo fa, è strano pensarci - in cui le classifiche dei dischi erano dominate da band come i Teenage Fanclub, i primissimi Oasis, i Lemonheads, che rivificavano in modo più o meno sfrontato o spontaneo le chitarre jangly di byrdsiana memoria e il power pop senza tempo dei Big Star e rendevano tutto terribilmente fresco e contemporaneo. E' durato poco, ma è un po' come se lo spirito timido e nascosto delle band della Sarah Records e dintorni all'improvviso si fosse affacciato a Top Of The Pops (con sommo disgusto - lo ricordo bene - dei puristi dell'indie). 
Per il canadese Ben Cook, già chitarrista dei Fucked Up, è come se quella breve stagione non fosse mai passata davvero, e la sua creatura solista Young Guv sta a testimoniare in modo programmatico che quel modo di scrivere e suonare canzoni pop è ancora vivo e vegeto, per quanto meravigliosamente fané
Tra agosto e ottobre è uscito GUV I & II, che nient'altro è se non un unico ampio album diviso in due puntate. Nella prima Ben Cook sembra un Elliot Smith che registra in cantina canzoni dei Teenage Fanclub, ed è uno spettacolo! Nella seconda gli stili si moltiplicano e la produzione è più pensata, mantenendo intatta la base, e il nostro vira qua e là su un easy listening funkeggiante tanto piacevole quanto spiazzante. Il risultato complessivo è ingombrante per volume (19 pezzi) ma si beve quasi in un solo sorso come una bibita dolce e frizzante. 

03 novembre 2019

Great Grandpa - Four Of Arrows ALBUM

Capita quasi sempre che le sorprese più belle vengano all'improvviso, quando e dove meno te lo aspetti. E' il caso del nuovo (secondo) album dei Great Grandpa, Four Of Arrows, che non solo testimonia una salto in avanti pazzesco rispetto agli esordi, ma al contempo ritrae la band di Seattle in una forma artistica che non temo di definire "stato di grazia".
Plastic Coughs, primo disco di Alex Menne e compagni, afferrava con forza quasi adolescenziale un nodo di urgenza comunicativa e lo gettava addosso all'ascoltatore senza in realtà dipanarlo: c'era alla base un power pop nutrito di Weezer, Pixies, Rilo Kiley, Third Eye Blind, The New Pornographers ed altre cento cose che fanno rumore e allo stesso tempo scintillano melodiche, tutto molto interessante e molto aggrovigliato. 
Four Of Arrows, che arriva due anni dopo ed è il frutto di una produzione mirata proprio a sciogliere quei fili senza perderne la forza comunicativa, risolve in modo così naturale ed efficace lo stile dei Great Grandpa, da farci pensare che all'improvviso è sbocciato un gruppo destinato (insieme ai Big Thief ed altri che non nomino qui) a segnare la sua impronta nella scena indie del decennio che va a iniziare. 
Dark Green Water, il pezzo che apre i 44 minuti dell'album, è una perfetta cartina di tornasole dell'idea musicale dei Great Grandpa: la struttura non è lineare, accelera e rallenta, ruggisce di elettricità e a tratti si silenzia a preparare un crescendo promesso che sembra non raggiungere mai del tutto l'apice, poggiando su una sezione ritmica (Carrie Goodwin e Cam Laflam) che sa essere solida e articolata. La voce di Alex - dolcissima e amarissima, sempre sul punto di rompersi, prepotentemente viva - funziona come collante fondamentale fra i capitoli della canzone stessa, ed è sempre lei che ci accompagna, senza soluzione di continuità, dentro il singolo Digger, che è il primo capolavoro del disco e spinge fino in fondo il climax emotivo costruito fin dal primo secondo dell'album. Qui è chiaro che i Great Grandpa stanno prima di tutto raccontando una storia - e lo faranno in ognuno degli undici episodi - e l'architettura di chitarre acustiche e poi distorte e poi di nuovo arpeggiate e infine irte come un muro attorno alla voce della Menne è in realtà la trama della novella intimamente dolorosa che stanno narrando. 
Se la successiva raffinatissima English Garden ha una dimensione quasi cameristica, con i suoi inserti di archi e la sua andatura quietamente rapsodica, con la morbida e ampia Mono No Aware i Great Grandpa tracciano la loro personale via al dream pop, rallentando i ritmi e riempiendo le trame placidamente inquietanti della canzone con suoni elettronici e voci sovraincise. Le chitarre tornano cristalline in Bloom, che è l'unico vero pezzo esplicitamente pop del lotto, nella struttura canonica e nel potenziale melodico, con una sorprendente e scenografica coda strumentale. Dopo la pausa contemplativa di Endling, dove ascoltiamo solo il pianoforte atmosferico di Pat Goodwin, i formidabili due minuti e mezzo di Rosalie - con l'incipit dimesso, l'inusuale schema tripartito e il crescendo inesorabile e quasi inatteso del finale (e qui siamo davvero dalle parti dei migliori New Pornographers) - fanno di nuovo alzare dalla sedia. E non ci si siede più: Treat Jar con la sua sfrontatezza da hit college rock anni '90 tiene alti i giri. Human Condition, con la sua costruzione franta e multicentrica ricorda le prime cose dei Great Grandpa. Split Up The Kids racconta in una dimensione folk ipnotica e commovente una parabola sul tempo che passa (la penna è quella, ispiratissima, della bassista Carrie Goodwin). La conclusione - Mostly Here - non può che essere nuovamente affidata alle montagne russe emozionali di un episodio che ha l'ambizione di spingere la propria durata e i propri orizzonti spaziali ben oltre i sei minuti. 
Album dell'anno, senza discussioni. 





27 ottobre 2019

Night Flowers - Fortune Teller ALBUM

Quanto sono cresciuti i Night Flowers dai loro esordi, circa cinque anni fa. Fin dai primi travolgenti singoli con la voce di Sophia Pettit (ricordiamo che all'inizio la formazione era diversa) hanno scritto di prepotenza il loro nome nel gotha dream pop, definendo poco alla volta il proprio stile largo e scenografico, fatto parimenti di miele ed elettricità. 
Il primo album Wild Notion, uscito l'anno scorso, mostrava l'ambizione di un gruppo che sentiva evidentemente una significativa urgenza comunicativa ed al contempo la voglia di evolvere dal lato formale: grandi melodie, quindi, e una cura produttiva che agli esordi non poteva ancora esserci. 
Il secondo album della band inglese arriva ancora carico di quella stessa urgenza e soprattutto di una rinforzata sensibilità pop, che spinge verso arrangiamenti di esibita (e un po' sorniona) nostalgia degli Ottanta, che a molti magari non piacerà, ma pazienza. 
I Night Flowers di Fortune Teller lavorano per arrotondare ogni possibile spigolo e pigiano a fondo il pedale melodico, già evidente nel piacevolissimo singolo che dà il titolo all'album (vero trait d'union con la loro produzione precedente) e ancor di più nel secondo estratto Night Train, che gioca di atmosfere e mette sotto le luci brillanti dei riflettori un duetto fra Sophia e Greg Ullyart. Negli altri sei episodi - diciamolo subito: non epocali, ma sempre convincenti - i nostri si muovono con la consueta grazia tra ricordi degli ultimi Fleetwood Mac e synth alla Cure (l'elegantissima Lotta Love), una formidabile strizzata d'occhio all'FM Rock (i due minuti semplici e perfetti di Merry-Go-Round), un delizioso bozzetto voce chitarra registrato all'impronta (Perfect Storm), due pezzi in cui tutte le scelte stilistiche dell'album sembrano annodarsi nel morbido dinamismo che è da sempre la forza trainante dei Night Flowers (Carry On e I Loved You (Such A Long Time)) ed una coda ipnotica e sognante (No Coming Down). 
Non so dire in verità se Fortune Teller sia un vero passo in avanti per una band che di passi avanti ne ha già fatti innumerevoli e non ha più bisogno di dimostrare il proprio valore. Certamente è la fotografia di un gruppo che sta cercando una posizione che sfugga all'etichetta forse troppo facile di dream pop e che in definitiva sta a suo modo sperimentando, con equilibrio e prudenza, delle strade parzialmente nuove.
Comunque un disco imprescindibile. 




23 ottobre 2019

Basement Revolver - Wax and Digital EP

Da diversi anni i canadesi Basement Revolver sono uno dei punti inamovibili della scena dream pop e si sono costruiti la fama di essere una versione più scenografica ed emozionale degli Alvvays (che, per altro, sono loro concittadini). 
Al di là dei paragoni, che sono sempre un po' impietosi, Chrisy Hurn e compagni mostrano nei sei pezzi del nuovissimo EP la consueta maestria nel mescolare momenti di sfrigolante climax elettrico ed altri di sognante morbidezza (Have I Been Deceived What Are You Waiting For testimoniano la crescita evidente della band), senza perdere per un solo secondo quell'immediatezza melodica e quella rotondità sonora che sono i loro veri marchi di fabbrica. 


19 ottobre 2019

Billow - Seascape ALBUM

Non mi è capitato di ascoltare molti gruppi provenienti dalla Repubblica Ceca. L'unico che conservo nel mio archivio sono i Miou Miou, autori di un indie pop esplosivo (e cantato stranamente in francese) che nel 2006 si è tradotto nel loro primo e (mi risulta) ultimo disco.
Cechi sono anche questi Billow, che pubblicano oggi il loro secondo album Seascape, votato a un dream pop eclettico ed elegantissimo. L'avvolgente singolo Meridian, che apre in modo sontuoso il disco, rappresenta in modo efficace lo stile della band di Praga e ne contiene già le caratteristiche forti: la voce eterea e fascinosa di Lenka Zbořilová, l'impasto elettro-acustico, morbido e baluginate delle chitarre, la struttura fluttuante e onirica, la raffinatezza ambiziosamente ricercata, l'umore notturno. 

14 ottobre 2019

Big Thief - Two Hands ALBUM

E' passata giusto una manciata di mesi dall'uscita di U.F.O.F, il terzo album dei newyorkesi Big Thief, e già la band di Adrianne Lenker è pronta a stupirci con un nuovo lavoro. Stupirci è il verbo giusto quando si parla dei Big Thief, perchè il vero marchio di fabbrica del gruppo sembra essere la sua incatalogabilità: folk nell'anima, indie rock nell'indole sperimentale, pop come propensione nascosta ma irrinunciabile. 
Chiusi in uno studio nel deserto a qualche miglio dalla frontiera messicana, i Big Thief creano, suonano, registrano in presa diretta, quasi senza post-produzione, alla ricerca di un'essenzialità di scrittura che riflette evidentemente il luogo che hanno scelto e si distanzia dalla vitale foresta nordica in cui avevano realizzato l'album precedente. Come a sottolineare ancora una volta il legame fra la loro musica umanistica, densa ed emozionale e la Natura che ci sta attorno.
Come sempre la voce di Adrianne Lenker ha qualcosa di impressionante e miracoloso, per la sua innata capacità di rendersi interprete di ogni più minuta intenzione dei suoi pezzi. I suoi tre compagni le girano attorno con una grazia scabra, mescolando elettrico ed acustico e smussando in qualche modo la forza quasi disturbante del suo sofferto e torrenziale songwriting
I dieci episodi, uno dopo l'altro, abbracciano, travolgono, esaltano, inquietano, accarezzano, colpiscono senza pietà e immediatamente consolano, sembrano provenire da un territorio senza tempo e senza confini, da una frontiera ideale della grande musica americana e al contempo dallo scrigno segreto di una cantautrice a suo modo timida e introversa. 
Un album semplicemente formidabile.



09 ottobre 2019

Suggested Friends - Turtle Taxi ALBUM

Turtle Taxi è il secondo album dei Suggested Friends, quartetto a trazione femminile che vanta tra i suoi membri anche Emma Kupa dei Mammoth Penguins al basso. 
Il guitar pop spigliato e muscolare della band inglese può essere in effetti accostato all'altra band di Emma, o ancor meglio al punk gentile dei Martha o dei The Beths, gruppi ugualmente innamorati dell'indie dei Novanta e a forte propulsione melodica. 
Nei dieci luminosissimi episodi dell'album, i Suggested Friends mettono in mostra tutto il loro talento nel creare dinamiche trascinanti, armonie vocali, cori assolutamente cantabili, entusiastici crescendo di chitarre.

02 ottobre 2019

Lunar Vacation - The Lunar Vacation EPs ALBUM

Il jangly pop è senz'altro un genere senza età. Nasce nei primi Sessanta, attraversa il surf e la psichedelia, si reincarna negli Ottanta inglesi e ricompare, più o meno nostalgico, nelle corde di tante band indie dei primi Novanta e poi, fino ad oggi, come attitudine di decine di gruppi che amano ancora le chitarre scampanellanti e i colori pastello.
Non so se Grace Repasky e i suoi quattro compagni appena ventenni abbiano una ampia cognizione storica del tipo di musica che suonano, fatto sta che i Lunar Vacation, orfani di mare e spiagge nella loro urbana Atlanta, hanno deciso di ricreare un angolo di California ideale nello loro canzoni. 
Canzoni che hanno il brio leggero e intrigante che ci si aspetta da musicisti giovanissimi, ma al contempo anche il colore pigramente sbiadito di un tramonto in una vecchia fotografia dell'oceano. 
The Lunar Vacation EPs, che raccoglie una scelta di 9 pezzi tratti per l'appunto da EP usciti negli ultimi anni, è una album piacevolissimo e disimpegnato, ma anche una orgogliosa dichiarazione di bravura, perchè spesso e volentieri mostrano di virare verso un dream pop alla Alvvays complesso e raffinato. 




28 settembre 2019

Chastity Belt - Chastity Belt ALBUM

Dopo l'uscita del loro brillante terzo album, nel 2017, le Chastity Belt si sono prese una lunga pausa - ne avevamo parlato a proposito del recente disco solista di Julia Shapiro - salvo ritornare con un disco che porta significativamente il loro nome, a simboleggiare una rifondazione del gruppo sulle sue stesse fondamenta.
Il passato punk pop delle ragazze di Seattle è ormai lontano: le Chastity Belt di oggi si muovono sempre più in una dimensione indie notturna, inquieta e dai contorni dilatati. 
I dieci pezzi del loro album eponimo rallentano ulteriormente il passo rispetto ai precedenti e mostrano un paziente lavoro di cesello sui particolari: l'amalgama complesso e a tratti ipnotico delle chitarre, le strutture raramente del tutto rettilinee, le melodie oblique che si appoggiano di volta in volta a voci diverse, l'uso originale e per nulla folk del violino in più di un episodio. 
Chastity Belt nel complesso non è un album facile, per nulla: è la creatura più ambiziosa di Julia Shapiro e compagne, ed è forse quella più profonda, emozionante ed ispirata. 



24 settembre 2019

Fashion Brigade - Fvck The Heartache ALBUM

Quanti di voi si ricordano di una band chiamata The Scotland Yard Gospel Choir? Una decina di anni fa pubblicarono un paio di dischi piacevolissimi che, malgrado la provenienza americanissima del gruppo (Chicago), mettevano in mostra un pop sbarazzino e ironico che assomigliava in modo quasi impressionante ad un mix tra i Pulp e gli Hefner (cioè due baluardi del pop inglese dei primi Novanta), con un piacevole retrogusto folk imparentato con i Belle & Sebastian. 
Elia Einhorn, uno dei titolari della band, da tempo sciolta pare dopo un incidente stradale che ha funestato l'ultimo tour, è riemerso oggi come regista di un progetto chiamato Fashion Brigade, che da un certo punto di vista ricorda l'esperimento God Help The Girl messo in piedi cinque anni fa da Stuart Murdoch.
Le 11 scintillanti e un po' stralunate canzoni di Fvck The Heartache, affidate a voci che cambiano episodio dopo episodio (c'è anche Frankie Cosmos, per dire), formano una colorata, gioiosa, intelligente, talvolta quasi commovente antologia ideale del pop che Einhorn ama, frullando insieme new wave, indie pop di fine Ottanta, il brit pop più intellettuale, giusto un pizzico di elettronica, con lo stesso atteggiamento liberamente onnivoro di uno Stephin Merritt. 
Il risultato è davvero tanto bizzarro quanto sorprendente, divertente e nel complesso entusiasmante, pieno di spunti, sorprese e - in definitiva - di canzoni con la C maisucola, scritte da un autore che in fondo scopriamo veramente solo oggi.