Amici, dopo diversi anni devo ammettere una certa stanchezza nel portare avanti il blog. Ho avuto spesso la tentazione di abbandonarlo, ma non l'ho fatto, perchè era comunque un piacere. Oggi, dopo averci riflettuto a lungo, ho preso la decisione di fermare (just another) pop song. Forse non per sempre - chi può dirlo? - ma per il momento non ci saranno più post nè aggiornamenti. Sto valutando se proseguire con segnalazioni più brevi su Twitter o FB, ma sono maggiormente propenso a fermarmi del tutto. Resta disponibile l'archivio del blog, con più di 300 recensioni.
Ringrazio di cuore tutti quelli che mi hanno seguito!
A presto...
Andrea
31 agosto 2011
21 agosto 2011
Firefox AK - Color The Trees
C'è sempre stato qualcosa che non mi convinceva fino in fondo nella musica di Andrea Kellerman, a.k.a. Firefox AK. Cosa? Non lo so, visto che riascoltando oggi Madame Madame e If I Were A Melody non mi sembrano affatto dei brutti dischi. Sarà stata superficialità, o forse una non ben superata diffidenza verso qualsiasi cosa venga etichettata come electro-pop. Fatto sta che ad almeno cinque anni dall'esordio discografico della fanciulla svedese, per me è un po' come scoprirla per la prima volta, e le dodici canzoni di Color The Trees hanno contribuito a convincermi definitivamente.
Fin dagli inizi l'idea della Kellerman è quella di un cantautorato pop semplice e raffinato al tempo stesso, appoggiato su una morbida trama di sinth e drum machine capace di essere sia suggestivo che ballabile, magari ricorrendo ai servigi di qualche remixer navigato. Per Color The Trees Andrea ha cercato di approfondire la scrittura e raffinare ulterormente la produzione, affidando dapprima le sue composizioni all'elegante buon gusto di Andreas Mattsson e poi alle mani più che esperte di Lasse Marten e Bjorn Yttling, freschi della produzione di quel successo mondiale che è l'ultimo disco di Lykke Li. In effetti molti stilemi presenti in quest'ultimo - certi carillon elettronici, un certo beat Yttlinghiano ormai riconoscibile anche ad orecchi inesperti - fanno capolino anche in Color The Trees, tuttavia sarebbe difficile mettere a paragone l'inquietante e torrida complessità di Lykke Li con la rettilinea e luminosa delicatezza di Firefox AK, che piuttosto ricorda più da vicino il pop intelligente da classifica di una Veronica Maggio o cantautrici dall'attitudine tecnologica come Nina Kinert. Decidano poi i gusti di ognuno per chi propendere. Personalmente, preferisco tenere in cantina Lykke per le brume autunnali e godermi le canzoni spigliate e meno problematiche di Andrea in piena estate. Detto questo, segnalo volentieri che pezzi come l'atmosferica Brother to brother (un po' The Tiny addirittura) e The wind, le ballabili Meet me there e Boom boom boom (agghindata dal duo Marten-Yttling per aggredire le FM) e l'intimismo di Between these walls (dove la voce delicata di Andrea è pienamente allo scoperto) valgono da sole il viaggio, ma anche il resto regge perfettamente la durata, più che in passato.
Fin dagli inizi l'idea della Kellerman è quella di un cantautorato pop semplice e raffinato al tempo stesso, appoggiato su una morbida trama di sinth e drum machine capace di essere sia suggestivo che ballabile, magari ricorrendo ai servigi di qualche remixer navigato. Per Color The Trees Andrea ha cercato di approfondire la scrittura e raffinare ulterormente la produzione, affidando dapprima le sue composizioni all'elegante buon gusto di Andreas Mattsson e poi alle mani più che esperte di Lasse Marten e Bjorn Yttling, freschi della produzione di quel successo mondiale che è l'ultimo disco di Lykke Li. In effetti molti stilemi presenti in quest'ultimo - certi carillon elettronici, un certo beat Yttlinghiano ormai riconoscibile anche ad orecchi inesperti - fanno capolino anche in Color The Trees, tuttavia sarebbe difficile mettere a paragone l'inquietante e torrida complessità di Lykke Li con la rettilinea e luminosa delicatezza di Firefox AK, che piuttosto ricorda più da vicino il pop intelligente da classifica di una Veronica Maggio o cantautrici dall'attitudine tecnologica come Nina Kinert. Decidano poi i gusti di ognuno per chi propendere. Personalmente, preferisco tenere in cantina Lykke per le brume autunnali e godermi le canzoni spigliate e meno problematiche di Andrea in piena estate. Detto questo, segnalo volentieri che pezzi come l'atmosferica Brother to brother (un po' The Tiny addirittura) e The wind, le ballabili Meet me there e Boom boom boom (agghindata dal duo Marten-Yttling per aggredire le FM) e l'intimismo di Between these walls (dove la voce delicata di Andrea è pienamente allo scoperto) valgono da sole il viaggio, ma anche il resto regge perfettamente la durata, più che in passato.
16 agosto 2011
Lars Eriksson - Rust And Golden Dust
Lars Eriksson è conosciuto in Svezia per aver partecipato ad una delle edizioni svedesi di Idol (una specie di X Factor), uscendo settimo e facendo poi perdere le proprie tracce. A differenza però dei molti colleghi dei talent show, Lars non è un interprete ma un singer/songwriter dalla voce vagamente dylaniana e con una grande passione per il folk-rock americano, il che di per sè non ne fa proprio il ritratto dell'idolo pop delle folle. Meglio così, in fondo, perchè nel frattempo Eriksson ha fatto calmare le acque e riparte praticamente da zero, con un album - questo Rust And Golden Dust dall'ironica e bizzarra copertina bergmaniana - che mostra, oltre alla sapienza del gruppo di musicisti che lo circonda, buone capacità di composizione che lo mettono degnamente sulla scia del ricco plotone di scandinavi innamorati della tradizione statunitense, da Bjorn Kleinhenz ai Grand Opening, da Joel Alme, da Tobias Froberg a Tomas Andersson Wij, giusto per fare un po' di nomi diversi dai soliti (potrei metterci pure Sondre Lerche, ma non voglio scomodarlo stavolta). Intendiamoci, Lars Eriksson non è un fuoriclasse, ma sa maneggiare la materia che conosce da bravo studente diligente e ha qualche discreta freccia al proprio arco, come la voce che Elin Ruth Sigvarsson presta a diversi pezzi, la confortevole freschezza di canzoni come The loneley journey called life e Rejected love e la curiosa inquieta ruvidezza di Ink well dweller.
11 agosto 2011
Snorri Helgason - Winter Sun
Pochi titoli sono azzeccati come questo Winter Sun scelto da Snorri Helgason per il suo secondo album solista. River, la splendida canzone che apre l'album, è in effetti uno di quei pezzi da ascoltare a pieni polmoni, come respirare aria pura, fresca e incontaminata in una bella giornata di sole nordico, lontano dai grigi affanni delle nostre città. La lentezza - quieta e rilassata lentezza - sembra infatti la filosofia artistica di questo musicista islandese, stretto collaboratore di quel talento allo stato brado che è Sindri Már Sigfússon (Seabear, Sin Fang), che da un paio di anni ha intrapreso una carriera da singer/songwriter. Con Sindri e tanti altri colleghi islandesi Snorri condivide l'approccio fondamentalmente folk acustico, naif e impressionista (solo) all'apparenza, nostalgico e sognante, colorando poi le sue piccole composizioni di sfumature strumentali diverse e spesso inattese (un trombone, una drum machine, echi e riverberi, un pianoforte, placide armonie vocali). A tratti lo stile di scrittura del nostro è un po' mccartneyano, a tratti sembra possedere la grazia crepuscolare di Nick Drake (il pezzo che dà il titolo all'album è puro distillato del mondo lirico del menestrello di Tanworth in Arden), qua e là ha un'ombra di blues e subito dopo i riflessi dorati e californiani di un David Crosby. A volte ci ricorda molto da vicino il delicato e struggente songwriting del nostro norvegese preferito Egil Olsen (sentite la grazia commovente di Julie, che pare uscita dalle mani del primo Jackson Browne o di Donovan), ma gli orizzonti alla finestra di Snorri sono diversi e forse più ampi (tra parentesi: che panorami musicali dalle finestre di questi islandesi...!). In molti episodi (The butcher's boy, per esempio) sembra che Helgason si sia nutrito degli stessi "classici" divorati da quel talentuoso gourmet di Sondre Lerche, ma Snorri accende l'elettricità ai suoi strumenti per pochi istanti soltanto, prima di tornare nella sua quiete contemplativa.
Una delle cose migliori sentite quest'anno: da non perdere!
River by Snorri Helgason
06 agosto 2011
Billie The Vision & The Dancers - Best Of
Non c'è niente che non sia già stato detto su Billie The Vision & The Dancers: che sono geniali, folli, irresistibili, divertenti, unici e insostituibili nel panorama musicale scandinavo (e non solo in quello). Dopo cinque album di pari luminosità e successo, l'allegra comune folk-pop di Malmoe ha deciso di pubblicare un doveroso Best Of, che mette in fila 22 singoli e potenziali singoli tratti dai loro lavori dal 2004 al 2010. Ovvio che per un appassionato della band svedese un greatest hits non abbia un grande appeal (le canzoni le conosciamo già tutte, per quanto sia piacevole ascoltarle tutte insieme, con un evidente e positivo effetto sul nostro buonumore), e allora Lars Lindquist e compari questa volta hanno pensato - oltre a due cover suonate da loro: Friday i'm in love (The Cure) e I'm a cuckoo (Belle & Sebastian) - ad una bella sorpresa per noi fans: un secondo cd allegato al primo, contenente tredici dei loro pezzi reinterpretati da altrettanti artisti amici dei BTV&TT.
Ecco dunque che la saga di Pablo e Lily, priotagonisti di quasi tutte le composizioni dei Nostri, finisce nella mani sapienti di gruppi e singer/songwriter spesso di nostra conoscenza (di altri invece non sappiamo nulla), incontrando stili e interpretazioni diversi e interessanti. Tra le cover più succulente segnaliamo senz'altro: A man from Argentina (già canzone di cristallina bellezza), resa essenziale e quasi commovente dalla voce prodigiosa e dal pianoforte della fuoriclasse Maia Hirasawa; la vigorosa e perfezionistica rilettura di Nightmares proposta dalle ottime Skilla; l'affascinante metamorfosi blues acustica operata da Seasick Steve sulla dolcissima Go to hell; la muscolare rivisitazione folk-rock di Scared che ci ha fatto scoprire una band di notevole interesse come i Golden Kanine; la versione voce e chitarra totalmente strappacuore di My love offerta dall'enorme talento di Susanna Brandin (a.k.a. Winter Took His Life). Non sono del tutto riuscite invece, a mio parere, le cover di Hold my hand resa in modo un po' lezioso da Peter Joback e lo pseudo electro-pop delle nuove Pipettes, che riveste di una sgradevole patina plasticata quel capolavoro di spontanietà che è Summercat (il confronto con la versione originale presente nel cd1 è impietoso). Dignitose e piacevoli le altre, con la coda inconsueta di Uttnyttjad igen proposta dagli spigolosi indie-rockers Den Svenska Tystnaden.
Se non conoscete Billie The Vision, il doppio album vi può introdurre perfettamente nel mondo colorato e ironico della band svedese. Se invece già siete dei seguaci, difficilmente rinuncerete ad avere per le mani anche il Best Of con le sue chicche. In ogni caso, vale il prezzo!
Go to hell (performed by Seasick Steve)
04 agosto 2011
Lukestar - Taiga
E' un fatto che ogni discorso sui Lukestar debba passare attraverso quello che si pensa della voce di Truls Heggero. Al di là del valore della band di Oslo - testimoniato ormai da una carriera di tutto riguardo e da un poderoso successo in tutta la Scandinavia - l'impronta vocale del leader del gruppo è talmente peculiare da costituire per alcuni un'attrattiva in sè, per altri una barriera insormontabile. Come canta Truls Heggero? A dispetto della taglia XL, il frontman dei Lukestar adotta da sempre un falsetto sottile e angelico, che si sposa in maniera bizzarra ma affatto stonata all'indie-rock affilato e obliquamente melodico della band. Ammetto di non essere entrato in sintonia con le due prime prove del gruppo (Alpine Unit e Lake Toba, un po' troppo dure per le mie orecchie) e a prima impronta nemmeno con questo Taiga, per quanto fosse immediatamente apprezzabile il salto produttivo e di scrittura dei norvegesi rispetto al passato. Poi mi sono imbattuto in una registrazione live dell'esibizione dei Nostri al recente Festival di Roskilde (questa) e sono rimasto fulminato: migliaia di persone cantavano a memoria Flying Canoes (primo singolo dell'album) in un clima di reciproca esaltazione. Il che equivale a dire che i Lukestar nel frattempo sono diventati davvero "qualcuno" in Scandinavia. Il passo successivo allora è stato riprendere in mano Taiga e riascoltarlo con attenzione. Ecco il verdetto. I Lukestar maneggiano senz'altro la materia indie con grande professionalità, prediligono strutture non canoniche e giocano con abilità su intrecci complessi e al contempo essenziali di chitarre, basso e batteria, e tuttavia quando vogliono colpiscono dritto al cuore con dei chorus cantilenanti dall'anima decisamente pop (la citata Flying canoes è probabilmente la cosa migliore scritta finora dai Lukestar, ma anche Posers of doubt, I am a planet e Saint Toby sono forti), seguendo la lezione di band americane come i Death Cab For Cutie, i Band Of Horses o i New Pornographers. Insomma, sono piuttosto bravi, e anche se c'è qualche momento in cui il motore gira a vuoto, l'album possiede un piglio veramente notevole. Resta aperta la questione Truls, ma a parte qualche eccesso - a meno che non siate proprio allergici al falsetto (e non citatemi Jònsi, che è un'altra questione...) - ci farete l'abitudine facilmente. Da tenere d'occhio.
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