29 maggio 2011

Real Ones - First Night On Earth


First Night On Earth è il quinto album dei norvegesi Real Ones, band attiva da almeno un decennio, premiata da una certa notorietà in patria ma praticamente sconosciuta fuori dalla Scandinavia, nonostante l'estro e le capacità creative che da sempre li contraddistinguono. I fratelli Ivar e David Chelsom Vogt sono solidamente al timone di una nave che si muove nei mari del tempo, veleggiando con abilità e sapienza retrospettiva fra Sessanta e Settanta e incrociando i generi con un sorridente e melodico eclettismo senza mancare una capatina nei porti dell'indie-rock contemporaneo. Nelle canzoni della band di Bergen il dato centrale è da sempre l'attitudine psichedelica (incentrata su modelli folk, blues e pop assorbiti dai classici e rimescolati), che a tratti allarga sensibilmente la dimensione dei pezzi e si fregia volentieri di elementi esotici ed indianeggianti (sitar e tablas sono i benvenuti nel mondo dei Real Ones).
Al di là degli episodi dal profumo vagamente oppiaceo e/o orientale, che possono piacere o meno (è vero, i dieci minuti di Endless night sono tanti, ma le armonie vocali dei Nostri rendono il tutto piacevole ed interessante), i norvegesi mostrano tutta la loro bravura quando si concentrano su una forma canzone maggiormente canonica e spontaneamente nostalgica: ecco allora che si fanno ampiamente apprezzare l'incantevole ballata Bridges, che sembra Donovan riletto attraverso i migliori Travis; il micidiale chorus alla CSN&Y dell'iniziale Who wouldn't like?; la voce soul della guest-star concittadina Susanne Sundfør che trasforma il blues-pop di Sister to all in una cavalcata alla Janis Joplin; il cuore Motown sanguinante della ballata nera Is there hope?; il folk acido, serrato ed ipnotico di Evolution; l'amabile accento rock sudista di Saskatoon.
Se vi sembra interessante, recuperate anche i lavori precedenti: ne vale la pena.


Who Wouldn't Like from Real Ones on Vimeo.



Sister To All (feat. Susanne Sundfør) from Real Ones on Vimeo.



Bridges from Real Ones on Vimeo.

24 maggio 2011

Jeniferever - Silesia





Probabile che non esista una musica meno estiva di quella dei Jeniferever, ma anche stavolta (come per il precedente album Spring Tides), mi capita di recensire un loro lavoro con trentadue gradi all'ombra e il nostro solito sole afoso fuori dalla finestra. Poco male, anche perchè Silesia è un disco di notevole interesse, che mi pare possa essere considerato un ulteriore passo avanti nella carriera della band di Uppsala.
Procedendo da uno stile notturno che era etichettabile almeno in parte come post-rock, i Jeniferever introducono a poco a poco nuovi elementi pop alla loro musica. Senza rinunciare alla loro ricercata obliquità di marca indie, Kristofer Jönson e compagni hanno lavorato sia sulla dimensione delle canzoni, riducendola e levigandola rispetto alle divagazioni passate, sia sul suono, che mai come oggi possiede un dinamismo pieno ed efficace che ricorda a più riprese (anche nella voce) le cose migliori dei Death Cab For Cutie, specialmente nei momenti meno spigolosi e più avvolgenti (A drink to remeber, Cathedral Peak, Dover, che per me è il pezzo migliore nei 52 minuti complessivi, la conclusiva Hearts), dove all'ipnotico muro delle chitarre e alla ritmica poderosa e torrenziale si aggiungono opportunamente sinth e pianoforte. A chi non è un adepto del genere possono risultare freddi gli episodi maggiormente post (Where the hills fall towards the ocean), tuttavia la capacità atmosferica degli svedesi è indubbia, e non mancano mai i loro misurati crescendo emotivi.

Jeniferever   'Waifs & Strays' by Monotreme Records

19 maggio 2011

Friska Viljor - The Beginning Of The Beginning Of The End


I Friska Viljor sono senza dubbio una band atipica nel panorama scandinavo: influenzati dal folk americano ma anche da quello balcanico, si sono mossi – nei loro primi tre album – a metà via tra indie-rock brillante à la Shout Out Louds e pop acustico, suscitando interesse si nella critica che nel pubblico, pur senza sfondare mai veramente.
Messi un po’ da parte gli influssi est-europei (che restano però come sotto-traccia e ibridano ad esempio il country ubriaco di Did you really think you could change), la band di Daniel Johansson e Joakim Sveningsson si presenta oggi con un album dal titolo allegramente ironico The Beginning Of The Beginning Of The End e con un ventaglio di canzoni pop-folk sorridenti e luminose, che fin dalle iniziali Larionov e Come on rivelano un alto tasso di coinvolgente buon umore, che non può non ricordare immediatamente i lavori degli inglesi Noah And The Whale e Fanfarlo, o la spensierata coralità dei connazionali I’m From Barcelona (prendete ad esempio I meant nothing e la conclusiva People and so on), soprattutto quando – quasi sempre in verità – i FV si divertono ad agghindare festosamente le loro canzoni di fiati fragorosi e strumenti da sagra paesana.   
Come già in passato, appare in modo evidente la capacità dei due stoccolmesi di scrivere caznoni dalla forte impronta melodica, dinamiche, divertenti e divertite, che spesso creano un bizzarro contrasto con le liriche da cuori infranti tipiche dei due svedesi. Il risultato è che tra gli undici pezzi che compongono l’album non è obiettivamente facile scegliere un singolo potenziale, essendo ogni pisodio dotato di un’indiscutibile e viscerale carica pop, compreso in fondo anche il lungo ed emozionante valzer elettro-acustico di Useless, centro ideale del disco, dove fa capolino pure qualche balalaika. Tanto che viene da pensare, mentre – al secondo ascolto – già fischietti i ritornelli di molte canzoni, che i FV meriterebbero davvero di stare sul podio (mai abbastanza grande) delle band scandinave note e aprrezzate anche all’estero, mentre rischiano tuttora di passare quasi inosservati.
Da non perdere!

14 maggio 2011

The Raveonettes - Raven In The Grave





Se gruppi come i Pains Of Being Pure At Heart, i Glasvegas o i Vivian Girls ultimamente sono tanto quotati (e io sono d'accordissimo, soprattutto sui primi), se persino una band spigolosa e rispettatissima come i Blonde Redhead disco dopo disco ha smussato ogni angolo finendo dalle parti del dream-pop, è segno che un certo modo di intendere l'indie-rock un po' oggi va di moda. A maggior ragione allora dovrebbero riscuotere grandi soddisfazioni i danesi The Raveonettes, che la loro personale rilettura di Jesus & Mary Chain in chiave melodico-psichedelica la stanno coltivando da quasi un decennio e cinque dischi, compreso questo Raven In The Grave.
C'è una sottile evoluzione nei lavori che Sune Rose Wagner e Sharin Foo hanno sfornato negli ultimi anni, evoluzione che però resta più a livello di superficie sonora (oggi quantomai lucida e levigata) che di sostanza: le canzoni dei Raveonettes si sono sempre nutrite di un'atmosfera notturna, di spiraliformi distorsioni elettriche, inquieti echi e chitarre fischianti, dell'abile alternarsi delle voci maschile e femminile, di melodie tanto immediate quanto intrise di un'onirica malinconia, un po' Cure, un po' New Order. Oggi si arricchiscono maggiormente di mesmerici sinth, che si intrecciano con perfetta sintonia con chitarre ipnotiche e un drumming essenziale, che rendono altamente suggestivo ciascuno dei nove episodi dell'album, dove momenti più poderosi (l'iniziale Recharge & revolt, acida e morbida al tempo stesso, è un ottimo bilgietto da visita!) e sognanti rallentamenti (Summer moon) si alternano senza soluzione di continuità, avvolgendo l'ascoltatore con linee melodiche di brillante rotondità e un wall of sound energico e cristallino fino alla ninna nanna lisergica My times up che chiude magistralmente il cerchio. Tutto sommato potrebbe anche essere l'album migliore e più "completo" della loro carriera.

08 maggio 2011

Delay Trees - Delay Trees


Solo apparentemente meno prolifica di quelle svedese e norvegese, la scena indie-pop finlandese non sta quasi mai in prima pagina ma ogni tanto riserva delle sorprese notevoli, come i Burning Hearts o i Cats On Fire. L'ultima sorpresa, quantomai gradita, è l'omonimo album di debutto di una band di Helsinki chiamata Delay Trees, uscito alla fine del 2010 in patria ed ora in via di distribuzione in Europa e negli Stati Uniti dalla meritevole label Friedly Fire.
Fin dalle prime note di Gold, pezzo che apre l'album, è evidente che Rami Vierula e compagni hanno un'idea di canzone pop-rock dai contorni ampi, vigorosi e suggestivi, lavorando sull'intreccio dinamico delle chitarre elettriche, tra jingle jangle di sapore indie (tra Death Cab For Cutie e Coldplay) e morbidi feedback di levigata rotondità melodica che possono richiamare i nuovi fasti dream-pop dei Pains Of Being Pure At Heart, qui però addomesticati e dilatati con grazia.
Pezzi come Pattern , About brothers o In february, sospesi abilmente a metà fra introspezione e crescendo emotivi di grande efficacia, rivelano però non solo una grande perizia di suono, ma anche una capacità di scrittura di primo piano, che avvicina i finlandesi, per attitudine, stile e qualità, a band scandinave oggi di primo piano come Kissaway Trail, Cold Mailman, Monzano, Palpitation, Harrys Gym, I Was A King, etc., evidenziando però con immediatezza la cifra stilistica della band.
I Delay Trees si muovono con sicurezza in una dimensione di canzone che sfiora facilmente i cinque minuti (e li supera di slancio nella conclusiva solenne 4:45, dove meglio si esplica il malinconico e sognante romanticismo della band), ma in nessuno dei dieci episodi mostrano momenti di stanchezza. Manca forse un singolo forte che prenda d'assalto le FM e porti gloria alla band finlandese, anche se l'obliquo e sornione riff di Quarantine e l'energica leggerezza à la Ben Gibbard di Tarantula/Holding on e Light pollution potrebbero farsi spazio in qualche selezione alternativa.
Uno dei dischi più interessanti ascoltati quest'anno. 


Delay Trees "About Brothers" from friendly fire recordings on Vimeo.


Delay Trees "Cassette 2012" from James Martin | Vim & Vigor on Vimeo.

03 maggio 2011

I'm From Barcelona - Forever Today


L'amore di Emanuel Lundgren e dei suoi 28 sodali (ho contato bene?) I'm From Barcelona è un qualcosa di commovente. Non ho davvero altri aggettivi per etichettare l'attitudine musicale di questo musicista svedese che dal 2006 lavora a questo folle progetto in cui, attorno alla sua regia, si muove uno stuolo variopinto di amici e collaboratori che prestano le loro voci, i loro strumenti e le loro idee.
Dopo un esordio che ha fatto parlare di sè mezzo mondo indie e un seguito che mostrava un atteggiamento più eclettico e limava alcuni colori troppo accesi, gli IMFB hanno proposto l'anno scorso una raccolta sperimentale (27 Songs From Barcelona) in cui ogni membro del collettivo aveva un piccolo spazio per esprimere la propria creatività: episodio in fondo trascurabile nella carriera della super-band, visto che è proprio dall'unione corale e festosa di tante persone diverse (e non dal loro frazionmento artistico) che nasce la cifra stilistica unica e gioiosa dei "barcellonesi" di Jonkoping.
Non a caso in questo Forever Today, che è il terzo vero album del combo, ritroviamo la vera natura degli IMFB, qui elevata all'ennesima potenza, come se la mission di Lundgren stavolta fosse quella di ottenere il risultato più luminosamente pop lavorando sulla semplicità, anzichè sulle tentazioni barocche e centrifughe che con un gruppo con quasi trenta teste pensanti deve essere sempre dietro l'angolo. Prendete allora una qualsiasi delle dieci canzoni del disco (quantità perfetta, durata perfetta: tre beatlesiani minuti e via) e vi accorgerete che non c'è un solo momento di stanchezza nè di esagerazione: ogni singolo momento brilla di luce propria, tra linee melodiche implacabilmente catchy, ritmiche rapide, essenziali, ballabili, morbide carezze di sinth e fiati solari, esplosioni corali antemiche e totalmente spensierate dalle quali è impossibile restare immuni. Insomma, un inno all'estate, al potere catartico della musica e dello stare insieme, alla forza tanto prodigiosa quanto umile del pop stesso, che qui non ha particolari contenuti da trasmettere, ma un'energia pura, contagiosa e salutare. Vi accorgerete anche forse che i diversi episodi assomigliano parecchio l'uno all'altro nella forma, ma nei serrati e torrenziali 33 minuti  del disco in fondo è come se assistessimo e fossimo invitati in prima persona ad un'unica festosa esibizione, in cui il numero della traccia e i titoli hanno poca importanza e quello che conta è divertirsi tutti assieme.
Se avete appena finito di ballare con gli Acid House Kings, mettete sul piatto Forever Today, alzate il volume, dimenticate tutti i vostri pensieri e godetevi la primavera: somewhere it's summer, somewhere it's always spring...