29 aprile 2011

The Grand Opening - In The Midst Of Your Drama


In The Midst Of Your Drama, opera terza dei The Grand Opening del musicista svedese John Roger Olsson, è uscito sul finire del 2010 ed è uno di quei dischi validi che rischiano, per un motivo o per l'altro, di passare inosservati. E sarebbe stato un peccato, perchè Olsson sembra qui avere trovato una misura davvero convincente al suo elegante songwriting, rendendolo più leggero e luminoso, senza perdere il fascino denso e notturno dei primi due lavori, che avevamo facilmente accostato ai Red House Painters di Mark Kozelek.
Coadiuvato dall'amico di lunga data Jens Pettersson e da un gruppo di musicisti esperti, Olsson ha lavorato con la solita grande perizia per rivestire le sue canzoni di un'atmosfera suggestiva e malinconica, fatta di mezze luci, garbatamente elettrica, lenta e dilatata senza diventare mai noiosa, che mi ricorda molto band non più attive ma di un certo successo dieci-quindici anni fa come gli Spain di Josh Haden o i Cousteau, ma non è affatto lontana dal raffinato intimismo dei connazionali Andreas Mattsson (ne abbiamo parlato da pochissimo), Christian Kjellvander e Bjorn Kleinhenz.
Manca forse, nel complesso, un deciso cambio di marcia che sollevi ulteriormente l'album, ma canzoni di ottimo livello come Through your shield, Be steady e In the midst of your drama valgono comunque un ascolto attento.

24 aprile 2011

Anna Järvinen - Anna Själv Tredje


Sto ascoltando Anna Själv Tredje, che è il terzo album solista di Anna Järvinen, da un paio di settimane, e devo ammettere che ancora non sono riuscito a capirlo in modo soddisfacente. Il che non deve sembrare un'impressione negativa, anzi: il disco è senz'altro più difficile dei due precedenti, ma non meno bello, denso, affascinante. Il problema è che mi sembra di non possedere strumenti adeguati per comprenderlo a fondo, perchè è evidente in ogni verso, in ogni respiro, in ogni scelta dell'arrangiamento, che prima di essere musica questa è poesia, ed una poesia in svedese è ovviamente al di sopra delle mie possibilità. Le traduzioni e gli articoli che sono riuscito a reperire mi fanno intuire un sincero ed ermetico intimismo, dall'inzio fino alla fine, e la trama musicale scelta da Anna mi conferma che la direzione in cui si sta muovendo è proprio questa. Tuttavia mancherà sempre qualche tassello, e allora non posso che invidiare i connazionali della Järvinen (perchè è a loro che sta parlando Anna, e non a me) ed accontentarmi dei riflessi luminosi delle sue canzoni.
Fin dall'iniziale Uppåt framåt på finska l'atmosfera è sottilmente mesta ed inquieta: una pioggia fredda in una foresta incontaminata, dove la serena fragilità della voce di Anna è resa inquieta da gelide folate di archi drakeiani, incerti fra una morbida calma apparente e presagi di rottura. Poi però il dolce hammond di Lilla Anna riporta i nostri passi in una casa tiepida e invasa di ricordi: confortevole e sospesa nel tempo, mentre fuori infuria ancora il vento. Titta vi flyger continua lo strano incantesimo, con una passeggiata attraverso una sorta di Cyprus Avenue nordica che evoca il folk jazzato di Van Morrison in ogni aspetto stilistico; passeggiata che continua con la dolcezza in controluce di Mer än väl, che sembra quasi un ponte nostalgico gettato verso il passato di Anna con i Granada.  Vals för Anna, con i suoi tre quarti più placidi che solenni, pare quasi una ninna nanna dove la voce di Anna si fa quasi sussurro e ci lascia scivolare in un sonno incerto. Ci risvegliamo all'improvviso? No, perchè Hur man lättar helt enkelt è uno di quei sogni di leggerezza che alla Järvinen riescono così soffici e dinamici. Ci risvegliamo subito dopo, in un rumore di binari, stazioni ed elettricità, che anticipa inaspettatamente gli archi floreali, bacharachiani, malinconici di En sommardag som stängs av, in un lungo tramonto cinematografico. Archi che ritroviamo - ma in registro diverso, lirico, drammatico - nell'esecuzione sinfonica della Stockholms Akademiska Orkester del racconto romantico e a suo modo magniloquente, per quanto non ci siano altri strumenti se non la voce, di Händer. Troppo? Forse, ma splendido in ogni dettaglio. E se era troppo c'è l'atmosfera svagata da modernariato sixtie di Ragna bort a ripianare i conti. L'effetto è quasi irreale nel complesso, e se non ci fossero rasserenanti cinguettii ad introdurre la delicata melodia di Ångrar inget, saremmo davvero spiazzati. E invece ci ritroviamo invischiati nella rete poetica di questa Vashti Bunyan svedese, che ci riprende per mano proprio mentre il viaggio sta finendo.
 Non mi mettero a discutere dei vari livelli di significato che Anna ha nascosto in Anna Själv Tredje (già il titolo, che si può tadurre "il terzo di Anna" o anche in altri modi, sottende ambiguità e citazioni, rimandando anche al dipinto di Leonardo "Madonna con S.Anna e il bambino" e triplicando l'immagine di Anna anche in copertina); basti dire che la Jarvinen ne ha voluto fare il suo lavoro più ambizioso rispetto ai due precedenti. L'unica osservazione che mi sento di fare - confermando comunque la validità del tutto - è che in questo caso l'ambizione è coincisa con una perdita di immediatezza, pregio che invece ho sempre trovato in abbondanza in Jag Fick Feeling e in Man Var Bland Molnen, pur nell'unicità e nella ricercatezza dello stile.  

20 aprile 2011

Bellman - The Curse


Solo oggi mi accorgo che qualche mese fa (si era ancora nel 2010) è uscito per la Lazy Acre Records il secondo album di Bellman, giovane norvegese di cui abbiamo parlato bene all'epoca del suo debutto discografico circa due anni fa. Scusate il ritardo, ma la verità è che non riesco a stare dietro a tutte le uscite di questo periodo primaverile.
Non ho scoperto molto di Arne Johan Rauan, il musicista di Larvik che si nasconde dietro il nome Bellman, se non che - a giudicare da The Curse - il suo stile sembra già essersi definito come fortemente riconoscibile, seguendo un filone molto brit che abbraccia romanticismo e suggestione (mi vengono in mente gruppi dei Novanta come Suede, Geneva e i Manic Street Preachers più morbidi, oppure band di poco successive come Starsailor e Embrace, ma anche i Glasvegas o i Damien Rice di oggi - tutta gente che comunque ha come nume tutelare il primo David Bowie).
Le canzoni di Bellman sono costruzioni sonore dalla linea melodica piuttosto immediata ma al contempo molto elaborate in fase di produzione, con intense e rarefatte landscapes ottenute con il feedback dell'elettrica o con l'uso (mai fastidioso) dei sinth e - negli episodi più riusciti come il pezzo che dà il titolo all'album e la suggestiva I suppose - di avvolgenti e zuccherosi arrangiamenti d'archi.
Non tutto funziona alla perfezione e ogni tanto c'è qualcosa sopra le righe, ma per gli amanti del genere è un disco che vale la pena di sentire.

Potette ascoltare tutto l'album qui.

16 aprile 2011

Andreas Mattsson - Kick Death's Ass


E' evidente che Andreas Mattsson è un artista che ama prendersi i suoi tempi. Attivo a metà dei Novanta con i Popsicle, è scomparso per quasi un decennio salvo ricomparire nel 2006 con un album cantautorale di grande qualità come The Lawlessness Of The Ruling Classes e ritornare subito in un apparente stand-by intervallato da una misurata attività di autore per altri e di produttore. E così va a finire che, dopo tanto tempo, quando ci ritroviamo per le mani un nuovo album a suo nome ci viene da fare sempre quella faccia da "Andreas Mattsson...? Il nome mi dice qualcosa, ma...", per poi ricordarci con una certa vergogna che stiamo parlando di uno degli artisti più importanti della scena indie scandinava.
Kick Death's Ass (da poco uscito per la Razzia Records) è quindi il secondo album solista di Mattsson, e fin dall'iniziale carillon elettronico di Jazzmaster sembra riprendere il discorso nel punto in cui era stato lasciato nel 2006: identico l'incipit notturno, groovy, inquietante e tecnologico; e identico lo stacco con i pezzi successivi (da 24 bar boogie in giù), che pur mantenendosi in un'atmosfera di penombra, si nutrono di un intimismo acustico di grandissima raffinatezza. Come già dicevamo cinque anni fa, Andreas Mattsson si pone con autorità e personalità sulla stessa linea di singer/songwriters dal tocco morbido ed elegante come Tom McRae, i Turin Brakes, Ed Harcourt, Richard Hawley, non lontano - anche anagraficamente, in fondo - dal pop rilassato del connazionale Pelle Carlberg.
Canzoni dall'immediato e rotondo disegno melodico come Parklands o AA meriterebbero senz'altro un pubblico più ampio di quello che conosce Mattsson, ma l'impressione è che alla fine i gioiellini del quarantenne ex Popsicle renderanno felici i soliti quattro appassionati, il che è davvero un peccato, perchè da ogni nota di ognuno dei dieci garbati e malinconici pezzi del disco è evidente non solo il talento cristallino di un compositore di razza che sa scrivere e bene (date un'occhiata anche ai testi, di spontanea ed ispirata quotidianità), ma anche un lavoro di cesello da produttore intelligente e di gusto.

11 aprile 2011

The Andersen Tapes - As I Write Today Ten Times


C'era una volta - circa dieci anni fa - una piccola bravissima e misconosciuta band chiamata Free Loan Investments. La guidava una ragazza dall'aspetto timido, Amanda Aldervall, che con qualche buon amico riuscì a pubblicare qualche singolo ed un ep di sei pezzi, Ever Been To Mexico, uscito per la Shelflife e lodato un po' ovunque dagli appassionati di twee-pop. Se non ne avete mai sentito parlare e vi piacciono le canzoni frizzanti e melodiche di un minuto e mezzo, tutte miele, battimani ed elettricità, registrate in cameretta con spirito più che lo-fi, in rete lo recupererete con facilità e ne vale la pena.
Dopo tanti anni di inattività ritroviamo oggi Amanda Aldervall come titolare di un progetto chiamato The Andersen Tapes, accasato presso la benemerita Fraction Discs. Dire che il tempo non è passato sarebbe sbagliato: in realtà è passato eccome, solo che nel nostro caso sembra aver portato ad Amanda una maturità compositiva lontana dall'artigianato schitarrante degli esordi, di cui però sembra essere riuscita a conservare freschezza, ironia e leggerezza. Smartypants, pezzo che apre As I Write Today Ten Times, promette già da solo piccole meraviglie, con la sua equilibrata e sorniona morbidezza, ed in effetti dalla successiva Visual Explanations è evidente un lavoro decisamente meno spontaneistico sulla struttura ed il suono dei pezzi, che prendono quota su un teppeto di arpeggi e glockenspiel, mantenendo il dinamismo twee dei Free Loan Investments e rendendo più chiara e precisa la parte vocale. Le otto canzoni che seguono, pur con una propensione al do it yourself indispensabile al genere, mettono in fila altrettanti riusciti episodi (Clap clap clap soprattutto, ma anche Turn to speak), che un po' ricordano i primissimi Belle & Sebastian, la sgangherata leggiadria degli Heavenly e di tutte le altre reincarnazioni musicali di Amelia Fletcher o lo stile femminile, soffice ed obliquo dei The Softies o dei rimpianti Po!.

Visual explanations (Fraction discs)

06 aprile 2011

Nive Nielsen And The Deer Children - Nive Sings


Mai avrei pensato di parlare di un artista proveniente dalla lontana Groenlandia, terra che in fondo è scandinava solo politicamente e in cui la popolazione totale supera di poco le 50mila unità. E invece mi sono imbattuto per caso nel sorprendente disco d'esordio di Nive Nielsen And The Deer Children, ed eccomi qui a scrivere di questa ragazza di etnia inuit che, dalla natia Nuuk, si sta costruendo una carriera da singer/songwriter sospesa a metà strada fra America ed Europa.
Ascoltando Nive Sings, con le sue 15 canzoni folk spesso all'apparenza amabilmente stralunate ma in realtà prodotte con grande perizia, riesce difficile immaginare la Nostra alle prese con qualche sgangherato studio di registrazione disperso tra i ghiacci, ed infatti si scopre che Nive ha lavorato al suo album a Montreal, Bristol, San Francisco, Tucson e Gent, più o meno ovunque ci fosse qualcuno interessato a darle una mano, ed il fatto che tra gli "amici" della Nielsen si contino anche due mostri sacri come John Parish e Howe Gelb, non può che aumentare la curiosità verso il lavoro della ragazza di Nuuk.
Veniamo allora a Nive Sings, che è il risultato delle peregrinazioni della Nielsen. Ci si può attendere un disco fatto di epsiodi diseguali, e invece ci troviamo davanti ad una cantautrice che sembra avere le idee molto molto chiare e già possiede uno stile peculiare, che muove da radici folkloriche locali (evidenti nei due pezzi conclusivi, in lingua inuit) e si esplica lungo strade eclettiche e morbidamente oblique dall'inzio alla fine, mescolando canonici strumenti folk (acustica, banjo, persino un ukulele) e rock (elettrica, basso e batteria) con altri sapori diversi (si sentono un corno francese, un trombone, una tromba, un pianoforte, degli archi, una fisarmonica, una lap steel guitar ed altre cose assortite come una sega suonata con un archetto in Dear Leopold) che danno un tocco di consapevole ed equilibratissima bizzarria al tutto.
Le canzoni - di misura spesso molto breve - parlano di piccole cose e vita quotidiana ed hanno spesso quell'aria un po' naif che apprezziamo nel folk-pop islandese (tra Rokkurrò, Hafdis Huld e Olof Arnalds per intenderci) e nel movimento anti-folk americano e inglese (Moldy peaches, Emmy The Great...), nobilitata da una intelligente cura formale e da una sorridente freschezza che mi ricorda - non so perchè, forse per ragioni di similare esotismo - gli esordi di Bic Runga, che prima di scomparire nel nulla ci ha regalato un paio di album davvero luminosi.

01 aprile 2011

Sin Fang - Summer Echoes

Sindri Már Sigfússon non è di certo un musicista pigro: in una manciata di anni ha realizzato due album e numerosi ep/singoli con i suoi Seabear, permettendosi anche una uscita da solista con il nome Sin Fang Bous (il disco si intitolava Clangour), oggi replicata con questo Summer Echoes, pubblicato come Sin Fang.
Se Clangour sembrava più che altro un divertissement sperimentale costruito secondo uno spirito eclettico, giocoso e lo-fi (che, a mio parere, non portava in nessuna direzione e sembrava decisamente fine a sè stesso, per quanto abbia meritato al Nostro, da parte di Rolling Stone, il titolo di "Beck islandese"!), oggi Sin Fang si riavvicina in maniera più decisa e intelligente ai lavori dei Seabear, ovvero a quello stile particolare e indefinibile a cavallo di folk, twee pop, psichedelia e confini post-rock, a cui si sono votati molti artisti islandesi che conosciamo.
Le canzoni di Summer Echoes, abbandonando la dimensione artigianale del primo Sin Fang, sono invece delle costruzioni raffinate e sapientemente prodotte, in cui l'eccentricità di fondo è solo uno degli ingredienti. Tanto che in definitiva, se si tolgono le incursioni strumentali e corali più o meno bizzarre e certe strutture inusuali e centrifughe (prendete Rituals ad esempio), Sindri rispetta quasi sempre una forma canzone (quasi) canonica, si serve di linee melodiche immediate e lascia che siano gli strumenti tipici del folk a fare da intelaiatura sonora, imbastendo attorno ad essi delle interessanti trame elettroniche-campionate che possono ricordare i lavori di Peter Bjorn & John o i JJ, ma anche il conterraneo Jonsi. L'atmosfera che ne deriva è quella di un inusuale paesaggio rurale dai contorni onirico-tecnologici che a tratti appare piuttosto spiazzante, ma - ad un ascolto più attento - rivela un indubbio fascino, derivante sia dalle suggestive, esuberanti e dinamiche trine folk-pop di molti episodi (Bruises, Fall down slow, Because of the blood, che sembra quasi un pezzo dei Fanfarlo o dei Marching Band, Nothings) sia dall'effetto variopinto e volutamente sfocato dei quadretti dipinti dall'abile Sindri (i due densi e impressionistici minuti di Two boys sono i miei preferiti).
Piacerà più alla critica che al pubblico, ma se vi piace il folk-pop isladese di oggi (Seabear, Rokkurrò, Amiina...), è un disco da non perdere.