27 marzo 2011

Cold Mailman - Relax, The Mountain Will Come To You


 Due anni fa l'uscita dell'album di debutto dei norvegesi Cold Mailman mi aveva incuriosito e al contempo un po' deluso: la loro proposta musicale mi sembrava interessante e degna di nota, ma anche piuttosto piatta e deprimente. E' quindi con un certo scetticismo (e qualche mese di ritardo) che mi sono accostato a Relax The Mountain Will Come To You, opera seconda della band dei fratelli Ivar e Martin Bowitz. Atteggiamento sconfessato fin dal primo ascolto, perchè oggi i Cold Mailman sembrano aver trovato una sorprendente quadratura del cerchio, partendo dalla lenta e avvolgente What now Muhammed, magico incrocio fra le brume dei Red House Painters e i sogni boreali dei Sigur Ros, e dalla successiva Pull yourself toghether and fall in love, delicata litania alla Kings Of Convenience appoggiata sul sovrapporsi delle voci maschile e femminile e lanciata su binari ritmici e chitarristici quasi post-rock: un gioiello, che prosegue idealmente nelle morbide trame folky della deliziosa Petra Pan.
Ma l'incanto non è finito, anzi: prende forma dinamica à la Death Cab For Cutie / Band Of Horses / The Shins nei ritmi dispari di Fatal conversation e nella melodia aerea di Time is of essence. Ciò che colpisce nelle canzoni dei Cold Mailman è davvero la capacità di lavorare sui dettagli, sulle sfumature, sulle atmosfere, sulle voci, sulle strutture, e la dilatazione di pezzi come Back in your bed, Exploding potion of home (altra bradicardica evoluzione che piacerebbe a Mark Kozelek), Katrina e The end of the day - al di là di qualche tentazione progressiva tenuta fortunatamente a bada - permette alla band originaria di Bodo e stanziata ad Oslo di emergere in tutta la propria notturna suggestione e la propria sapienza compositiva.



21 marzo 2011

Acid House Kings - Music Sounds Better With You


Poche band scandinave possono vantare una carriera come quella degli Acid House Kings: vent'anni esatti sulla scena (portati benissimo) e quattro album cadenzati con precisione (uno ogni cinque anni) che un po' per volta sono diventati oggetti di culto per gli indie-poppers di tutto il mondo, dal primo all'ultimo, quel Sing Along With Acid House Kings (2005) che li ha consacrati come autorevoli portabandiera scandinavi del twee-pop. Music Sounds Better With You, che esce oggi per la Labrador, arriva dopo una lunga attesa, abilmente utilizzata negli ultimi mesi dalla label svedese, che ha centellinato le nuove canzoni annuncoando un album che "non ridefinirà la musica pop, ma la definirà molto bene". Un claim pubblicitario azzeccato, non c'è dubbio.
Insomma, il tempo è passato, gli anni avanzano, ma nel mondo degli AHK non sembra per nulla essere un problema, anzi, come a dire che le canzoni pop, se sono belle, non hanno un’età. E di belle canzoni qui ce ne sono molte, ispirate ai principi basilari della costituzione della musica pop, secondo i quali un brano non deve oltrepassare i tre minuti, deve centrare l’attenzione di chi ascolta immediatamente ma senza fare ricorso a particolari orpelli sonori, deve ruotare intorno a storie più o meno sentimentali e lo deve fare con leggerezza sorridente e (auto)ironica. Are we lovers or are we friends?, traccia che apre l’album e che in fondo non aggiunge nulle di teorico a quanto la band ha già egregiamente dato in passato , potrebbe allora essere un ideale manifesto dello stile degli AHK, condiviso con una miriade di gruppi e artisti della scena scandinava, dai The Charade a Pelle Carlberg, di cui Julia Lannerheim e i fratelli Angergard possono essere considerati maestri: uno stile caratterizzato da essenzialità quasi artigianale, melodia chewingum di cori e coretti, ritmo dinoccolato e ballabile, strizzate d’occhio ai girl groups anni ’60 e a un’idea di pop che fa rima con estate, rimandi alla timida epopea twee dalla Sarah Records in giù (oggi in verità meno che nei lavori precedenti), legami di parentela di secondo o terzo grado con i Belle & Sebastian e i Camera Obscura più sbarazzini. La stessa ricetta che gli svesesi utilizzano con incredibile abilità anche nei frizzanti pezzi successivi: Windshield, Would you say stop?, Underwater, (I’m in) A chorus line (la mia preferita: confesso di averla sentita di seguito almeno diciotto volte), e tutte le altre che non citiamo perchè ne risulterebbe l’intera tracklist del disco, sono talmente perfetti nella loro irresistibile gentilezza fatta di handclapping, polpastrelli che schioccano a tempo, jingle jangle di chitarra, qua e là chitarre e nacchere spagnoleggianti (vedi copertina), corale spensieratezza e spontanei inviti al buonumore, tanto da farmi pensare che Julia, Niklas e Johan facciano parte di quella piccola schiera di musicisti che hanno capito tutto della musica che suonano, e forse pure della vita. Questo è in effetti il Pop: una confezione di caramelle melodiche che dà la dose sufficiente per tirare avanti anche quando ti devi alzare alle sei tutte le mattine, il tuo lavoro (se ce l’hai) è stressante e sottopagato, la tua famiglia ti rompe le scatole e magari il sabato sera non hai nessuno con cui uscire. Ecco, il pop – questo pop – è fatto per tutti coloro che (più o meno) si ritrovano in una situazione simile, o ci sono passati, e gli AHK è a loro che si rivolgono, in modo bonario ed educato da buoni svedesi, senza pretese intellettuali di alcun tipo, e con una dose di divertimento intrinseco percepibile e salutare. 
Qualcuno lamenterà forse che, in confronto al passato, sono sparite un po' di ombre e tutto è eccessivamente sovraesposto e luminoso, che si è perso da tempo il fascino un po' naif e lo-fi degli esordi, e probabilmente non sbaglia, almeno da un punto di vista oggettivo. Tuttavia, davanti a questi tre signori capaci di scrivere ancora canzoni così, con questa carica vitale, questa ironia e questo talento, io non posso che inchinarmi ancora una volta, riconoscente.


17 marzo 2011

Einar Stray - Chiaroscuro

E’ quasi impressionante l’influenza che la scena alternativa canadese, dagli Arcade Fire ai Great Lake Swimmers, dai Broken Social Scene ai New Pornographers, ha avuto un po’ in tutto il mondo negli ultimi anni. Non c’è molto da stupirsi allora se, ascoltando Chiaroscuro, che è il primo album di Einar Stray, si ha subito la convinzione di trovarsi davanti all’ennesimo gruppo di Montreal, ed invece abbiamo a che fare con un ventenne di Oslo, Norvegia, già attivo nel gruppo di supporto del connazionale Moddi. 
L’omonimo lungo e articolato pezzo (quasi nove minuti), che apre il disco, dichiara già il manifesto programmatico del Nostro: forma canzone dilatata più che frantumata, raffinata tessitura di strumenti “classici” (pianoforte ed archi), malinconico lirismo affidato al sovrapporsi delle voci (quella profonda di Einar accarezzata da una delicata voce femminile), sapiente gioco di rarefatti rallentamenti, distorsioni elettrostatiche e tensioni emotive in attesa di liberarsi. Insomma, siamo lungo quella frontiera percorsa con arguzia da artisti con Olafur Arnalds ed esplorata un decennio fa dai (canadesi) Godspeed You Black Emperor. Yr heart isn’t a heart, traccia due, ribadisce però che Einar Stray e compagni non perseguono le asprezze espressive della band post-rock di Montreal, ma piuttosto il fluido e melodico dinamismo dei loro concittadini Stars, e bisogna riconoscere che ci sanno davvero fare. Il disco prosegue su questa linea, e in ciascuno dei cinque corposi pezzi che seguono i norvegesi riescono a mettere insieme, con un innato senso dell’equilibrio, melodie di subitaneo impatto, portate in palmo di mano o strette in pugno da costruzioni sonore di elegante morbidezza e misurato vigore. A tratti si intuisce la vicinanza a band islandesi come Rokkurrò, Amiina, Seabear, interpreti di un folk-pop ibrido dai confini dilatati, ma Einar Stray sembra – a parer mio – dotato di una capacità di sintesi ed una varietà espressiva ancora maggiori. Si possono prendere come esempio il riuscito schema drammatico di We were the core seeds, o la gioiosa e contagiosa leggerezza di Beast, che in sè è veramente un piccolo capolavoro. In definitiva, anche se qualche lungaggine atmosferica poteva essere limata (in Teppet faller sostanzialmente), si può senz’altro dire che Chiaroscuro dipinge con forza e intensità un artista dal grande potenziale, che già all’esordio si segnala per la sua grande maestria. 
Da non perdere!

13 marzo 2011

Stina Stjern - Days Like Waves


Non si può certo dire che il nome di Stina Stjern sia particolarmente conosciuto nella scena indie scandinava. Eppure la musicista norvegese può vantare una biografia lunga diversi paragrafi: ha iniziato da adolescente con i Quintrophenia, poi è passata con le riot-girls Supervixen, successivamente si è trasferita a Copenhagen dove ha ricominciato tutto da capo, e infine è volata oltreoceano impiantandosi per una lunga pausa creativa in un loft di Brooklyn prima di tornare ad Oslo in studio di registrazione. Days Like Waves è il suggestivo titolo del suo esordio solista, e non c’è dubbio che sia un verso azzeccato per descrivere tanto l’andamento ondivago del suo album quanto la risacca elettro-acustica che caratterizza molti pezzi. Superate le rarefatte brume di Strings, è con la seconda traccia, Tuning, che le cose si fanno veramente interessanti: la dolcezza cantilenante della melodia e il muro sonoro su cui fluttua la voce di Stina non può che ricordare i My Bloody Valentine, talmente da vicino che sembra che all’improvviso i vent’anni (vent’anni!) che ci separano da Loveless non siano mai veramente passati (probabile che vi verrà voglia di togliere la polvere dai dischi di Kevin Shields e degli Slowdive che avete dimenticato sul fondo di qualche scaffale...). Il resto del disco prosegue tra delicatissime ballate di misurato e dilatato lirismo cantautorale à la Mazzy Star (Cry, Cheers) e momenti più mossi, giocati abilmente fra miele ed equilibrate dissonanze (Stars, Dance), che non sono lontani dal cantautorato ricercato di artiste come Laura Veirs o Shannon Wrigth, con due punte evidenti nell’andamento squillante e spensierato (molto Belle & Sebastian) della leggiadra e graziosissima Songs e nel soffice crescendo acustico (minacciato da riverberi e theremin) della successiva Door. Nel complesso Days Like Waves è un album veramente piacevole e interessante, che segnala la Stjern come cantautrice di talento e dallo stile già peculiare e riconoscibile.

08 marzo 2011

Lykke Li - Wounded Rhymes


Youth Novels, disco d’esordio della svedese Lykke Li, è stato – volente o nolente – uno dei punti fermi della scena scandinava degli ultimi anni, portando a (momentaneo) compimento con sapienza, coraggio ed equilibrio quella linea sperimentale del pop scandinavo che tenta di mettere insieme intimismo cantautorale, potenzialità melodica da classifica, schemi tradizionali e suoni elettronici. La stessa strada percorsa con bravura da artisti di area indie (che hanno pure messo un piede nelle classifiche) come Nina Kinert, Peter Björn & John o Royksopp. 
A tre anni di distanza da Youth Novels la venticinquenne Lykke Li Zachrisson torna a farsi produrre dall'esperto Björn Yttling e pubblica in questi giorni Wounded Rhymes, interamente composto e registrato a Los Angeles – dice lei – per fuggire dal buio di Stoccolma e farsi ispirare dagli eccessi della città californiana.  
Youth knows no pain, pezzo che apre l’album, istituisce subito un ponte ideale con la Lykke Li che conoscevamo: la ritmica e il basso all’insegna del vigore e la melodia ammiccante di stampo sixtie hanno quel fascino futuribile e decadente al tempo stesso che è il marchio di fabbrica della Nostra (e di Yttling, ovviamente). Marchio che ritroviamo anche nella successiva I follow rivers: linee squadrate da Depeche Mode e ritornello di essenziale facilità che ne fanno un singolo di perverso fascino. Le cose cambiano sensibilmente nelle seguenti Love out of lust e Unrequited love (magnifico il gospel senza tempo di quest’ultima), in cui la voce di Lykke Li si libera da ogni reticolato ritmico e tutto attorno ad essa si fa morbido, caldo e confortevole, tanto che sembra di essere entrati nel mondo elegante ed ovattato dei Concretes. Get some ritorna a battere duro, sensuale e sarcastica al tempo stesso, e quando LL canta “Like the shotgun needs an outcome, I'm your prostitute, you gon get some” sembra quasi fare l’occhiolino a Lady Gaga. La poderosa Rich kids blues lascia un’altra profonda impronta nel percorso dell’album, subito prima della rotonda immediatezza di Sadness is a blessing, ballata spectoriana di splendente sfacciataggine, che potrebbe figurare nel repertorio di una Marit Bergman ma anche tranquillamente nella compilation dell’eurofestival, tanto che rimane il dubbio di trovarsi davanti ad un gioiello o ad una patacca. Molto meglio allora la lenta, densa, dilatata, emozionante I know places, lunga e dolente confessione per voce e chitarra che resuscita il cuore d’ombra dei Mazzy Star di Hope Sandoval e fa sembrare quasi superfluo l’assalto sonoro della successiva e pur bella Jerome. Chiude il percorso l’oscuro romanticismo corale di Silent my song, a ribadire con forza il mood di raffinate e suggestive penombre che caratterizza l’intero album, sospeso con abilità fra cuore melodico e ragione ritmica, calore e freddezza, Bene e Male, delicate carezze e pugni nello stomaco. 

04 marzo 2011

Uno Møller - Songs From My Beautiful Colourball


Mi sono imbattuto per caso in Songs From My Beautiful Colourball, album di debutto del norvegese Uno Moller, uscito per la piccola ma interessantissima etichetta Lazy Acre Records l'estate scorsa, e devo ammettere che è stata una piccola grande fortuna. Non so praticamente nulla di Uno (ci sono pochissime informazioni in rete), se non che fa parte di una band chiamata Team Me di cui prima o poi dovremo dire qualcosa, ma sono innanzitutto le sue canzoni a parlare per lui. Di canzoni, nell'album di debutto di Uno, ce ne sono dieci, e sono davvero dieci piccoli gioiellini di folk-pop acustico concepito e registrato in modo del tutto artigianale ma dotato di un'appassionata delicatezza che stupisce ad ogni ascolto.
Pezzi come Your quiet little house, Midnight oppure Twentie-four hands e In the lights of the world possono fare pensare ad altri singer/songwriters scandinavi come Egil Olsen, Melpo Mene, Bjorn Kleinhenz, Josè Gonzàlez, The Little Hands Of Asphalt, Moddi o The Tallest Man On Earth, ma possiedono una malinconica serenità, figlia un po' dei Kings Of Convenience, che personalmente mi richiama molto alla mente gli Smog meno ombrosi, l'essenzialità crepuscolare ed ipnotica di Mark Kozelek e soprattutto i luminosi quadretti invernali dell'inglese (ma svedese d'adozione) Ant. Tutto, dal primo all'ultimo minuto, è gentile, suggestivo, spontaneo, rarefatto e in punta di plettro, di onesta ed ispiratissima immediatezza, con delle punte di vera e profonda emozione (penso ad esempio a How to lead you home e alla conclusiva As the choir descends).
Se vi piace il genere, è veramente un album che non vi potete lasciare scappare.

Ascoltate (e se volete acquistate) qui.