28 febbraio 2011

Those Dancing Days - Daydreams & Nightmares


Lo aspettavamo da un po’ – complice i singoli sapientemente centellinati negli ultimi mesi –e adesso lo abbiamo tra le mani, il secondo album delle Those Dancing Days dopo In Our Space Hero Suits. Lasciamo perdere subito l’obiettività: in fondo l’impressione predominante è quella di averle tenute a battesimo, Linnea, Cissi, Rebecka, Lisa e Mimmi, e già due anni fa – pur consci dei limiti di una band formata da un pugno di diciottenni appena uscite dal liceo – non nascondevamo la nostra predilezione per le canzoni delle fanciulle di Nacka. Il primo impatto emotivo con Daydreams & Nightmares è allora la possente Reaching forward, ed è un salto in un mondo tutto nuovo rispetto alle TDD che conoscevamo: il carillon elettronico è sottilmente claustrofobico e inquietante, la ritmica torrenziale e bellicosa, la chitarra scabra, affilata, incredibilmente efficace nei suoi geometrici ghirigori, e la voce di Linnea mai così sexy, potente, ispirata, il tutto per quattro minuti di corsa a perdifiato che lascia letteralmente senza respiro. Una meraviglia. “Un incubo ben riuscito” come cantava DeGregori. E se è dai “nightmares” che si comincia, ecco invece subito dopo il più luminoso “sogno ad occhi aperti” del disco: I’ll be yours, con la sua formidabile, dinamica, appassionata, giocosa, corale leggerezza è non solo la traccia migliore scritta fin qui nella breve ma rispettabile carriera delle cinque svedesi, ma è anche una delle canzoni d’amore più spontaneamente entusiasmanti che il sottoscritto abbia avuto la fortuna di ascoltare tra le migliaia di canzoni d’amore che ha ascoltato in tanti anni. In sè, un piccolo trattato su cosa può essere l’indie-pop: una musica al contempo studiata e naif, autoreferenziale ed altruista, facile all’apparenza ma per nulla scontata nel concreto, capace (nel nostro caso) di fare a brandelli ogni etichetta di genere o appartenenza perchè bene o male ne mette insieme tanti, dalla spregiudicatezza soul melodica e danzereccia dei girl-groups anni sessanta all’essenzialità artigianale del rock alternativo dei nostri giorni, con lo scopo deliberato di trasmettere gioia in non più di tre minuti di durata. Altra meraviglia insomma, e pare quasi troppo come inizio, tanto che poi il resto del disco rischia davvero di suonare in sordina, ed è un peccato, perchè Dream about me ed Help me close my eyes, che seguono in ordine, hanno un retrogusto new wave di chitarra e sinth che in fondo è un inatteso piacere, e mentre le ascolti non puoi fare a meno di pensare ancora una volta che Linnea ha una voce che è un prodigio. Can’t find entrance, altro singolo potenziale (prodotto da Max Martin, uno che di pop ne sa qualcosa), rimette in pista il bolide melodico che scorrazzava nei primi due episodi, e subito dopo esplode Fuckarias, sfrontata, veloce ed energetica, due minuti e mezzo di irresistibile, adorabile cattiveria. Se Forest of love convince meno, la fluida When we fade away mescola con abilità romanticismo e freschezza, sovrapponendo ancora una volta una linea melodica soul ad una struttura pop-rock rapida e brillante, con la voce della solita Linnea a tenere il tutto insieme con sorprendente grazia. Tanto che – siamo ormai verso la fine del disco, dalle parti di Keep me in your pocket (una Lullabie dei Cure suonata a cento all’ora) e della muscolare I know where you live pt.2 – emerge con chiarezza come la forza delle TDD stia anche, e soprattutto, nella loro capacità di mettere insieme con una facilità quasi inspiegabile ingredienti apparentemente diversi (un cantato dai contorni così definiti e riconoscibili, una sezione ritmica essenziale, spesso marziale e qua e là straripante, poderosi bordoni di sinth, scampanellanti carillon elettronici, handclapping d’ordinanza e una chitarra elettrica dal suono marcatamente indie di precisione chirurgica), con l’effetto di far muovere anche le teste più distratte e i piedi più pigri. Titoli di coda sul duetto (con Orlando Weeks dei Maccabies) One day forever, altro saggio di contrasti fra l’apparente “vuoto” della strofa sostenuta dalle voci e dalle rudi pennate della chitarra e la saturazione sonora del chorus, fra dolcezza introspettiva e inarrestabile estroversione (dalle parti di Jonsi direi), a chiudere idealmente il cerchio iniziato 37 minuti prima.
Tiriamo le somme. Daydreams & Nightmares è un disco di sicura e ammirevole maturità e fa capire anche ai pochi dubbiosi che le TDD non sono una band di simpatiche e talentuose ragazzine, ma cinque musiciste di primissimo piano nella scena indie scandinava, ambiziose e coraggiose, in piena e costante evoluzione. Rispetto agli esordi – fatta eccezione per I’ll be yours – ci sono meno episodi di frizzante immediatezza (quelli di cui ci eravamo innamorati due anni fa), ma si tratta di una evidente e giustificata conseguenza del lavoro che le svedesi stanno facendo su sè stesse, sulla struttura delle loro canzoni e sul loro suono. 




24 febbraio 2011

Norma Sass - Hunting For Treasures


In attesa dell'uscita imminente dell'album delle svedesi Those Dancing Days, oggi vi propongo un altro quintetto tutto femminile: le Norma Sass. Basate ad Oslo e reduci da un ep già coperto dall'airplay radiofonico locale, le ragazze hanno da poco pubblicato il loro disco d'esordio dal suggestivo titolo Hunting For Treasures. Trascinate dalla voce potente e calibrata di Thea Glenton Raknes, le norvegesi propongono un pop-rock dinamico con radici nel cantautorato femminile anglo-americano e ambizioni indie, puntando su melodie di canonica immediatezza impreziosite da arrangiamenti non scontati, che tessono insieme in trame screziate e brillanti chitarre scampanellanti, cori e pianoforte. L'effetto è in verità di riuscita diseguale, con qualche ripetizione di troppo, ma canzoni dinamiche e raffinate come Japan, Fish tank, So hip they're hopless e la deliziosa Robbery, tanto piacevoli quanto graziosamente inconsuete nei (curatissimi) dettagli, fanno pesare il piatto della bilancia dalla parte del talento delle cinque fanciulle, e ricordano da vicino lo stile elegantemente eclettico di una band come gli svedesi Hellsongs (che ci mancheranno molto, purtroppo...).
Per il momento teniamole d'occhio: potrebbe essere l'inizio di una carriera interessante.



19 febbraio 2011

Harrys Gym - What Was Ours Can’t Be Yours


Basati a Bergen ed incentrati attorno alla voce fascinosa di Anne Lise Frøkedal, gli Harrys Gym sono induibbiamente uno dei gruppi della scena indie scandinava su cui puntare per una carriera di successo anche fuori dai confini nazionali. Reduci da un album d'esordio (Harrys Gym) interessante ma non indimenticabile, decisamente ispirato allo stile dei Blonde Redhead, i quattro norvegesi danno oggi alle stampe la loro opera seconda What Was Ours Can’t Be Yours, che sale senz'altro sun gradino superiore di qualità.
Resta immutata la propensione al dream pop ipnotico e dolcemente acido della band di Kazu Makino (Mountains, Sailing home e The ring sono un ottimo esempio), ma nel disco dei norvegesi c'è uno sforzo in più di rendere ibrido e raffinato il loro suono, aggiungendo accenti radioheadiani (The visitor), lavorando su campioni elettronici, su una ritmica franta e obliqua e sulla suggestiva sovrapposizione delle voci (Old man, Extraordinary girl), spingendo su pedali melodici e morbide distorsioni shoegaze (Toothpaste) e rallentando con sapienza in una ninna nanna di riverberi (Tell it to my face) e nella giostra leggiadra e sognante di The part that falls.
Risultato: tutto confezionato molto bene, senza momenti di grande entusiasmo nè scatti in avanti, ma con una indubbia e pregevole capacità di muoversi con equilibrio e buongusto all'interno di questo stile particolare, tra nostalgia e sperimentazione.

14 febbraio 2011

The Greencoats - A Blend Of Silk & Satin


Due o tre anni fa fummo benevolmente impressionati da un ep appena pubblicato da una nuova band di Goteborg, The Greencoats, che proponeva con indiscutibile talento una rilettura del pop-rock psichedelico dei sessanta e settanta, filtrato attraverso le lenti colorate del brit-pop, dello shoegaze e dei primissimi Teenage Fanclub. Negli ultimi mesi dell'anno scorso la benemerita Tomt Recordings ha dato alle stempe il primo album della band di Ramo Spatalovic A Blend Of Silk & Satin: dieci pezzi ispirati ai modelli di cui sopra, che potrebbero uscire tranquillamente da un disco di Crosby del '69 (There is no way back è più filologia che omaggio) o dal repertorio di gruppi dei primi/metà Novanta - penso a Charlatans, Bluetones, Kula Shaker - che tentavano di attualizzare l'essenza (non le derive) del rock psichedelico inglese in piena ondata brit-pop, con tutto il corredo (usato in modo più o meno efficace) di organo spiraliforme, sitar dall'inconfondibile aroma indiano, mesmerici jingle jangle di chitarra, acide distorsioni elettriche, cori abilmente sovrapposti e così via.
In verità riesce difficile pensare ad un gruppo più "inattuale" dei Greencoats (non che il genere in sè sia morto, ma segue strade diverse, più ibride e meno rigorose dell'ortosossia stilistica e sonora della band svedese), tuttavia quando i Nostri spingono sull'acceleratore di un power-pop energico ed ipnotico à la Dandy Warhols (Stay a while, A photograph of memories, Can't find the time for us, tutte al limite della copiatura...!) risultano se non altro coinvolgenti, piacevoli e divertenti. In un paio di episodi compare anche la graziosa voce di Malin Dahlberg (We Are Soldiers We Have Guns).

The Greencoats - Satans Rollercoaster Ride from Tobias Martinsson on Vimeo.

08 febbraio 2011

Magnus Moriarty - Kodachromerockopera


Non so se sia vero ciò che viene raccontato su Magnus Nielsen sul sito della sua label, la Metronomicon Audio - ovvero che il Nostro per sei mesi all'anno lavora in un cimitero di Oslo e negli altri sei registra le sue canzoni - ma se anche così non fosse, il fascino bizzarro (ma per nulla decadente) della sua creatura artistica, Magnus Moriarty, emergerebbe ugualmente dai suoi dischi. Kodachromerockopera, ultima fatica del violinista ed eclettico singer/songwriter Magnus e del suo sodale Ergo, fin dal titolo ci introduce in un mondo esteticamente e raffinatamente retrò, cronologicamente collocabile tra la fine dei Sessanta e la metà dei Settanta, lungo un filo sottile, scintillante e fragile che collega la prima psichedelia inglese al manierismo del prog. Tenendosi saggiamente lontano da quest'ultimo , Magnus Moriarty si muove con divertita abilità lungo le strade variopinte e spiraliformi, tra pop, rock e folk, tracciate un tempo da Syd Barrett, dall'Incredible Strng Band, dai Pentangle, dai Soft Machine, mescolando con spirito di essenzialità violino e sinth in una serie di quadretti più o meno stralunati e sempre piacevolmente ironici. Quando Magnus comincia a cantare nel fascinoso pezzo che apre l'album, la delicata e obliqua A great waste of time, l'impressione di trovarsi davanti ad una nuova produzione dei mai abbastanza lodati gallesi Gorky's Zygotic Mynci (alfieri a inizio '90 di un eccentrico e pastorale revival folk-psichedelico con ascendenti gaelici) è sorprendentemente forte; impressione che si riverbera in molti pezzi successivi (No surf #1, No surf #2), sia nella voce particolare di Magnus che nella frizzante struttura melodica delle canzoni, animate da cambi di ritmo, apporti strumentali complessi e inattesi (sentite come lavorano fiati, archi e organo nella mossa Citadel etc.), veloci ritornelli à la Belle & Sebastian (F# D Minor and so on), profumi folk medievali (She lingers in the grandest of fields, I've been purcelled!), corali e acidi divertissements (Knightscryrockettears), impressionistici rallentamenti (With regards to her royal lateness) e vigorose scampanellanti accelerazioni (Darjeeling firts flush, Ticho?). Il tutto in nome di una leggerezza di tocco che poco ha a che fare con il vistuosismo psichedelico dei connazionali Motorpsycho e che invece si può trovare in altri gruppi norvegesi di sicuro talento come Je Suis Animal o Professor Pez.
Album senz'altro da ascoltare, e se vi piace cercate gli album precedenti.

Magnus Moriarty™ - KnightsCryRocketTears from Sissyfus on Vimeo.

02 febbraio 2011

Lisa Miskovsky - Violent Sky


Ammetto di avere un cattivo rapporto con tutto ciò che riguarda Peter Bjorn & John. Certo, qualche anno fa anch'io sono corso a comperare Writer's Block e fischiettavo volentieri Young folks, poi però non sono più riuscito ad entrare in sintonia con le scelte artistiche (separati o insieme) del trio. In attesa che esca il nuovo album (che vira verso il rock e - lo dico subito - non mi piace e non credo che recensirò) mi è capitato per le mani questo quarto album della svedese Lisa Miskovsky, Violent Sky, prodotto proprio da Bjorn Yttling.

Lisa non è una newcomer nella scena scandinava: ha più di trent'anni, dischi di successo alle spalle (l'ultimo nel 2006), la propria firma in una hit di livello mondiale non proprio indimenticabile ma pazienza (Shape of my heart dei Backstreet Boys) e persino una carriera parallela da snowboarder e giocatrice di hockey. Violent Sky rappresenta una piccola svolta nel suo percorso artistico e vale qualche ascolto attento se non altro per riflettere su un punto interessante dell'attuale cantautorato femminile scandinavo, che sembra ultimamente caratterizzato da un'ansia di "modernizzazione" dai contorni ben definiti e dai traguardi incerti. Abbiamo ascoltato infatti, negli ultimi tempi, molti dischi di artiste che lavorano per dare alle proprie canzoni una forma e un suono che la critica possa definire con l'aggettivo più ambito, ovvero "attuale", il che tradotto significa incasellare una struttura-canzone più o meno tradizionale dentro costruzioni più o meno ampie e complesse basate su ritmi dispari e suoni elettronici. Operazioni destinate alle discoteche trendy (Robyn), alle selezioni radiofoniche notturne (Lykke Li) o a un pubblico di appassinonati amanti delle sfumature e delle soluzioni inusitate (Nina Kinert, forse la più "a fuoco" di tutte). Ovvio che un veterano come Yttling finisca per essere abile regia di operazioni ibride di questo genere, e il nuovo album della ragazza di Umea è un ottimo esempio di questa tendenza mirata ad accontentare i fan del cantautorato meno scontato (Anna Ternheim, ecc.) e ad incuriosire anche - per dire - chi ascolta le ultime cose di Madonna (cui la voce della Miskovsky un po' assomiglia, sentite l'iniziale This fire o l'ammiccante ritornello di Some of us).
In definitiva Violent Sky è un buon lavoro, e Got a friend è un singolo ben congegnato meritevole di attenzione anche da parte di un pubblico più vasto, tuttavia al sottoscritto (così come a molta critica svedese) resta la sensazione di trovarsi davanti ad una serie di oggetti freddi e con poca anima, per quanto piacevoli all'ascolto e prodotti con grande sapienza. Ma probabilmente è un limite mio...