03 giugno 2011

Sondre Lerche - Sondre Lerche

 
La carriera di Sondre Lerche è senza dubbio sorprendente, così come formidabile e cristallino è il suo talento di autore e di performer. Non è cosa da tutti crescere nella piccola e periferica Bergen e a soli diciannove anni pubblicare il proprio album d'esordio in tutto il mondo, diventare istantaneamente un nome, salire su palchi di qua e di là dall'oceano e dover subito dimostrare - album dopo album - di essere sempre all'altezza della propria fama.
In verità, dal 2001 a qui, l'entusiasmo di pubblico e critica per il musicista norvegese è un po' calato, e nonostante tutto Sondre è ancora al lavoro per affinare le sue capacità, scavando con alacrità nella sterminata miniera d'oro dei classici pop e rock dei Sessanta e Settanta per emergere, come un giovane epigono di Elvis Costello, Randy Newman e Paddy MacAloon, con canzoni originali che rimescolano in continuazione le carte senza mai uscire dai binari di un songwriting tanto tradizionale quanto raffinato e peculiare.
Dove era rimasto quindi Lerche? A quel Heartbeat Radio, uscito nel 2009, che sembrava rimettere a fuoco con efficacia il suo stile di scrittura eclettico e retrospettivo, sovrapponendo (come nei primi due celebratissimi dischi) miele e muscoli, merletti di archi e dinamiche elettriche, episodi sapientemente arzigogolati e momenti di fresca immediatezza.
Sondre Lerche, album omonimo e ormai sesto nel carniere del Nostro, riprende il discorso esattamente da qui, senza offrire le incursioni in altri generi a cui il norvegese ci aveva abituato. Lerche si è concentrato su una forma canzone canonica e sulla sua essenza melodica e "mccartney-iana", tanto che il pezzo che apre l'album, Ricochet, è non a caso una ballata acustica di misurata e luminosa morbidezza che solo nel finale acquista il vigore inquieto tipico di tutte le composizioni di Sondre, e che si fa seguire da vicino da altri delicati gioiellini retrò come Red flags e Coliseum town, che potrebbero stare nel repertorio di un Elliot Smith. Un pezzo come Private caller, elettrica, orecchiabile e lineare, dimostra invece ancora una volta il vivace piglio pop del norvegese, e ci ricorda tantissimo il lavoro che, parallelamente, sta compiendo un altro vecchio leone come lo svedese Andreas Mattsson, che abbiamo recentemente lodato. Ugualmente interessanti, formalmente ineccepibili e venati di psichedelia beatlesiana anche gli episodi successivi come Nevermind the typos, Living dangerously, Tied up to the tide e Domino, a cui si può criticare forse il fatto di essere un po' fini a sè stessi pur nel loro coltissimo livello di scrittura. Meglio allora la conclusiva When the river, pulsante di un'energia melodica corale piacevolmente obliqua.
In definitiva un album di sicuro valore, che lascia però una sensazione di vaga incompiutezza.

Private Caller (official video) from Sondre Lerche on Vimeo.

1 commenti:

Overthewall91 ha detto...

Me lo devo ascoltare.L'ho perso di vista.