14 maggio 2011

The Raveonettes - Raven In The Grave





Se gruppi come i Pains Of Being Pure At Heart, i Glasvegas o i Vivian Girls ultimamente sono tanto quotati (e io sono d'accordissimo, soprattutto sui primi), se persino una band spigolosa e rispettatissima come i Blonde Redhead disco dopo disco ha smussato ogni angolo finendo dalle parti del dream-pop, è segno che un certo modo di intendere l'indie-rock un po' oggi va di moda. A maggior ragione allora dovrebbero riscuotere grandi soddisfazioni i danesi The Raveonettes, che la loro personale rilettura di Jesus & Mary Chain in chiave melodico-psichedelica la stanno coltivando da quasi un decennio e cinque dischi, compreso questo Raven In The Grave.
C'è una sottile evoluzione nei lavori che Sune Rose Wagner e Sharin Foo hanno sfornato negli ultimi anni, evoluzione che però resta più a livello di superficie sonora (oggi quantomai lucida e levigata) che di sostanza: le canzoni dei Raveonettes si sono sempre nutrite di un'atmosfera notturna, di spiraliformi distorsioni elettriche, inquieti echi e chitarre fischianti, dell'abile alternarsi delle voci maschile e femminile, di melodie tanto immediate quanto intrise di un'onirica malinconia, un po' Cure, un po' New Order. Oggi si arricchiscono maggiormente di mesmerici sinth, che si intrecciano con perfetta sintonia con chitarre ipnotiche e un drumming essenziale, che rendono altamente suggestivo ciascuno dei nove episodi dell'album, dove momenti più poderosi (l'iniziale Recharge & revolt, acida e morbida al tempo stesso, è un ottimo bilgietto da visita!) e sognanti rallentamenti (Summer moon) si alternano senza soluzione di continuità, avvolgendo l'ascoltatore con linee melodiche di brillante rotondità e un wall of sound energico e cristallino fino alla ninna nanna lisergica My times up che chiude magistralmente il cerchio. Tutto sommato potrebbe anche essere l'album migliore e più "completo" della loro carriera.

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