06 aprile 2011

Nive Nielsen And The Deer Children - Nive Sings


Mai avrei pensato di parlare di un artista proveniente dalla lontana Groenlandia, terra che in fondo è scandinava solo politicamente e in cui la popolazione totale supera di poco le 50mila unità. E invece mi sono imbattuto per caso nel sorprendente disco d'esordio di Nive Nielsen And The Deer Children, ed eccomi qui a scrivere di questa ragazza di etnia inuit che, dalla natia Nuuk, si sta costruendo una carriera da singer/songwriter sospesa a metà strada fra America ed Europa.
Ascoltando Nive Sings, con le sue 15 canzoni folk spesso all'apparenza amabilmente stralunate ma in realtà prodotte con grande perizia, riesce difficile immaginare la Nostra alle prese con qualche sgangherato studio di registrazione disperso tra i ghiacci, ed infatti si scopre che Nive ha lavorato al suo album a Montreal, Bristol, San Francisco, Tucson e Gent, più o meno ovunque ci fosse qualcuno interessato a darle una mano, ed il fatto che tra gli "amici" della Nielsen si contino anche due mostri sacri come John Parish e Howe Gelb, non può che aumentare la curiosità verso il lavoro della ragazza di Nuuk.
Veniamo allora a Nive Sings, che è il risultato delle peregrinazioni della Nielsen. Ci si può attendere un disco fatto di epsiodi diseguali, e invece ci troviamo davanti ad una cantautrice che sembra avere le idee molto molto chiare e già possiede uno stile peculiare, che muove da radici folkloriche locali (evidenti nei due pezzi conclusivi, in lingua inuit) e si esplica lungo strade eclettiche e morbidamente oblique dall'inzio alla fine, mescolando canonici strumenti folk (acustica, banjo, persino un ukulele) e rock (elettrica, basso e batteria) con altri sapori diversi (si sentono un corno francese, un trombone, una tromba, un pianoforte, degli archi, una fisarmonica, una lap steel guitar ed altre cose assortite come una sega suonata con un archetto in Dear Leopold) che danno un tocco di consapevole ed equilibratissima bizzarria al tutto.
Le canzoni - di misura spesso molto breve - parlano di piccole cose e vita quotidiana ed hanno spesso quell'aria un po' naif che apprezziamo nel folk-pop islandese (tra Rokkurrò, Hafdis Huld e Olof Arnalds per intenderci) e nel movimento anti-folk americano e inglese (Moldy peaches, Emmy The Great...), nobilitata da una intelligente cura formale e da una sorridente freschezza che mi ricorda - non so perchè, forse per ragioni di similare esotismo - gli esordi di Bic Runga, che prima di scomparire nel nulla ci ha regalato un paio di album davvero luminosi.

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