08 marzo 2011

Lykke Li - Wounded Rhymes


Youth Novels, disco d’esordio della svedese Lykke Li, è stato – volente o nolente – uno dei punti fermi della scena scandinava degli ultimi anni, portando a (momentaneo) compimento con sapienza, coraggio ed equilibrio quella linea sperimentale del pop scandinavo che tenta di mettere insieme intimismo cantautorale, potenzialità melodica da classifica, schemi tradizionali e suoni elettronici. La stessa strada percorsa con bravura da artisti di area indie (che hanno pure messo un piede nelle classifiche) come Nina Kinert, Peter Björn & John o Royksopp. 
A tre anni di distanza da Youth Novels la venticinquenne Lykke Li Zachrisson torna a farsi produrre dall'esperto Björn Yttling e pubblica in questi giorni Wounded Rhymes, interamente composto e registrato a Los Angeles – dice lei – per fuggire dal buio di Stoccolma e farsi ispirare dagli eccessi della città californiana.  
Youth knows no pain, pezzo che apre l’album, istituisce subito un ponte ideale con la Lykke Li che conoscevamo: la ritmica e il basso all’insegna del vigore e la melodia ammiccante di stampo sixtie hanno quel fascino futuribile e decadente al tempo stesso che è il marchio di fabbrica della Nostra (e di Yttling, ovviamente). Marchio che ritroviamo anche nella successiva I follow rivers: linee squadrate da Depeche Mode e ritornello di essenziale facilità che ne fanno un singolo di perverso fascino. Le cose cambiano sensibilmente nelle seguenti Love out of lust e Unrequited love (magnifico il gospel senza tempo di quest’ultima), in cui la voce di Lykke Li si libera da ogni reticolato ritmico e tutto attorno ad essa si fa morbido, caldo e confortevole, tanto che sembra di essere entrati nel mondo elegante ed ovattato dei Concretes. Get some ritorna a battere duro, sensuale e sarcastica al tempo stesso, e quando LL canta “Like the shotgun needs an outcome, I'm your prostitute, you gon get some” sembra quasi fare l’occhiolino a Lady Gaga. La poderosa Rich kids blues lascia un’altra profonda impronta nel percorso dell’album, subito prima della rotonda immediatezza di Sadness is a blessing, ballata spectoriana di splendente sfacciataggine, che potrebbe figurare nel repertorio di una Marit Bergman ma anche tranquillamente nella compilation dell’eurofestival, tanto che rimane il dubbio di trovarsi davanti ad un gioiello o ad una patacca. Molto meglio allora la lenta, densa, dilatata, emozionante I know places, lunga e dolente confessione per voce e chitarra che resuscita il cuore d’ombra dei Mazzy Star di Hope Sandoval e fa sembrare quasi superfluo l’assalto sonoro della successiva e pur bella Jerome. Chiude il percorso l’oscuro romanticismo corale di Silent my song, a ribadire con forza il mood di raffinate e suggestive penombre che caratterizza l’intero album, sospeso con abilità fra cuore melodico e ragione ritmica, calore e freddezza, Bene e Male, delicate carezze e pugni nello stomaco. 

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