26 dicembre 2010

The Late Call - You Already Have A Home


Hanno sicuramente buon gusto alla Tapete, etichetta indipendente di Amburgo che ha, nel suo ampio catalogo, un paio di band svedesi di primissimo piano come Hellsongs e Lacrosse. A queste ultime si aggiungono anche i The Late Call di Johannes Mayer, cantante, musicista e autore tra i più raffinati del panorama scandinavo, la cui ridotta fama non rende giustizia al notevole talento posseduto.
You Already Have A Home, secondo album dei TLC,è in effetti una collezione di canzoni di marca cantautorale di pregevole fattura e grande fascino. Mayer procede quasi sempre da un approccio intimista e malinconico, caldo ed essenziale nell'espressione (affidata alla sua voce calda e alla chitarra acustica arpeggiata con gentilezza), ma a a partire da qui lavora sugli arrangiamenti con eleganza, precisione e senso delle proporzioni (non a caso c'è John Roger Olsson dei The Grand Opening alla regia), aggiungendo di volta in volta un morbido violoncello ad avvolgere (No more salt in your wounds), piano, fiati e batteria jazzata a rendere tutto leggero come una nuvola (la deliziosa Fribourg), degli archi di profumo drakeiano (Twenty-four) o puramente romantico (Don't leave me here), una graziosa voce femminile (The start of something new).
Il risultato - sempre di buon livello - è un album di catutorato dal marcato retrogusto inglese, nel quale aleggiano modelli stilistici che vanno da Mc Cartney a Badly Drawn Boy, da Nick Drake a Damien Rice, passando per il quieto tepore dei Kings Of Convenience (sentite ad esempio la magnifica Time will come), costruito su un'amabile commistione di timidezza e passione per le sfumature. Un disco da approfondire ascolto dopo ascolto, soffice e confortevole ma al contempo profondo e ispirato, perfetto per la stagione invernale.

22 dicembre 2010

New Found Land - The Bell


Ne hanno fatta di strada gli svedesi New Found Land, anche se dal loro album di debutto We All Die è passato in fondo poco più che un anno. Hanno fatto molta strada, tra Europa e Stati Uniti, per portare in giro la loro musica. E al contempo la loro stessa musica si è evoluta, raffinandosi e cercando nuove prospettive.
Anna Roxenholt e compagni non hanno abbandonato la rilettura personale della materia folk che avevamo apprezzato nel primo disco - ma le canzoni di The Bell hanno un accento decisamente diverso. Basta un solo ascolto di The bell o Human per accorgersi di quanto si sia "modernizzato" il suono dei New Found Land: il groove è ballabilmente pop, con venature soul, il tono è piacevole ed estivo e un tocco di elettronica dà colore al tutto. Il talento vocale e compositivo di Anna è chiaramente centrale nel lavoro della band, e negli undici brani dell'album i Nostri si muovono con eclettismo tra momenti più leggeri (che ricordano molto Likke Li o The Dø) e romantici rallentamenti (Stay with me, con l'immancabile sax suonato sempre dalla Roxenholt, o le intime e dilatate In to heaven e Streets are different), contrassegnati sempre da una sapiente economia di mezzi (Carve out my heart) e da una voluta commistione fra soluzioni non usuali e linee melodiche forti e a tratti di gusto quasi r'n'b.
Non tutto convince nel complesso, e forse la sensazione dominante è quella di un vago spiazzamento, ma senza dubbio i New Found Land sono una band da tenere sott'occhio e che ci può riservare grandi sorprese nel futuro.

New Found Land - Human by Fixe Records

16 dicembre 2010

Christian Kjellvander - The Rough And Rynge


Carriera di tutto rispetto quella del trentaquattrenne svedese Christian Kjellvander, con i Loosegoats e i Songs Of Soil prima, solista da ormai otto anni e - a tutt'oggi - cinque album. Fedele alla sua idea densa, notturna, fangosa di alt-country, Christian ha girato l'Europa e soprattutto il Nord America portando le sue canzoni dal sapore blues e la sua voce profonda da nipote scandinavo di Cash. A tre anni di distanza dall'ultimo disco, Kjellvander si è chiuso con pochi fidati musicisti nel castello di Rynge (in realtà poco più che una corte con fienile immerso nella campagna svedese), ha raccolto le idee e ha registrato The Rough And Rynge, dieci canzoni di meditativo folk-rock cantautorale, lento nei ritmi e assolutamente canonico rispetto agli stilemi della tradizione: liriche di pregio, base acustica e calibrate screziature elettriche.
Gli amanti di gente come Damien Jurado, Low, Willard Grant Conspiracy, Great Lake Swimmers, troveranno (come sempre) ampia soddisfazione dalle composizioni di Kjellvander, sia da quelle più mosse (Bad hurtn, Gardner River) che da quelle più oscure (Freighter boat blue), dilatate (The truth e soprattutto la splendida Long distance runner), intime (Blue tit) e delicatamente rurali (Oregon coast). Nessuna sorpresa dunque, ma l'ennesima conferma per questo "americano" d'adozione, ormai un vero classico nel panorama scandinavo.

09 dicembre 2010

Jónsi - Go Live

Ricordo bene il primo concerto che i Sigur Ros tennero a Milano, nel lontano 2001. Era il tour di Agaetis Byrjun e, non so perchè, la band islandese venne piazzata in un cinema-teatro, davanti ad un pubblico sparuto, timido e lontanissimo dal palco. Jónsi e compagni ne hanno parlato come una delle peggiori serate della loro carriera, ma a me - che già avevo amato il loro vero primo album - sembrarono degli elfi arrivati direttamente da qualche misteriosa Terra di Mezzo. Rimasi letteralmente senza parole. Il successo planetario dei SR deve poi avere cancellato quell'episodio dalla memoria dei Nostri, che sono tornati da queste parti più volte e con grandi bagni di pubblico. L'ultimo di questi - l'estate scorsa - ha visto esibirsi Jónsi in versione solista, in promozione del disco Go,  insieme ad una band formata dal compagno Alex Somers ed altri giovani musicisti islandesi. Bene, se siete dei fan dei Sigur Ros e vi è piaciuto il recente album del loro leader, è appena uscito come ideale strenna natalizia questo Go Live, album di 14 pezzi (un'ora e diciotto di durata) più dvd (riprese live più interviste e backstage), che ci affida una testimonianza dell'ultimo trionfale tour (per altro ancora in corso). Cosa c'è in più rispetto all'album uscito qualche mesa fa? Quattro inediti di ottimo livello che si mettono sulla medesima linea delle altre canzoni di Jónsi. E, soprattutto, delle versioni dei pezzi conosciuti limate della sovra-produzione del disco ed eseguite dalla band (chitarra, basso, batteria, piano, sinth e campionatore) ora con sferzante e torrenziale vigore rock, ora con soffusa delicatezza quasi cantautorale. Su tutto l'innegabile bravura dello stesso Jónsi, che con la sua voce angelica plana con energia e grazia in un volo ininterrotto sul pubblico, suscitando stupore ed entusiamo. Sentimenti che la sobria e perfezionistica registrazione live restituisce ovviamente solo in parte, ma che non possono lasciare indifferenti gli ammiratori dell'artista islandese.
Per i fans, ovviamente. Lo trovate in vendita su jonsi.com.     

04 dicembre 2010

Pascal Pinon - Pascal Pinon

E' evidente che Thomas Morr e gli altri ragazzi della berlinese Morr Music abbiano una passione smodata per gli artisti islandesi: non paghi di avere già sotto contratto Mùm e Seabear (più i progetti collaterali Sòley e Sin Fang Bous), hanno scovato la musica delle due gemelle sedicenni di Reykjavìk Jófríður e Ásthildur e - nonostante la tenera età delle due e delle loro compagne d'avventura - sono già pronti a pubblicare il loro album di debutto. Le islandesi hanno scelto come nome della loro band Pascal Pinon, ricordando uno di quei "fenomeni da baraccone" di inizio Novecento che girava nei circhi esibendo due teste (la seconda posticcia, ovviamente). Scelta che già di per sè suscita ammirazione e curiosità, oltre all'età anagrafica delle fanciulle.
Di due giovanissime sorelle (le svedesi First Aid Kit) ci siamo già occupati con entusiasmo quest'anno, e torneremo presto a incensarle nel nostro personale best 2010. E in fondo la proposta acustica-folk-artigianale di Johanna e Klara non è così lontana da quella delle Pascal Pinon: le canzoni del loro eponimo album sono dei piccoli e preziosi bozzetti di folk impressionistico, registrate rigorosamente "in casa", dal vivo, con pochi strumenti (chitarra acustica, melodica, glockenspiel, flauto dolce), un solo micofono e con il volume basso per non disturbare i vicini. Il risultato di tanta spontaneità lo-fi (la stessa in fondo che esibivano agli esordi i compagni d'etichetta Mùm) sfocia in una serie di quadretti dallo stile personale e riconoscibile, naif e intimista, di timida ma emozionante delicatezza, cantati in islandese e talvolta in inglese, forse un po' ripetitivi nello schema ma sempre piacevoli ed eleganti nella loro pura semplicità cantautorale. Tanto che non c'è da sorprendersi, alla fine dei conti, che la Morr sia corsa da queste fanciulle con il contratto pronto da firmare.
Un po' di morbido tepore per i prossimi mesi invernali. Da non perdere.