30 ottobre 2010

I'm Kingfisher - Arctic


Personalmente ho almeno un paio di ottime ragioni per amare Arctic, il quarto album di Thomas Denver Jonsson, primo inciso con il moniker I'm Kingfisher. La prima ovviamente è musicale: lo svedese - ormai lo conosciamo bene - è uno di quei singer-songwriters scandinavi che maneggiano la materia indie-folk come se fossero nati e cresciuti a Nashville, e la mischiano con quel tocco personale in grado di farla diventare unica e interessante, oltrepassando i canoni del genere. La seconda ragione è, diciamo, sentimentale: è impossibile in fondo che un amante del grande Nord rimanga insensibile davanti ad un disco interamente dedicato ed ispirato all'esplorazione artica (primo di una trilogia, pare), con dei titoli come Svalbard e Nansen (Fridtjof Nansen, straordinario esploratore polare, è un eroe nazionale in Norvegia: se passate per Oslo date un'occhiata al Fram Museum) e liriche di autentica ispirazione "into the wild".
Thomas ci accompagna nel suo viaggio verso il nord, tra balene, alci, pavoni e volpi artiche, affinando e rendendo sempre più essenziale il suo stile: la chitarra acustica possiede spesso un umore blues alla Josè Gonzalez, la voce ha delle sfumature di Neil Young, le canzoni - corredate qua e là dall'apporto del trombone, di un violoncello, dell'organo, di un mandolino, della chitarra elettrica e di una ritmica scarna - virano quasi ovunque verso una malinconia crepuscolare da notte polare, dalle parti dello scabro lirismo di Damien Jurado. Più che suggerire impressionisticamente grandi spazi aperti, I'm Kingfisher sembra invece scavare soprattutto nel profondo dell'anima dell'esploratore e ne coglie ora la solitudine e la poetica follia, ora la meraviglia davanti alla scoperta della natura selvaggia, senza concessioni all'immediatezza dell'ascolto, come a dire che - prima di puntare sulla N l'ago della bussola - è necessario anzitutto fare un viaggio interiore, non meno facile di quello fisico.

23 ottobre 2010

Amiina - Puzzle


Nate come quartetto d'archi classico e salite alla ribalta dell'indie-rock come elemento fisso dei tour dei Sigur Ros, le Amiina sono arrivate oggi a pubblicare il loro secondo album, Puzzle. Tre anni fa, ascoltando l'interessante ma non del tutto a fuoco Kurr, pochi avrebbero scommesso sul potenziale pop di Edda , Hildur , María e Sólrún, ed invece le quattro islandesi - già attraverso alcuni ep usciti nel frattempo - hanno rivelato una capacità davvero notevole di arricchire il loro progetto musicale. Innanzitutto chiamando a lavorare con sè il batterista Magnùs e l'artista elettronico Kippi Kaninus, che sembrano aver costruito delle solide (ma per nulla invasive) fondamenta ritmiche all'eclettismo e al bozzettismo strumentale delle ragazze.
I pezzi di Puzzle (titolo azzeccato, non c'è dubbio...) partono ancora dall'idea originaria di dipingere una serie di tele impressioniste, utilizzando strumenti a corde ma anche piano, celesta, glockenspiel, harmonium, arpa, supportati oggi in maniera più ampia da patterns e suoni elettronici e ritmiche frante. Ne emergono quadri di delicata e misteriosa bellezza, indefinibili con le etichette che conosciamo (imparentati sia con il folk che con la classica contemporanea), dolci e inquietanti al tempo stesso, penetranti ed essenziali nella forma così come nella durata, simili per approccio e stile a tanti musicisti islandesi che sembrano possedere una prospettiva del tutto unica - più spontanea che volutamente sperimentale - sui generi e le loro interazioni (Mùm, Rokkurrò, Hjaltalin...).
Difficile segnalare un episodio che superi l'altro, tuttavia quando la voce si aggiunge al raffinato tessuto strumentale (l'incantevole What are we waiting for?, capolavoro del disco, e poi la breve Over and again), le composizioni delle Amiina acquistano davvero una dimensione in più, evocando un'atmosfera atemporale e quasi magica che non può lasciare indifferenti.
Da non perdere.

17 ottobre 2010

Agnes Obel - Philharmonics


Danese ma residente da tempo a Berlino, Agnes Obel è una di quelle cantautrici scandinave che - se non fosse per la nazionalità scritta sulla loro carta d'identità - potrebbe dire di venire dal Greenwich Village come dalla campagna inglese. Tant'è che le poche informazioni reperibili sulla rete lasciano molti vuoti a proposito della sua biografia.
Philharmonics, edito dalla tedesca Pias, è l'album di debutto di Agnes, anticipato in Germania da un pezzo, Just so, finito nella pubblicità televisiva di un colosso delle telecomunicazioni come T-Mobile: ottimo passaporto per entrare nella scena musicale dalla porta principale, un po' come ha fatto da noi la misconosciuta francese Yael Naim, beneficata da Enel e Mulino Bianco.
Al di là della sfilata di marche e marchi, la musica dell'artista di Copenhagen è difficilmente catalogabile come pop. Recensioni più o meno la accostano a Tori Amos, ma - a parte l'uso centrale del pianoforte nella sua musica - la delicata raffinatezza, poco accessibile ad un approccio superificiale, della Obel ha poco a che fare con l'eclettica e sensuale comunicatività della rossa americana, e forse assomiglia maggiormente ad outsider di classe come Aimee Mann o Fiona Apple o a singer/songwriters di ambito indie come Laura Marling, Nina Nastasia, Martha Waynwright o - almeno in parte - Joanna Newsom.
Il denominatore comune di Philharmonics è senz'altro il suo umore notturno e invernale, che prende forma episodio dopo episodio attraverso le trame lente, essenziali ed impressionistiche del pianoforte (da solo nell'iniziale Falling catching) e soprattutto attraverso la voce intensa e gentile di Agnes (sovente replicata dai cori), lontani entrambi da ogni tentazione di virtuosismo. Emergono così uno dopo l'altro pezzi di notevole suggestione, arricchiti talvolta da una timida chitarra acustica (Brother sparrow, la morbida cantilena Just so) o dalle note atemporali dell'arpa (Beast), raramente "facili" (Riverside) o in crescendo (Avenue), ovunque increspati da una palpabile inquietudine di fondo. Caratteristica, quest'ultima, che ritroviamo in tante cantautrici scandinave come Anna Ternheim, Britta Persson, Ane Brun, oppure dai The Tiny di Ellekari Larsson, nella scia delle quali sembra poter stare a proprio agio anche Agnes Obel.
In definitiva Philharmonics è un album davvero interessante, prodotto con grande perizia, rivelatore di un talento da tenere sott'occhio. Ideale in fondo per la stagione che sta iniziando.

11 ottobre 2010

The Concretes - WYWH


La copertina del nuovo atteso album dei The Concretes, con il suo scorcio stoccolmese su Sodermalm a colori pastello, evoca una svolta totalmente folk per il gruppo che fu di Victoria Brgsman ed è oggi capitanato da Lisa Milberg e Maria Eriksson. Niente di più diverso, ascoltando l'album, che traghetta invece lo stile patinato, morbido e sornione della band verso territori più vicini alla disco - in versione amabilmente retrò e raffinatissima - che all'originale e variopinto folk-pop degli ormai lontani esordi.
Mentre un altro nome importante della scena indie svedese - i Club 8 di Karolina Komstedt e Johan Angergard - per molti motivi (gusto, nostalgia, attitudine, eleganza) affini ai Concretes, danno alle stampe il loro disco più danzereccio, pieno di ritmiche africane e profumi etnici (niente recensione, perdonatemi, ma non è cosa per me...), gli otto stoccolmesi con WYWH sembrano omaggiare proprio i Club 8 "di una volta", ricreando quell'atmosfera chic e cosmopolita di cui il duo della Labrador è stato a lungo maestro indiscusso.
L'intenzione dichiarata di fare un disco "anni '70", rischiosa di per sè (tenete ben presente chi c'era in Svezia in quegli anni), è affrontata dai Concretes con il loro innato senso dell'equilibrio e in modo per nulla scontato, tanto che nel complesso le loro canzoni di oggi suonano pienamente contemporanee, quasi sempre levigatissime e studiatamente algide, incentrate sul pulsare di basso e batteria, su un utilizzo essenziale ma fondamentale dell'elettronica e sulla voce diafana ma intensa della Milberg (l'iniziale lunga ed ipnotica Good evening ad esempio); in alcuni episodi sembrano ammiccare - ma con misura - a un certo pop internazionale (quello che vorrebbero fare Kylie Minogue o Robyn, più o meno: sentite I wish we'd never met) o all'euro-disco (WYWH); talvolta sono intelligentemente ibride (il singolo All day sembra in verità un prestito dei primi Club 8 o degli Stereolab, ma se lo sentite due volte garantito che finirete a canticchiare "we re gonna stay in bed all day all day all day" senza riuscire a smettere), qua e là sono memori della insuperata delicatezza di The Concretes, il disco che li ha fatti diventare per un breve tratto di tempo il più conosciuto gruppo svedese del mondo (la splendida Sing for me, la groovata e deliziosa Knck knck).
WYWH non è il disco migliore della carriera dei Concretes ma, dopo tre anni di silenzio, sembra davvero un ottimo punto di (ri)partenza e, in definitiva, un album che non si può veramente mancare.

The Concretes - All Day from playgroundmusic on Vimeo.

05 ottobre 2010

Rökkurró - Í Annan Heim


Í Annan Heim in islandese significa "in un altro mondo", ed è in effetti un mondo diverso e particolare quello in cui ci conducono i Rökkurró con il loro secondo album dopo il fortunato esordio Það Kólnar Í Kvöld, uscito nel 2007. I cinque di Reykjavik, due ragazze e due ragazzi, si muovono con grazia lungo paesaggi nordici di neve candida e cieli chiari, mettendo maggiormente a fuoco lo stile folk morbido e sognante che già abbiamo apprezzato tre anni fa.
Le canzoni dei Rökkurró possiedono la dimensione dilatata tipica di molti artisti islandesi e del post-rock, tanto che non stupisce trovare dietro la consolle Alex Somers, recente collaboratore dei Sigur Ros e del loro leader Jonsi. Tuttavia, fin dal pezzo omonimo che apre l'album, la strumentazione è quasi integralmente senza spina (violoncello, chitarra acustica, fisarmonica, glockenspiel, batteria, organo, pianoforte) e la voce femminile è ovunque delicata e sottile, tanto che i pochi momenti in cui l'elettricità increspa l'orizzonte e i toni si fanno più alti (le "sigurrosiane" Augun opnast e Sjonarspil, piene di complessi crescendo) quasi sorprendono in un'atmosfera che è invece in generale ovattata e crepuscolare, lenta a sfumata, lirica e intimista, suggerendoci le luci tenui ed il tepore casalingo di lunghi inverni passati oltre il Circolo Polare (la stessa sensazione che ci offrono i connazionali Mùm).
Non è certo uno schema folk canonico quello seguito da Árni, Björn, Hildur, Ingibjörg e Axel, ma piuttosto una grande tela impressionista sulla quale i cinque ottimi musicisti disegnano ora trattenute emozioni, ora vaste prospettive orchestrali, alternando in continuazione luci ed ombre, colori pallidi e vivaci. Il quadro che ne risulta, oltre l'apparente e sottile crosta di quiete glaciale, nasconde una evidente e irrisolta inquietudine, che sembra sempre sul punto di esplodere ed invece rimane confinata nel dramma calmo delle malinconiche melodie evocate nei dieci episodi del disco, lasciando qua e là abbaglianti squarci di luce (il leggiadro arpeggio di pianoforte di Svanur per esempio).
Í Annan Heim conferma dunque sia la difficile catalogabilità della proposta musicale dei Rökkurró - caratteristica tipica degli islandesi, a quanto pare - sia il loro innato talento.