27 agosto 2010

Bedroom Eyes - The Long Wait Champion



E' proprio azzeccato il titolo The Long Wait Champion, scelto da Jonas Jonsson per il debutto sulla lunga durata dei suoi Bedroom Eyes. Sono infatti almeno tre anni, se non più, che aspettiamo al varco lo svedese, dopo l'uscita di un paio di ep di cui parlammo con spontaneo entusiasmo. Non sappiamo quali siano state le vicende personali che hanno allungato l'attesa del primo album (semplice scelta personale?), tuttavia è con grande gioia che apprendiamo che la A West Side Fabrication pubblica in questi giorni il disco di Bedroom Eyes.
Lasciata temporaneamente la natia minuscola Föllinge, nord della Svezia, Jonas ha raggiunto il produttore Herman Söderström sull'isola norvegese di Giske, dove ha registrato le dieci canzoni dell'album, in buona parte già contenute nei già citati ep, ed ora riviste e restaurate per l'occasione lavorando nel magnifico studio vista mare della Ocean Sound Recordings. Una scelta, quella di rivisitare pezzi già editi, che potrebbe deludere qualcuno, ma che sembra perfettamente in linea con la filosofia di vita professata dal nostro "campione delle lunghe attese", calmo e consapevole perfezionista.
Ecco allora le canzoni: (Here’s one for you) Underdog,entusiasmante introduzione tutta in crescendo con la chitarra elettrica che duetta magnificamente con il violino; Hand in hand granade, dinamicissima melodia vestita a festa con merletti di sinth (immaginatela pure nel repertorio dei migliori Sambassadeur) ; Manifesto of a Midair Alliance, dove il drumming diviene incalzante e il suono sempre più pieno; Sincerly (formerly) yours, tempestivo romantico rallentamento di ritmi , trine di arpeggi, wurlitzer, tromba malinconica, violoncello e graziosa voce femminile (avete presente le ballate tutto miele di Billie The Vision?); The traveler’s hi-fi gospel, organo portante alla Kent , ritornello largo e magniloquente, ampia e ambiziosa (troppo?) coda corale; Motorcycle daydream, gioiello del disco, personale contributo di Jonas all’idea di perfect pop song, due minuti e cinquanta da jingle jangle assassino e pure trascinante melodia, una di quelle di cui sono maestri i nostri favoriti Celestial; Blueprint for departure, perfetta continuazione del discorso appena iniziato, limpida energia, ariosi carillon di chitarra, handclapping a profusione e cori sbarazzini; The skywriter, nuova ballata trapuntata ad arte dalla chitarra acustica e da struggenti spire di archi drakeiani, con inaspettata (e gradita!) evoluzione à la Coldplay nel finale; Norwegian pop, l’altro pezzo killer del disco, forza e leggiadria nel nome dei Teenage Fanclub, a suo modo un piccolo grande classico, con un testo che dice in breve tutto quello che c’è da dire sulla musica che ascoltiamo e a me fa venire sempre la pelle d’oca (“three minute songs sometimes last a lifetime long...”, amen!); Dancing under influence, sfacciato lieto fine dove convergono, a mò di titoli di coda, tutti gli ingredienti dell’album , trascinati da un banjo scatenato.
Insomma, è valsa la pena di attendere tanto? Decisamente sì: grazie Jonas, per non avere avuto fretta!

22 agosto 2010

Hellsongs - Minor Misdemeanors


Abbiamo parlato non molto tempo fa (in termini entusiastici) degli svedesi Hellsongs, complici l’uscita di un ep e una immienete data italiana. Li ritroviamo oggi, in una veste leggermente rinnovata (non c’è più la cantante Harriet, sostituita da Siri Bergnéhr), alle prese con l’uscita del loro attesissimo secondo album: attesissimo soprattutto vista la sorprendente ed eccentrica bellezza del loro esordio, Songs In The Key Of 666, floreale, imprevedibile e raffinatissimo omaggio ad una dozzina di classici dell’hard-rock in grado di (re)inventare canzoni e cucire attorno ad esse sgargianti vestiti acustico-orchestrali con grazia sopraffina. Diciamo subito che Minor Misdemeanors non tradisce le aspettative, andando a scegliere in un canzoniere sterminato altre dieci eleganti cover metallare e lavorando sodo per rivoltarle ben bene nello spirito della "metal band più gentile del mondo", senza tradirne la linea melodica o il messaggio: un ulteriore banco di prova per Kalle Karlsson e Johan Bringhed, menti e motore della band, che mostrano una indubbia capacità di muoversi nel cuore del già provato talento sonoro del gruppo, distillando arrangiamenti tagliati con gusto e precisione secondo lo stile peculiare per cui gli Hellsongs sono stati osannati da entrambe le rive dell’oceano. , ma nessuna delle canzoni autografe degli Hellsongs, ora delicatamente oscure, ora luminosamente suggestive, abbassa di una tacca il livello complessivo dell’album. Per la cronaca, ci sono cover di Skid Row (Youth gone wild), Guns 'N Roses (Welcome to the jungle), Slayer (Skeletons of society), ACDC (Sin city), Judas Priest (United), Iron Maiden (Heaven can wait), Pantera (Walk), W.A.S.P. (I wanna be somebody), nonchè una magistrale, scatenata, coinvolgente e festaiola School’s Out di Alice Cooper, di grande, acuta e ironica efficacia. Come già in passato, gli svedesi si dimostrano bravissimi nell’alternare, mescolare, ibridare generi (rock, jazz, pop, blues, soul, lounge), rimarcandone in fondo la vicinanza, derivata dai modelli di partenza, e incentrando il tutto sull’uso di tre strumenti cardine (il pianoforte, la chitarra acustica, la voce), attorno ai quali costruiscono arrangiamenti talora essenziali e più spesso di studiata complessità, in cui convergono davvero felicemente archi, fiati, percussioni e (poca) chitarra elettrica. Posto assicurato tra i dischi imperdibili di questo 2010.



12 agosto 2010

Soda Fountain Rag - Reel Around Me


C'è un pezzo di Italia nel disco (twee)pop più irresistibile dell'estate. Tutto dev'essere nato circa tre anni fa, quando la norvegese Ragnhild Hostad Jordahl, mente e braccia dietro il nome Soda Fountain Rag, si è fermata dalle nostre parti per qualche data da veri amanti del lo-fi (la fanciulla da parecchi anni non è una sconosciuta, visto che ha inciso per labels cult come Anorak, Plastilina e Cloudberry). Le frequentazioni italiane si sono evidentemente protratte, tant'è che Ragnhild (mai nome fu più norvegese, no?) è finita a Brescia a registrare i nove pezzi di Reel Around Me grazie (grazie davvero!) alla meritevole We Were Never Being Boring. Pezzi che in verità non sono nuovissimi - risalgono proprio al periodo dei succitati gigs italiani - ma poco importa, considerando la salutare e irresistibile overdose di freschezza che ci regalano in queste settimane di afa.
Descrivere la musica di Soda Fountain Rag non è impresa particolarmente difficile: canzoni, canzoni pop, canzoni pop di due minuti (tre son troppi), canzoni dolcemente arrembanti che ti si appiccicano alle orecchie e ti ritrovi a canticchiare tra te e te mentre fai la coda alle poste con l'aria condizionata rotta e un sorriso beato comunque stampato sulla faccia.
Qui sta il talento di Ragnhild: non nel vestire i suoi pezzi di stoffe pregiate, ma nel lasciarli scorrazzare liberi e nudi come mamma li ha fatti. Prendete You can't stop me now, con la sua sbarazzina aria punkeggiante e floreale al tempo stesso (confessione personale: è il pezzo che ho ascoltato più volte di seguito quest'anno, di certo non meno di venti...). Prendete l'ironia post-smithsiana di You're not invited to my wedding. Prendete la sfacciata immediatezza melodica di Are philospphers lonely?, praticamente un unico ritornello di un minuto e cinquanta. Prendete The catcher, piccola obliqua filastrocca per la quale molte aspiranti pipettes ucciderebbero. Prendete Dogwalkin summer, essenziale saggio di handclapping-twee che piacerebbe sia ad Amelia Fletcher che ai Belle & Sebastian. Prendete Give yourself a break, con la sua spontaneità da fai-da-te elettro-acustica alla Rough Bunnies. Prendete insomma una qualsiasi delle briose, ironiche, rasserenanti, contagiose canzoni di questa ragazza di Bergen, ed avrete un'idea chiara di cosa sia il pop nella sua giocosa "purezza".

Tutto l'album in ascolto sul sito di RollingStone

05 agosto 2010

Steget - Förändrar Allting


Steget in svedese significa "passo" (l'inglese "step"). Förändrar Allting vuol dire "cambiare tutto". Nome e titolo che sembrano suggerirci un'idea di novità e di dinamismo. Ciò che colpisce fin da subito, ascoltando l'album di debutto di Matilda Sjöström e Nils Dahl, detentori del marchio Steget, è invece la classicità della loro ricetta pop, dove per classicità intendiamo però non lo stereotipo, bensì l'atteggiamento di chi costruisce canzoni con l'essenziale spirito del cantautore che rispetta la tradizione, utilizza strumenti canonici (la chitarra acustica, il pianoforte) e al contempo non ha bisogno di seguire mode particolari o guarnire le proprie composizioni con orpelli tanto astuti quanto inutili, nè di ricercare vie nuove o inusuali sperimentazioni. In questo senso hanno qualcosa di "classico" anche le nostre amate Maia Hirasawa, Annika Norlin e Anna Järvinen, oppure gli eleganti e sorridenti Hellsongs (nuovo disco in dirittura d'arrivo, tra l'altro): un'attitudine che sembra risiedere naturalmente nel dna di molti artisti nordici.
Nel nostro caso, gli strumenti portanti degli Steget sono due tra i più "antichi": il pianoforte di Nils e la voce di Matilda. Pianoforte che spazia dal romanticismo notturno (Förändrat) ad un ritmato vigore che fa pensare subito a Regina Spektor (Bara nu, per esempio). Voce che è limpida ed essenziale e rifugge ogni tentazione di virtuosismo, anche se probabilmente ne sarebbe in grado. Prendete Baby baby baby, pezzo che apre l'album, per farvi un'idea rapida della musica degli Steget: il pianoforte è morbido, avvolgente e brioso al tempo stesso, appena screziato di jazz; la melodia è ariosa, semplice, leggera e profumata del Nick Drake più luminoso; Matilda canta con accorata grazia, come sa fare, e tutto sembra bastare a sè stesso, in un'armonia che sembra emersa all'improvviso, fragile e subitanea, e che invece è senz'altro frutto di un lavoro di cesello notevole. Con la successiva Vad ska jag göra ("cosa si deve fare"), attorno ai due protagonisti - ma con sapiente e leggiadra discrezione - compaiono una batteria appena spazzolata, un basso timido e poi, nel finale, archi di zucchero filato di grande presa sentimentale. Fin troppo, dirà qualcuno, e allora Matilda e Nils aggiustano immediatamente il tiro, ci fanno l'occhiolino e piazzano qual piccolo prodigio che è Denna gången, con il suo cramelloso dinamismo ed i coretti alla Beach Boys, e subito si rifanno romanticamente pop con gli acuti di Synd om dyg e immediatamente dopo divertenti e divertiti con il ritornello sbarazzino di Kom igen.
Jag skulle dö för dig
e Magiskt, dolce e dolente duetto la prima, palpitante canto d'amore la seconda, non a caso sono il cuore dell'album, che scollina oltre il cielo limpido di Jag lagger ner (lillebro), altro perfetto esempio di popsong di efficacissima semplicità, trascinata da un piano realmente delizioso, verso la sognante Jonatan, lungo sogno acustico impreziosito ancora una volta dal crescendo degli archi.
Il tutto - ed è forse ciò che mi incuriososce di più - senza quei riferimenti più o meno diretti a modelli anglo-americani che caratterizzano quasi tutti gli artisti scandinavi. Il che rende Förändrar Allting un prodotto piuttosto atipico nel panorama nordico cui siamo abituati: vicino per certi versi al folk assolutamente personale di una Anna Jarvinen, e al contempo lontanissimo da quello stile; prossimo al cantautorato femminile per voce e piano di Susanne Sundfoer o Anna Terheim, ma infinitamente più accessibile e spontaneo; oggetto che finirà probabilmente nelle orecchie dei soliti pochi appassionati del circuito alternativo (svedese, visto che l'idioma sarà come sempre - peccato! - una barriera insormontabile) ma che sembra pensato per un pubblico ben diverso, con il suo melodismo smaccatamente popolare.