29 giugno 2010

The Tarantula Waltz - Did Not Leave To Find...


Forse mi sbaglio, ma ho l'impressione che il nutrito filone di artisti scandinavi di ispirazione "americana" (i "cowboys in Scandinavia" di una celebre raccolta di qualche anno fa) viva un momento di leggero appannamento: sono ancora numerose le cose interessanti che si ascoltano in giro ma, fatta eccezione per il sorprendente disco delle due sorelline First Aid Kit, poche quelle memorabili. In verità non mi aspettavo molto nemmeno dal nuovo (secondo) album degli svedesi The Tarantula Waltz (il loro disco di esordio mi era sembrato eccessivamente spigoloso e oscuro). E invece devo ammettere che Did Not Leave To Find But To Forget, To Leave Behind è un lavoro degno di grande rispetto, meritevole di essere ascoltato con attenzione.
Markus Svensson, anima dei TTW, è per l'appunto uno di quei singer-songwriters nordici innamorati persi della tradizione statunitense e possiede un tocco ruvido e notturno nelle sue composizioni, che la produzione di John Roger Olsson (dei The Grand Opening, altro gruppo interessante di cui si sono un po' perse le tracce) ha reso maggiormente denso, complesso, eclettico e al contempo vellutato e più accessibile rispetto al recente passato.
Prendete come esempio il pezzo che apre l'album, Glasgow & Clyde, con la sua rotolante e accoratissima dinamica dylaniana, arricchita da fiati gioiosi e scorrazzanti, oppure la successiva travolgente ed elettrica Bacchus. O ancora l'avvolgente Synthetic sun, duetto a cuore aperto con Ebba Forsberg, che mostra l'abilità di Markus Svensson nel dilatare emotivamente tempi e spazi delle sue canzoni, specialmente quando queste ultime si dipanano lungo i binari della ballata (la romantica Chain, resa leggera da una fisarmonica rurale; gli ispirati sei minuti conclusivi di Sthlm), mescolando gentilezza e forza, non lontano dalla lezione (non più replicata agli stessi livelli) del primo Ryan Adams.
Se siete appassionati del genere, The Tarantula Waltz non vi deluderanno.

25 giugno 2010

Elias & The Wizzkids - Just Do It!



Va bene, adesso l'abbiamo capito: Elias Åkesson è matto come un cavallo. E i suoi tre sodali Wizzkids non devono essere da meno, se hanno accettato di farsi mettere in copertina insieme al loro boss in una posa (pink-dress, sguardi ammiccanti, bianco patinato e fiorellini) che il 90% dei maschi del pianeta terra rifiuterebbe anche solo di immaginare, se non per una certa ambiguità sessuale, per la patente bruttezza della composizione. Ma si sa, Elias & The Wizzkids è un progetto nato sguazzando in oceani di ironia, quindi ci sta pure questa. Certo, ascoltando Waste of time, singolo che apre Just Do It!, sfido chiunque a non arricciare il naso: melodia da Eurofestival, sintetizzatori a imitare persino la chitarra elettrica (non si sentiva dall'ottantatre) e ammenicoli vari da FM-pop di (ormai) trent'anni fa. Domanda: Elias ci sta bellamente prendendo per i fondelli? Sì, probabilmente, e con un sorrisone da stregatto stampato sulla faccia che resta invariato lungo tutti gli episodi dell'album. Insomma, se detestate (come è giusto che sia) la plastica eighties, partite direttamente dalla traccia due, Catch me if you can, che trasuda Abba e disco anni '70 da tutti i pori e resta abilmente al di qua della linea sottile che separa l'ironia dal kitsch puro. Oppure, se non vi va bene nemmeno questo, partite dalla tre, Mr right guy, e allora riconoscerete gli Elias & The Wizzkids del primo disco: acustici e frizzanti come le cose migliori del Paul Simon solista. L'album prosegue alternando bene o male questi elementi, mettendo in fila una serie di pop songs sovrailluminate, dal groove sovente danzereccio e altrettante volte ammiccanti verso il brit-pop più colorato (Stormy weather sembra uscita dalle mani dei Blur di Parklife), non sempre riuscite ma in generale piacevoli: un materiale che ha diviso nettamente la critica svedese, facendo arrivare le prime solenni stroncature ad un prodotto della corteggiatissima Hybris, ma anche molte divertite lodi.

21 giugno 2010

Timo Raisanen - The Anatomy Of


Quinto album di una carriera iniziata da circa un lustro (quarto se consideriamo che l'ultima uscita And Then There Was Timo era una raccolta di inediti e cover), The Anatomy Of Timo Raisanen è in realtà uscito all'inizio dell'anno per la Razzia Records, ma per un motivo o per l'altro non sono mai riuscito a parlarne.
Senza dubbio Timo Raisanen è un tipo particolare, al di là delle sue origini talmente multietniche da ricoprire le pagine di mezzo atlante: apparentemente fragile e introverso nel suo songwriting, non disdegna modi di espressione ed esibizione teatrali, coinvolgenti e vigorosi, da rocker à la Iggie Pop, tanto che la lista dei luoghi (presumibilmente affollati) in cui passa il suo tour è lunga quanto le pagine gialle svedesi.
Divisa da sempre tra delicatezza e rumore, la musica di Timo possiede come denominatore comune un'evidente forza comunicativa, veicolata dall'uso assolutamente pop delle strutture e delle melodie, oltre che dalla sua vocalità particolare. The Anatomy nasce come album-confessione, e prosegue sulla strada ibrida già collaudata con successo e abilità nel disco precedente, abbracciando un pop-rock brioso e vagamente inquieto, smussando gli angoli e centrando il bersaglio con una serie di potenziali singoli listener-friendly che non saranno certo capolavori ma posiedono innegabili qualità. E così quando parte il jingle jangle di chitarra di Outcast e Timo si esalta nel crescendo del ritornello non si può che amare la verve del trentenne svedese, così come non si può fare a meno di apprezzare il talento compositivo capace di dar vita ad una ballata per voce e piano come Cocaine o ad un piccolo gioiello pop elettro-acustico elegantemente sopra le righe come Numbers. Quello che difetta è forse un livello ugualmente alto dei brani (e c'è anche qualche caduta in verità), tuttavia nel complesso l'"anatomia" del disco rivela ironicamente che Timo Raisanen gode di ottima salute.

13 giugno 2010

Cats On Fire - Dealing In Antiques


Se nel 1997 non vivevate sulla luna o nella giungla del Guatemala, vi ricordate senz'altro Your woman di White Town: è uno di quei pezzi dal successo così fulminante e pervasivo che, a distanza di tempo, hanno cancellato la fama del suo autore, l'indiano inglese Jyoti Mishra. Ora, cosa c'entra la meteora White Town con il nostro gruppo finlandese preferito? C'entra, perchè Mattias Björkas e compagni, in uno dei loro tour in giro per il mondo, hanno incrociato i passi di Jyoti, e lì deve essere nata l'idea di suonare la cover della indimenticata (forse non indimenticabile) Your woman, che oggi apre il nuovo disco dei Cats On Fire. Scelta curiosa e azzeccata, in fondo, trattandosi in realtà non di un vero e proprio album nuovo, ma piuttosto di una raccolta di b-sides, inediti e rarità, tratti dalla storia quasi decennale della band. La Matinèe, casa californiana del gruppo, non ha resistito a spremere come un limone la produzione di quella che ormai è una delle sue band di punta, alfieri di quell'indie-pop di marca british e sapore retrospettivo di cui la label è oggi una delle più aggiornate antologie. Ecco allora che scopriamo e riscopriamo con piacere canzoni che in fondo nulla aggiungono di quanto già sappiamo dello stile inconfondibile dei quattro finlandesi, ma che - quasi senza cedimenti lungo i venti (!!!) episodi - possiedono quel brio elegante ed aereo che tanto abbiamo lodato in The Province Complains e Our Temperance Movement. Non c'è ovviamente il lavoro di cesello produttivo dei due dischi, però alcuni gioiellini ancora grezzi (praticamente autoprodotti) come My friend in a confortable chair, Something happened o You will find me where you left me, testimoniano il talento in divenire di Mattias e sodali, discepoli diligenti alla scuola di Smiths, Belle & Sebastian e Field Mice. Discepoli in grado di pareggiare i maestri nel caso di pezzi (che in verità già conoscevamo) come Higher grounds, The Hague e Draw in the reins, ottimi esempi di quella vigorosa eleganza che è il marchio di fabbrica dei Cats On Fire.
In definitiva Dealing In Antiques è - come suggerisce il titolo, un oggetto per collezionisti e fan, ma dopo tutto non solo.

07 giugno 2010

First Aid Kit - The Big Black And The Blue


Tra tanti artisti e artiste del mondo musicale indipendente scandinavo che si affacciano alla ribalta, non so quanti avrebbero scommesso sulle due timide e giovanissime sorelle svedesi Klara e Johanna Söderberg, per quanto il loro mini album d'esordio avesse impressionato più che positivamente. E invece le due First Aid Kit sono oggi nel privilegiato novero di quelli che ce l'hanno fatta e sono riusciti ad oltrepassare l'orizzonte nordico, finendo per incidere per un'etichetta americana, nel nostro caso la Wichita, già nel passato attenta a quanto di nuovo viene dalle lande svedesi.
The Big Black And The Blue è il titolo dell'album di debutto di Klara e Johanna, e contiene - concentrato in undici pezzi - tutto ciò che un appassionato di folk-pop americano desidera trovare in un disco: due voci femminili di grande personalità armonica, chitarre acustiche sapientemente arpeggiate e pochi altri azzeccatissimi ed essenziali interventi strumentali, melodie che hanno respirato l'aria dei grandi classici country-blues (Simon & Garfunkel, Joplin, Baez, e un centinaio di altri cognomi che conoscete già) ma possiedono sempre la freschezza delle due (nemmeno) ventenni che le cantano, e poi quell'aria di malinconia campestre che ti fa subito pensare a notti di provincia americana di tempi andati (un po' alla Brother where are thou), dove provincia qui diventa la cantina di Stoccolma in cui l'intero lotto di canzoni è stato registrato. Insomma, ce n'è abbastanza per conquistare gli States, il che per due fanciulle di 17 e 20 anni non è roba da poco...
Da non perdere.