
Forse mi sbaglio, ma ho l'impressione che il nutrito filone di artisti scandinavi di ispirazione "americana" (i "cowboys in Scandinavia" di una celebre raccolta di qualche anno fa) viva un momento di leggero appannamento: sono ancora numerose le cose interessanti che si ascoltano in giro ma, fatta eccezione per il sorprendente disco delle due sorelline First Aid Kit, poche quelle memorabili. In verità non mi aspettavo molto nemmeno dal nuovo (secondo) album degli svedesi The Tarantula Waltz (il loro disco di esordio mi era sembrato eccessivamente spigoloso e oscuro). E invece devo ammettere che Did Not Leave To Find But To Forget, To Leave Behind è un lavoro degno di grande rispetto, meritevole di essere ascoltato con attenzione.
Markus Svensson, anima dei TTW, è per l'appunto uno di quei singer-songwriters nordici innamorati persi della tradizione statunitense e possiede un tocco ruvido e notturno nelle sue composizioni, che la produzione di John Roger Olsson (dei The Grand Opening, altro gruppo interessante di cui si sono un po' perse le tracce) ha reso maggiormente denso, complesso, eclettico e al contempo vellutato e più accessibile rispetto al recente passato.
Prendete come esempio il pezzo che apre l'album, Glasgow & Clyde, con la sua rotolante e accoratissima dinamica dylaniana, arricchita da fiati gioiosi e scorrazzanti, oppure la successiva travolgente ed elettrica Bacchus. O ancora l'avvolgente Synthetic sun, duetto a cuore aperto con Ebba Forsberg, che mostra l'abilità di Markus Svensson nel dilatare emotivamente tempi e spazi delle sue canzoni, specialmente quando queste ultime si dipanano lungo i binari della ballata (la romantica Chain, resa leggera da una fisarmonica rurale; gli ispirati sei minuti conclusivi di Sthlm), mescolando gentilezza e forza, non lontano dalla lezione (non più replicata agli stessi livelli) del primo Ryan Adams.
Se siete appassionati del genere, The Tarantula Waltz non vi deluderanno.



