31 maggio 2010

The Forest & The Trees - The Forest & The Trees


Messo misteriosamente da parte il vecchio progetto Tupelo Honeys, che ampie lodi si meritò sul nostro blog un paio d'anni or sono, Joel e Linnea Edin sono tornati con il nuovo suggestivo nome The Forest & The Trees. Non in verità una radicale rinascita, visto che al centro della band ci sono sempre loro, i due fratelli di Stoccolma, ma sostanzialmente un restauro dell'involucro esterno del loro sodalizio musicale, sotto l'illustre patrocinio della londinese Rough Trade, che probabilmente pensa a TF&TT come competitori di band inglesi come The School e Lucky Soul .
I Tupelo Honeys ci erano piaciuti per la loro esuberante freschezza, che avevamo paragonato volentieri a band celebri come Arcade Fire o Stars e a colleghi scandinavi come Sondre Lerche, i Moonbabies e i Lacrosse. The Forest & The Trees sembrano possedere in fondo la medesima verve degli esordi, smussando gli angoli più acuminati e addolcendo se possibile l'indole melodica già molto caramellosa del duo. Joel e Linnea puntano ancora sull'incrocio armonico delle loro voci e sul brioso dinamismo degli strumenti (soffici muri di chitarre e tappeti di sinth), alternando momenti più veloci ed energici ad altri più morbidi e volutamente raffinati e incentrando ogni canzone sull'immediatezza molto sixtie (genere girl-groups) delle linee melodiche. Insomma, una sorta di power-twee a presa rapida, dal vistoso fascino retrospettivo, forse incapace - per ora - di momenti indimenticabili, ma ovunque e comunque piacevole e corretto.

The Forest & The Trees: "To The Forest (I Need Some Peace)" from ILL FIT RECORDINGS & PROMOTION on Vimeo.

25 maggio 2010

Skilla - Recall Tension


Si deve respirare un'aria particolare dalle parti di Malmoe, almeno a giudicare dagli artisti domiciliati nella città più a sud della Svezia. Billie The Vision And The Dancers sono buoni portabandiera musicali della loro città, ma le meno conosciute Skilla non sono affatto da meno, tanto che io stesso sono sorpreso di averle scovate soltanto da poco. Nina, Elin, Vanja, Amanda e Lisa possiedono in fondo la lucida follia di Billie, declinata però tutta al femminile e in nome di un eclettismo molto più spinto.
Sarebbe bene, prima di approcciare il nuovo album Recall Tension, recuperare il loro lavoro datato 2009, intitolato senza ambizione di sintesi To Our Mums And Dads Brothers And Sisters Friends And Lovers. Lì le cinque fanciulle si davano da fare per mettere in luce le loro doti di compositrici e performers, dando vita ad un caleidoscopio pop pieno di suggestioni provenienti da modelli e tradizioni disparatissime: indie-rock, pop multicolore, tentazioni jazzistiche, cantautorato raffinato e folk etnico frullati insieme, stilisticamente non lontano dalla prima Regina Spektor (Tragic song) o da artiste scandinave come Miss Li, Maia Hirasawa, Anna Ternheim, Susanne Sundfor e Marit Bergman, ma con una personalità già piuttosto definita e la voglia dichiarata di stupire.
Recall Tension riprende il discorso da dove, poco fa, era stato interrotto: immutata la piccola etichetta casalinga (peccato! dove sono le nostre amate e solerti label svedesi? le Skilla meritano una distribuzione ampia...), immutato lo spirito libero e fiorito delle Nostre, che lascia giusto da parte qualche deviazione e imbocca una strada apparentemente più pop.
Fin dall'iniziale brillantissima Simon says è evidente l'abilità delle Skilla nel confezionare canzoni dai tratti atipici e al contempo godibilissime e coinvolgenti. Abilità che gioca a sorprendere anche nei pezzi successivi, utilizzando in modo originale ed efficacissimo le voci (quella versatile di Nina Christensen e le altre a costruire armonie), il pianoforte come base e gli altri strumenti (spiccano batteria e violino) a intrecciarsi ed esaltarsi in repentini cambi di ritmo (After tomorrow). Ciliegina sulla torta la lunga The song of a heart, lenta e romantica ballata folk in crescendo, dove è davvero bello sentire, in un duetto di dolce leggerezza, la voce di Nina alternarsi e mescolarsi a quella di Lars Lindquist, leader dei concittadini Billie The Vision. Un numero davvero da non perdere!
Interessante scoperta.

21 maggio 2010

Tobias Froberg - The Big Up


Tobias Froberg è uno di quegli artisti scandinavi di cui spesso dimentichiamo l'esistenza. Colpa nostra, visto che in realtà il trentenne svedese è uno che nella musica ci lavora e in maniera massiccia (fra l'altro sta producendo il nuovo album di Ane Brun, che non è proprio l'ultima arrivata). E pure un po' colpa sua, perchè tra un disco e l'altro il Nostro fa passare parecchio tempo, nè sembra possedere un carisma tale da farsi spazio tra tanti altri artisti della scena che amiamo.
The Big Up è il quarto album del musicista originario di Gotland, e conferma immutate le doti di songwriter di Tobias, arricchite come sempre - è il dato che in fondo spicca di più - dalla sua ormai solidissima sicurezza di produttore.
Le canzoni di Froberg sono sempre colte e difficilmente etichettabili in un genere. Prendete ad esempio l'atipico singolo When we go to war: costruzione troppo asimmetrica per essere immediatamente gestibile dal pubblico pop, e al contempo sorprendente nella mescolanza di archi e beat elettronici. I ritmi del disco sono in verità molto più morbidi e rallentati, le linee melodiche ricercate ma evidenti, però ciò che rimane, più che il ricordo di singoli episodi, è l'abilissima variazione degli arrangiamenti, la capacità di usare tanti strumenti e farne una sintesi tanto equilibrata intorno ad ogni canzone. Impressione che dopo tutto abbiamo provato davanti ad ogni lavoro di Peter Bjorn & John, che mi sembra condividano almeno in parte l'attitudine di Tobias.
Segnaliamo giusto la romantica ballata I wanna hurt like that, che potrebbe essere uscita dalla penna del Badly Drawn Boy più ispirato e da sola vale il disco. Il resto è tutto molto elegante e indubbiamente valido (validissimo nel caso dell'acustica e delicata Sandra, con suggestivi archi drakeiani; di notevole piacevolezza nella corale I hope that i die before you, che non stonerebbe in un lavoro degli I'm From Barcelona), ma non sempre incisivo, come se nel complesso - tra tanta perizia - difettasse un po' di personalità.

18 maggio 2010

Palpitation - Palpitation


Non so se il nome Palpitation sia completamente nuovo per voi. Per me no, visto che ricordavo perfettamente - tra le tonnellate di dischi che ascolto e contestualmente dimentico - l'ep (o più che altro mini album, credo autoprodotto) che fecero uscire mi sembra due o tre anni fa. Vorrei dirvi di più sul gruppo, ma in rete le notizie sono decisamente carenti: sappiamo che si tratta di una band svedese, che gravita intorno a due ragazze, Maria Vejde ed Ebba Carlén, e che viene pubblicata dalla minuscola label Luxury di Goteborg. Nient'altro.
Parliamo allora del disco (omonimo), che conferma quanto di buono già era evidente nell'esordio. I Palpitation suonano un indie rock melodico, suggestivo ed equilibrato, che per certi versi mi ricorda band americane come Nada Surf o Wheat incrociate con il sound pop di un gruppo di grande personalità come i Fanfarlo, e per altri - pur essendo sempre molto accessibile - vuole essere maggiormente colto e raffinato. Ecco la ricetta: essenziali e ficcanti intrecci di chitarre, ritmiche senza fronzoli, voce gentile e roca al tempo stesso (ma a chi appartiene?), melodie sempre vagamente malinconiche, notevole dinamismo all'interno di ogni pezzo, che forse è la cosa che ai Nostri riesce meglio (ascoltate I lost and died per esempio), qualche inserto strumentale diverso con una vocazione assolutamente pop (la tromba del singolo What if e della piacevole Wait fall leave), calcolati momenti di rallentamento dove tutto - chitarre, voci - si fa vellutato e leggero, ma senza perdere l'obliqua e raffinata ruvidezza della stoffa sonora caratteristica del gruppo (Light can fix me, la mia carta preferita del mazzo insieme alla conclusiva In five years). Una proposta certo non nuova nel panorama indie internazionale, ma al contempo non priva di una sua pregevole originalità.
Da tenere d'occhio.

What if

14 maggio 2010

Billie The Vision And The Dancers - From Burning Hell To Smile And Laughter


Non esiste un luogo più confortevole di un disco di Billie The Vision And The Dancers. Ti appresti ad ascoltare From Burning Hell To Smile And Laughter, quinto album di una serie iniziata sei anni orsono, ed è un po' come tornare per l'ennesima nel posto dove passiamo le vacanze da tanto tempo e che conosciamo alla perfezione, ma dove è quasi indispensabile tornare per sentirci davvero bene.
Nessuna sorpresa nei quattordici pezzi del disco (quattordici! Billie è un tipo generoso...), ma in questo caso non può che essere un bene, perchè ciò significa che la festa pop-folk iniziata con I was so unpopular... è ancora in corso, e sembra davvero che Lars Lindquist e sodali non abbiano per nulla intenzione di spegnere la luce e andare a letto. L'atmosfera allegra, estiva e scanzonata è la stessa di sempre fin dall'iniziale frizzante 37010 e la band suona con grande sicurezza e leggerezza sia negli episodi ballabili e saltellanti che in quelli più lenti, countryeggianti e romantici (e la seconda voce di Sofia Janninge è sempre più deliziosa, come nella malinconica You taught me e nella disarmante Would it be allright).
Le liriche ironiche e fiorite di Lindquist sono poi l'ingrediente segreto e prezioso che non molti artisti scandinavi (e non solo) possono vantare: si parla sempre e invariabilmente d'amore, omosessuale o eterosessuale che sia poco importa, con i soliti criptici riferimenti ai personaggi che popolano il mondo di Billie (Pablo e Lily), l'ispirazione che viene apparentemente da fatti della vita quotidiana ed una sorridente morale che ci insegna a lasciarci alle spalle ogni tristezza e goderci la vita e l'amore (marchio di fabbrica di Billie, ma in fondo del pop tutto). Con qualche chicca spassosa, che rende bene l'idea della ricetta dei Nostri per vincere anche la crisi economica: "Everyone's afraid of the financial situation / Everyone's so scared of the big bad economic wolf / I can't think of anything else than to lay in bed here naked with you / Let's make love until the crises is over" (Oh baby yeah honey).
Più che una band ormai un'istituzione. Da amare e preservare.

Tutto il disco scaricabile liberamente qui.

10 maggio 2010

Marching Band - Pop Cycle


Un paio d'anni Spark Large, il disco di debutto del duo svedese Marching Band, ha spinto molti (e noi pure) a gridare quasi al capolavoro, tanto che i Nostri si sono meritati numerosi passaggi musicali nei serial americani che contano. In fondo l'album era stato registrato, prodotto e pubblicato a Los Angeles, a suggerire che l'ambizione di Jacob Lind ed Erik Sunbring aveva già in partenza confini ben più larghi di quelli scandinavi. E invece, sorpresa sorpresa, i due di Linköping sono tornati nella natia Svezia, hanno tirato fuori dagli armadi i maglioni pesanti, e si sono dedicati alla loro opera seconda chiamando dietro la consolle "sua maestà" Jari Haapalainen - non sto a ricordarvi per la millesima volta il suo curriculum - che si è dato da fare per infettare il pop acustico dei MB con il suo infallibile tocco indie.
Another day, il pezzo che apre il disco, senza dubbio non può che lasciare di stucco: la linea melodica brillante e corale è quella che conoscevamo dall'album precedente, ma qui c'è una tonnellata di energia in più, che esplode attorno al torrenziale arpeggio del pianoforte e alla ritmica potente e martellante. Ecco, energia e melodia: è questa la ricetta di Pop Cycle, e negli episodi successivi Jacob ed Erik si divertono un mondo a pigiare sull'acceleratore intrecciando voci e strumenti, picchiando sui tamburi e alzando il volume delle chitarre elettriche, giocando abilmente con gli arrangiamenti e, in definitiva, piazzando un potenziale singolo dopo l'altro (Uncomfortably numb è il mio preferito tra i numerosi candidati, ma c'è l'imbarazzo della scelta).
Stilisticamente i Nostri hanno già raggiunto una personalità forte e riconoscibile: li abbiamo già definiti un ponte ideale (giocoso e coloratissimo) tra l'eclettico indie canadese e la gentilezza melodica della scena scandinava, e oggi la definizione calza ancora a pennello, benchè la bilancia si sposti leggermente verso un approccio più rock e vigoroso. Manca forse la sensazione di totale ed entusiasmante novità che aveva suscitato Spark Large fin dal primo ascolto, tuttavia Pop Cycle è indubbiamente un disco capace di fare molta molta strada.
Ovviamente, da non perdere.

03 maggio 2010

Anna Maria Blixt - Venus Jupiter And The Moon


Ha una biografia decisamente interessante Anna Maria Blixt. Nata in quel di Örnsköldsvik, costa svedese del golfo di Botnia, dopo gli studi ha finito per viaggiare per mezzo mondo, transitando per il Messico, dove ha conosciuto il musicista e produttore locale Patricio Lobeira, con cui oggi condivide un sodalizio non solo artistico. Venus Jupiter And The Moon è l'astrologico titolo dell'album di debutto di Anna Maria, registrato e prodotto insieme al marito in quel di Monterrey per la sua etichetta, quindi al di fuori del consueto range di labels scandinave di cui trattiamo abitualmente, in una dimensione "apolide" che coinvolge in fondo anche la musica dei due.
Difficile trovare tracce di "messicanità" nei pezzi del disco, per quanto messicani siano tutti i musicisti che hanno lavorato al progetto: la musica della Blixt potrebbe indifferente venire dal Midwest americano, dai sobborghi di Londra, o da una graziosa casetta di Hässleholm, che per l'appunto è la cittadina della Scania dove Anna Maria Blixt ha per il momento messo le tende. Testimonianza del fatto che un certo mondo di intendere il singing/songwriting è ormai talmente canonico da superare ogni tentativo di confinamente in una scena nazionale.
Prendete Two peas in a pod, la canzone che apre l'album: la base è quella del folk più gentile e cittadino, la voce di Anna non indimenticabile ma vivace e piacevole, l'uso del pianoforte discreto ma raffinato ed efficacissimo, la melodia fresca e profumata come un soffio di primavera. Un bel sentire, insomma, che mette insieme l'intelligente semplicità melodica dell'anti-folk e qualche ambizione da pop per palati raffinati (e non sono in molti a farlo, al momento mi vengono in mente solo gli gli Hellsongs). Ricetta che a tratti, nel resto del disco, dà ancora buoni frutti (I deny you the right to call me beautiful ad esempio, con un prezioso dialogo tra la la voce di Anna e la chitarra acustica; oppure la più notturna My reasoning), passa indenne attraverso le riuscite cover di Call me Al di Paul Simon e Dancing in the dark di Springsteen, e si sbilancia leggermente da una parte o dall'altra negli altri momenti (troppo ambizioso il duetto di Downtown, nononostante l'arrangiamento lussuoso), con infine qualche piccola (ma non fastidiosa) ripetizione di schemi e un'apertura decisamente pop (The sky and I) non del tutto convincente.
Conto finale comunque più che positivo, per un'altra artista scandinava di cui vale davvero la pena di segnarsi il nome.