28 aprile 2010

Susanne Sundfør - The Brothel


Sono passati circa tre anni da quando abbiamo tenuto a battesimo l'album d'esordio della (allora) ventunenne norvegese Susanne Sundfør, ma ci ricordiamo perfettamente l'impressione che destavano quella voce così dotata, quelle canzoni ispiratissime e memori di Joni Mitchell e Carol King, quella maturità stupefacente per una ragazza così giovane.
The Brothel, seguito del disco appena citato, arriva oggi con il medesimo scopo: stupire, impressionare. E, non si può fare a meno di dichiararlo, soprattutto spiazzare. Il lungo pezzo che dà il titolo all'album, posto all'inizio della sequenza, riabbraccia l'ascoltatore con la stessa inqueta grazia che conoscevamo, tuttavia è già evidente un atteggiamento nuovo: più ambizioso (ancora) nella struttura della canzone, nell'uso della voce, nel desiderio di narrare liricamente, che sembra quasi prevalere su quello di creare una melodia forte e subito riconoscibile (che era invece l'esigenza di fondo dei brani del primo disco). La successiva Lilith, con le sue scabre distorsioni elettroniche, non solo conferma l'impressione, ma ti prende a ceffoni: che fine ha fatto la Susanne dolce ma complessa che abbiamo amato? Non c'è più. E' un film del tutto diverso questo, e gli episodi che seguono ne sono la difficile e raffinatissima colonna sonora, costruita con abilità attorno alla voce e al piano della Sundfør e aperta a variegate, impreviste ed emozionali suggestioni strumentali (cori, archi, campanelli, campionamenti e batterie elettroniche). Non si può parlare di canzoni, non più, davanti alle spire ampie di Black widow e alla soundtrack postmoderna di It's all gone tomorrow, mirabile calderone nel quale finiscono lacerti soul e rnb, strutture trip-hop, aperture quasi electro-pop e coltissimi archi classici (produce Lars Horntveth: complimenti!). Roba da perdersi o da rimanere folgorati, insomma... Non c'è dubbio comunque che il film girato da Susanne sia cupo e drammatico, colmo di riferimenti alla violenza, alla religione, alla morte, e la solenne, ventosa e marziale melodia di Knight of noir dà perfettamente l'idea del romanticismo oscuro e anti-retorico scelto dalla Sundfør come sfondo del suo racconto. Ancora suggestioni "nere" nella mossa e financo spiritosa Turkish delight, malinconica musica senza parole nella successiva As i walked out..., ansiosa inquietudine e concessioni al belcantismo in O master, bjorkismi assortiti nella impenetrabile Lullaby, per concludere con il gospel onirico di Father father, che fa intravedere la luce in fondo al tunnel, lasciandoci però a metà del tragitto, non ancora in salvo.
Capolavoro, scrivono i magazine norvegesi. E non c'è da stupirsi: The Brothel è in effetti più un disco da critici musicali che da normali ascoltatori di musica pop / cantautorale. Se vi piaccino le "cose difficili" è l'album che fa per voi. In caso contrario, ripescate il disco d'esordio, Susanne Sundfør, e lasciatevi trascinare dalla malinconia.

24 aprile 2010

Monzano - By This Time Last Year Everything Will Seem Younger


Abbiamo parlato del norvegese Sjur Lyseid l'anno scorso, segnalando in modo più che positivo l'esordio del progetto The Little Hands Of Asphalt, in nome di un folk-rock cantautorale delicato ed essenziale che ha incantato la critica scandinava. In realtà Sjur è da molti anni il leader di una delle band norvegesi di area indie più in vista del paese nordico, i Monzano. By This Time Last Year Everything Will Seem Younger è il lungo ed ermetico titolo del secondo disco dei Monzano, uscito un paio di mesi fa per l'interessante etichetta di Oslo Spoon Train Audio.
Avendo apprezzato le doti autoriali di Lyseid, mi sono accostato a questo lavoro con notevoli aspettative, che sono state soddisfatte solo in parte. I Monzano suonano indie-rock in modo molto ortodosso: hanno ben presente i Death Cab For Cutie, The Shins, i Band Of Horses e lavorano con perizia innegabile per costruire "quel" sound di chitarra, "quel" tipo di canzone orecchiabile ma volutamente "intelligente", "quelle" liriche tra l'ingegnoso e l'ironico, assistiti da una produzione che ripulisce per bene i suoni senza però aggiungere ingredienti eccessivamente pop o ruffiani.
Un pezzo come The mannequin wakes, che apre l'album, rende ottimamente l'idea: tutto ricorda lo stile di Ben Gibbard, dalla voce all'uso astuto del sinth, e il risultato, benchè non entusiasmante, è di certo corretto e piacevolissimo. Copione che si ripete per tre quarti degli episodi successivi, senza cadute nè vette particolarmente evidenti (giusto Cold waters grazie alla per altro discreta presenza di Thea Glenton Raknes) . I Monzano invece cambiano leggermente marcia nei momenti in cui l'anima cantautorale di Sjur Lyseid prende il sopravvento sulla indie-ness imperante e ciò che ne risulta sono canzoni ibride dall'anima folk intimista (Bright Eyes, Elliot Smith) e dall'involucro appena increspato di rock elettrico: Know your velocity, Even bluer pills, Sleeping on sleepers, la conclusiva e soffusa The buildings then the trees.

17 aprile 2010

Bjorn Kleinhenz - B.U.R.M.A.


B.U.R.M.A., l'ultimo album di Bjorn Kleinhenz, è uscito già da alcuni mesi, tuttavia sono riuscito a metterci le mani sopra soltanto pochi giorni fa (e non sono nemmeno sicuro che sia l'ultimo, visto che il sito dell'artista lo anticipa rispetto al già recensito Head Held High On Fearsome Pride, che comunque sembra frutto delle stesse sessions). Attesa che ho vissuto con un po' di impazienza, vista l'attenzione che ho sempre riservato ai dischi del cantautore svedese di origine tedesca.
Ascoltando Haz920 e Bodilla, primo e decimo pezzo dell'album (ma nel mio lettore non so perchè sono finiti uno dopo l'altro), ho fatto un mezzo salto sulla sedia: anzichè le conosciute armonie "americane" di Bjorn, mi è sembrato di entrare dritto dritto in un disco dei Delgados: muro di chitarre iniziale a riempire le orecchie, poi pausa folk di sapiente docezza, e di nuovo tempesta sonora, con le voci maschile/femminile a farsi timidamente spazio nella bufera elettrica. Pare calata una notte di ombre e pochi bagliori nel mondo musicale di Kleinhenz: lo confermano l'incedere lento e acustico di Down, mosso ancora da una distorta inquietudine elettrica (un po' Mojave3 degli esordi, ma con più ruvidezza), la sfumata dilatazione di Holy boredom e Hungry hunter, le cadenze blues di Black water, la cupa dolcezza di Fårö e di quasi tutti gli altri episodi del disco. E' come se il soggiorno di Bjorn e della sua compagna nell'isoletta che fu buen ritiro di Ingmar Bergman (Fårö per l'appunto) si sia trasformato - e non avrebbe potuto essere diversamente - in un intimistico e tormentato ripiegamento emotivo, non privo di una diffusa serenità di fondo, evidente nei pochi episodi (Stillborn, words apart) illuminati da una luce folk appena più brillante.
Come collocare BURMA nel percorso artistico di Kleinhenz? Diciamo così: insieme al disco precedente (o successivo) segna evidentemente un passaggio meno pop e sempre più autarchico nella carriera del Nostro, che mi sembra assomigli sempre di più a un singer/songwriter come Damien Jurado.
Da avere se vi piace il genere cantautore di ispirazione americana più o meno tormentato.
E già che ci sono vi segnalo che qualche giorno fa, tra un tour europeo e l'altro, Bjorn ha pubblicato anche un ep di sei pezzi intitolato Dackes Drabanter: sostanzialmente delle outtakes degli ultimi lavori, quasi interamente acustiche, delicate ed eleganti come sempre.

13 aprile 2010

The Radio Dept. - Clinging To A Scheme


Partiamo da questo presupposto: The Radio Dept. nella scena svedese sono praticamente un monumento. Suonano insieme da almeno quindici anni (pur con una formazione di volta in volta ritoccata), sono adorati dalla critica indie e sono pure la prima band che ha fatto conoscere la Labrador Records nel mondo. Il tutto - davvero strano a dirlo - nell'arco di appena qualche ep e tre album, essendo il terzo quello di cui andiamo a parlare quest'oggi!
In verità Lesser Matters e Pet Grief, primi lavori sulla lunga durata della band di Lund, erano dischi piuttosto lontani l'uno dall'altro ed hanno diviso gli estimatori: spontaneo, primaverile, colorato, gioiosamente sfocato e ronzante il primo, una formidabile raccolta di gemme indie-pop di geniale essenzialità, screziate di elettronica e beatamente sognanti; più elaborato, ambizioso e articolato il secondo, nel quale i colori si inscuriscono, il tasso di electro di alza e le ombre si fanno più lunghe.
A quattro (!!!) anni di distanza i Radio Dept ritornano con questo Clinging To A Scheme, che fin dal primo ascolto non potrà non sembrarvi una sorta di "giusto mezzo" tra l'esordio ed il suo seguito, destinato ad accontentare forse entrambe le fazioni. Come ben sappiamo, Johan Duncanson e Martin Larsson sono due consumatori onnivori di musica, con una spiccata preferenza per gli Ottanta e i primi Novanta, e fin dai loro primi passi hanno cercato di disegnare una linea sottile ma solida che leghi insieme Joy Division, New Order, Saint Etienne, l'elettro-pop più danzereccio e commerciale e quello più ricercato, l'immediatezza artigianale e antiretorica del twee di stampo Sarah Records (Felt e così via), il feedback melodico dei maestri Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine, più un'altra dozzina di riferimenti pescati abilmente nell'indie contemporaneo (e scandinavo).
Non è quindi una sorpresa ritrovare nei dieci pezzi del disco nuovo lo stesso concentrato multivitaminico di pop alternativo. La vera sorpresa - almeno per me, che non ho apprezzato lo sperimentalismo delle loro ultime uscite - è scoprire una dopo l'altra una manciata di canzoni pop di facile ed immediata assimilazione, come se i pezzi di Lesser Matters fossero ripuliti della loro patina elettrica e dreampop e resi sfavillanti da una serie di arrangiamenti scaltri e piacevoli (The Video Dept poi è un'autocitazione stilistica irrestibile!). Domestic scene, Heaven's on fire, This time around, Never follow suite scorrono veloci con una fluidità che alcuni imitatori dei TRD (vedi JJ, per esempio) sono ben lungi dal raggiungere nelle proprie produzioni. Ci sono bordoni di sinth, ci sono campionamenti, ci sono alcune sornione citazioni baleariche, c'è qualche mesmerica deriva strumentale (A token of gratitude), c'è un po' di ortodossa nostalgia shoegazer (Four months in the shade), ma tutto usato con immenso equilibrio (conquista di tanti anni di lavoro) e al servizio di una serie di melodie di estrema leggerezza e leggiadria, che in filigrana (nell'arpeggio delle chitarre e non solo) potrebbero far pensare a tratti addirittura al gentile esotismo dei Kings Of Convenience. Con una chiusa (You stopped making sense) che conclude circolarmente l'album e che, nella sua obliqua dolcezza, ricorda le cose più romantiche e sognanti dei Notwist o, perchè no, dei Death Cab For Cutie.
Album imprescindibile.

06 aprile 2010

Seabear - We Built A Fire


Domanda: quanti dei dischi che ogni anno recensiamo su questo blog (una quarantina circa) vengono distribuiti in Italia? Pochissimi. Anzi, quasi nessuno. Fanno eccezione - e chissà perchè - i lavori degli islandesi Seabear, l'ultimo dei quali (We Built A Fire) l'ho testè acquistato quasi sotto casa a un prezzo non di favore, ma con accluso l'interessante e godibile ep While The Fire dies. Sarà il fascino dell'Islanda, sarà il piccolo seguito di appassionati per un genere ibrido folk-rock che un po' è di moda, sarà un puro caso, ma è sempre un piacere trovare nei negozi italiani un po' di musica made in Scandinavia.
Dopo un esordio che ha stupito tutti per qualità, la creatura a sette teste di Sindri Màr Sigfùsson si è presa tre anni per dare un seguito a The Ghost that carried us away; tre anni durante i quali Sindri ha partorito il suo disco solista (non indimenticabile!) con il nome Sin Fang Bous e pure la vocalist e multistrumentista Soley ha pubblicato (da pochissimo) un album di non facili composizioni per piano e voce. Il fatto che i dischi solisti dei membri dei Seabear abbiano qualcosa che non funziona, mentre negli album della band tutto sembra quadrare alla perfezione, rende facile testimonianza del magico amalgama dei Seabear.
Non che We built a fire sia un capolavoro, anzi, ma le composizioni di Sindri e compagni - anche quelle apparentemente meno brillanti e un po' più piatte - possiedono sempre un'innegabile grazia, derivante dalla grande coesione armonica fra voci e strumenti (dall'acustica al pianoforte, e poi glockenspiel, archi, fiati, campanelli, fisarmonica, theremin...), ed insieme a questa una sottile obliquità stilistica che può colpire i gusti sia degli amanti del folk che quelli dell'indie-rock (sentite un pezzo come Softship, o le distorsioni della successiva Warm blood, o ancora l'immediatezza del singolo I'll build you a fire).
Ovvio che i paragoni volino all'America di Sufjan Stevens o al Canada dei geniali Woodpigeon, ma in realtà i Seabear hanno una personalità forte abbastanza per smarcarsi da modelli e influenze varie, e specialmente quando si muovono a cavallo (e un po' oltre) i canoni del folk, dando vita a malinconiche ballate di raffinata ma complessa gentilezza come Fire dies down, Cold summer, Leafmask o a piccole delizie rurali come Wooden teeth, mostrano tutto il loro talento di artigiani folk-pop.
Da non perdere.

Seabear - I'll Build You A Fire from seabear on Vimeo.