26 febbraio 2010

Moddi - Floriography


C'è qualcosa di picaresco e romantico nelle informazioni che Pål Moddi Knutsen offre di sè: nato e cresciuto a Senja, isola nell'estremo nord della Norvegia, il Nostro ha imparato a suonare con la fisarmonica della madre, un vecchio mandolino russo e una chitarra malandata, poi si è fatto le ossa esibendosi dal vivo ed è finito nientemeno che in Islanda per registrare il suo album di esordio, sotto l'ala protettrice di Valgeir Sigurdsson (Bjork, Mùm, Ane Brun...).
E in effetti, ascoltando Floriography, la sensazione di trovarsi di fronte ad un artista dai tratti particolari e lontano da schemi prefissati è forte. Basterebbero i sessanta secondi di quasi silenzio che aprono l'album a dare un'idea dell'approccio anticonvenzionale di Moddi, che fin da subito applica una dilatazione dei tempi e degli spazi invero molto "islandese", facendo emergere a poco a poco il canto dolente di Rubbles da una densa bruma di fisarmonica, violino e rumore elttrico, quasi fosse un Bright Eyes finito in esilio chissà come nell'inverno più freddo e nordico.
E' musica di grande impatto emotivo quella di Moddi, quando si libra su una soffice brezza di archi ed arpeggi acustici (Magpie Eggs) o si lascia riscaldare dal fuoco domestico della fisarmonica e del pianoforte (Ardennes), quando disegna orizzonti crepuscolari che ricordano il pathos trattenuto di un Nick Drake (A sense of grey) o si limita all'essenza della voce (timida, roca e accorata al tempo stesso) e della chitarra pizzicata con misurata dolcezza, puntando tutto sull'improvviso crescendo emozionale del cantato e degli strumenti (Smoke). Il tutto, bisogna sottolinearlo, senza tenere per forza conto dei vincoli canonici della forma-canzone, tempi contingentati o successioni prevedibili di strofe e ritornelli: in sostanza i ritmi interni delle composizioni di Moddi sono sempre molto mossi (è onnipresente la dinamica fra pieni e vuoti, emblematica la lunga 7!) e sembrano dettati più che altro dall' umore lirico dell'autore, ora sottilmente pensoso, ora lanciato verso una melodica estroversione. Un'attitudine che può far pensare a singer/songwriters come gli svedesi Loney Dear e The tallest Man On Earth, ad oblique band folk-pop islandesi come Rokkurrò e Seabear, all'inusuale suggestione di The Tiny (il fascino artico di Krokstav-emne), oppure - per citare un nome davvero celebre - all'irlandese Damien Rice (un pezzo "drammatico" come Stuck in the waltz lo dimostra in modo abbastanza palese).
Insomma, Floriography si presenta per ora come l'esordio più interessante del 2010, e il giovanissimo Moddi non può che salire subito sui gradini più alti del cantautorato indie scandinavo.

Moddi vs. Kråkesølv - "Magpie Eggs" (Moddi) from byLarm on Vimeo.

22 febbraio 2010

Sambassadeur - European


Non è facile per me recensire il nuovo album dei Sambassadeur. O meglio, lo sarebbe fin troppo, se rinunciassi ad ogni sforzo di obiettività e mi lasciassi trasportare dall'affetto smisurato che nutro da anni verso questa band di Malmo e il suo approccio artigianale, retrospettivo e al contempo raffinatissimo alla materia pop. Perciò tenterò di attenermi ai fatti.
I Sambassadeur arrivano, con European, al loro terzo album (su Labrador) dopo un esordio fulminante fatto di twee autunnale e profumato di sixties (Sambassadeur), un paio di ep di indiscussa forza melodica e un secondo album virato verso un'elettronica leggera e nel complesso meno convincente (Migration). E, fin dalla romantica intro di pianoforte e dalla poderosa accelerazione strumentale dell'iniziale Stranded, i Nostri sembrano volerci comunicare che la loro "migrazione" è approdata infine su spiagge pop sulle quali il sole splende limpido ed estivo, le stesse che forse ammirano i passeggeri ritratti sul bastimento che campeggia in copertina.
In effetti, ascoltando il resto dell'album, si potrebbe anche dire che i Sambassadeur, ieri maestri di raffinato equilibrio compositivo e nella scelta di modelli deliziosamente blasè, oggi suonano sempre allegramente sopra le righe, dando l'impressione qui e lì di una versione energetica dei Camera Obscura privata di ogni ombra o sfumatura. Ma, in verità, sarebbe un giudizio eccessivamente riduttivo per una band che sta cercando con grande intelligenza la propria strada verso un'idea di pop-song che allo stesso tempo ricordi modelli più o meno "nobili" e centri al primo colpo il cuore dell'ascoltatore. Pezzi ammiccanti e potentemente dinamici come Days o I can try sembrano fatti apposta per dare facili carezze melodiche e insieme piacevoli sferzate ritmiche: attorno alla voce di Anna Persson (oggi più sicura e meno fredda rispetto al passato) fiorisce una scintillante cascata di archi, sinth, batteria serrata, addirittura saxofono, che ricopre di zucchero filato le trame twee degli esordi e possiede riflessi che a tratti quasi abbagliano. Se nel morbido tepore dell'acustica Forward is all i Sambassadeur ricordano le cose migliori dei Concretes, la successiva Albatross disegna paesaggi marini non più con le tinte pastello che chiudevano Migration, ma con i colori carichi di una melodia che - piaccia o meno - non può non ricordare gli Abba, e scorre via con abilità rimanendo appena al di qua del filo che separa la suggestione dalla leziosità. Molto meglio allora il carillon sofice e vagamente malinconico della splendida High and low, pezzo amabilmente fragile e dilatato, che accontenterà anche i nostalgici di Sambassadeur e continua nel bozzetto acustico A remote view. A rimettere in moto i rombanti motori pop di European ci pensa la successiva Sandy dunes, ampia costruzione che si regge sulle solide basi sixties modellate sui poderosi disegni sonori di architetti di pop lussureggiante come Phil Spector: archi a profusione, ritmica battente, melodia che echeggia i girl-groups dei tempi che furono. E così finisce che la cosa più bella e memorabile del disco è la sua più "essenziale" conclusione, Small parade, dove la band suona nuda ed elettrica senza preoccuparsi dell'iperproduzione presente in almeno due terzi degli episodi dell'album.
Insomma, European è un disco di grandissima immediatezza, il più pop della carriera dei Sambassadeur: lo è in modo solare e programmatico. E' anche un disco impegnativo, nel senso che stilisticamente c'è davvero tanta carne al fuoco, forse troppa, a meno che non amiate alla follia il quartetto di Goteborg o siate dei patiti del genere. Indubbiamente è un lavoro con il quale bene o male quest'anno un po' tutta la scena indie-pop scandinava dovrà fare i conti.

13 febbraio 2010

Oriel Joans - Oriel Joans


Åland è un arcipelago frastagliato che si trova a metà fra la Finlandia e la Svezia, finlandese di bandiera ma svedese di lingua. E proprio di Åland sono originari gli Oriel Joans, tre ragazzi e una ragazza, tutti multistrumentisti, che suonano insieme da qualche anno e, dopo traversie varie ed esperienze da buskers in giro per l'Europa, oggi pubblicano (senza etichetta, solo online) il loro primo album.
Di solito, lo ammetto, non dedico tempo ai dischi autoprodotti, ma in questo caso il mio pregiudizio mi avrebbe portato ad ignorare una delle band più interessanti e promettenti dell'intero panorama scandinavo. Mi sono bastate le prime note di I only wish to lay per innamorarmi degli Oriel Joans: delicate armonie vocali, acustica e glockenspiel in evidenza e una melodia illuminata di crepuscolare e rurale malinconia, tra Kings Of Convenience, Fleet Foxxes e Perishers. L'accostamento con il celebre duo norvegese ricorre con naturalezza lungo tutti i dieci episodi del disco, ma gli Oriel Joans - fin dalla successiva Heart - dimostrano di padroneggiare con abilità innegabile un forte senso dinamico delle canzoni, sempre arricchite da piacevoli e per nulla scontati apporti strumentali (flauto e sax ad esempio).
I Nostri si muovono in quel territorio pop-folk che oggi sembra essere tornato di moda (Bon Iver, Woodpigeon, Mumford & Sons...), e lo declinano con l'accento essenziale, brillante e immediato tipico di molti artisti scandinavi come, ad esempio, Pelle Carlberg, ma anche i recentemente celebrati Northern Portrait e Hellsongs, o ancora Bodebrixen, Marching Band, My Little Pony, Jeremy, etc..
Ciò che Oriel Joans hanno in più rispetto alla media è quel tocco di aggraziata raffinatezza che deriva da una lunga consuetudine con gli strumenti, da un lavoro artigianale ma certosino negli arrangiamenti e da una capacità di scrittura davvero invidiabile (sentite la quieta e cantautorale Great shades e resterete probabilmente a bocca aperta).
Insomma, ce n'è a sufficienza per festeggiare il primo album importante del 2010. Ma non può che rimanere una sensazione di incredulità e meraviglia nel ribadire il fatto che nessuna delle prolifiche (e di solito molto attente) label svedesi abbia messo le mani su questo gioiellino.

Tutto il disco in ascolto qui.

05 febbraio 2010

Joel Alme - Waiting For The Bells


Un paio d'anni fa mi aveva positivamente colpito l'esordio di Joel Alme, giovane singer/songwriter svedese capace di scrivere (e cantare) canzoni davvero con il cuore in mano, un po' Hakan Hellstrom, un po' Jens Lekman. Passato dalla piccola ed eclettica Sincerly Yours alla più solida Razzia Records (Hello Saferide, Maia Hirasawa), Joel esce oggi con il suo secondo album, Waiting For The Bells, prodotto da un maestro di equilibrio ed eleganza come Mattias Glavå (l'uomo che sta dietro i due dischi di Anna Jarvinen, e qui mi fermo...).
Ed è decisamente una bella conferma. Alme si tuffa anima e corpo in un passato pop (tra i classicissimi Motown, il poderoso lirismo di Van Morrison e il Dylan più accorato) in cui le canzoni grondano emozioni e si rivestono in ogni loro più piccolo particolare di archi e fiati maestosi, e ci offre un disco che volutamente vuole assomigliare, anche nei suoni, ad un prodotto dei tardi '60: grande romanticismo, lussuosi arrangiamenti, liriche programmaticamente d'amore e sofferenza, enfasi vocale a profusione.
Su tutto, forse, l'idea di un prodotto costruito (con notevole abilità) a tavolino, ma non è in fondo un grosso problema: Waiting For The Bells è in definitiva una pregevole e godibilissima raccolta di canzoni che sarebbe un errore definire "fuori moda", piuttosto un omaggio appassionato a un tempo ormai lontano in cui il pop ha vissuto il suo apice irripetibile.