
Danese ma residente da tempo a Berlino, Agnes Obel è una di quelle cantautrici scandinave che - se non fosse per la nazionalità scritta sulla loro carta d'identità - potrebbe dire di venire dal Greenwich Village come dalla campagna inglese. Tant'è che le poche informazioni reperibili sulla rete lasciano molti vuoti a proposito della sua biografia.
Philharmonics, edito dalla tedesca Pias, è l'album di debutto di Agnes, anticipato in Germania da un pezzo, Just so, finito nella pubblicità televisiva di un colosso delle telecomunicazioni come T-Mobile: ottimo passaporto per entrare nella scena musicale dalla porta principale, un po' come ha fatto da noi la misconosciuta francese Yael Naim, beneficata da Enel e Mulino Bianco.
Al di là della sfilata di marche e marchi, la musica dell'artista di Copenhagen è difficilmente catalogabile come pop. Recensioni più o meno la accostano a Tori Amos, ma - a parte l'uso centrale del pianoforte nella sua musica - la delicata raffinatezza, poco accessibile ad un approccio superificiale, della Obel ha poco a che fare con l'eclettica e sensuale comunicatività della rossa americana, e forse assomiglia maggiormente ad outsider di classe come Aimee Mann o Fiona Apple o a singer/songwriters di ambito indie come Laura Marling, Nina Nastasia, Martha Waynwright o - almeno in parte - Joanna Newsom.
Il denominatore comune di Philharmonics è senz'altro il suo umore notturno e invernale, che prende forma episodio dopo episodio attraverso le trame lente, essenziali ed impressionistiche del pianoforte (da solo nell'iniziale Falling catching) e soprattutto attraverso la voce intensa e gentile di Agnes (sovente replicata dai cori), lontani entrambi da ogni tentazione di virtuosismo. Emergono così uno dopo l'altro pezzi di notevole suggestione, arricchiti talvolta da una timida chitarra acustica (Brother sparrow, la morbida cantilena Just so) o dalle note atemporali dell'arpa (Beast), raramente "facili" (Riverside) o in crescendo (Avenue), ovunque increspati da una palpabile inquietudine di fondo. Caratteristica, quest'ultima, che ritroviamo in tante cantautrici scandinave come Anna Ternheim, Britta Persson, Ane Brun, oppure dai The Tiny di Ellekari Larsson, nella scia delle quali sembra poter stare a proprio agio anche Agnes Obel.
In definitiva Philharmonics è un album davvero interessante, prodotto con grande perizia, rivelatore di un talento da tenere sott'occhio. Ideale in fondo per la stagione che sta iniziando.
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