Abbiamo parlato non molto tempo fa (in termini entusiastici) degli svedesi Hellsongs, complici l’uscita di un ep e una immienete data italiana. Li ritroviamo oggi, in una veste leggermente rinnovata (non c’è più la cantante Harriet, sostituita da Siri Bergnéhr), alle prese con l’uscita del loro attesissimo secondo album: attesissimo soprattutto vista la sorprendente ed eccentrica bellezza del loro esordio, Songs In The Key Of 666, floreale, imprevedibile e raffinatissimo omaggio ad una dozzina di classici dell’hard-rock in grado di (re)inventare canzoni e cucire attorno ad esse sgargianti vestiti acustico-orchestrali con grazia sopraffina. Diciamo subito che Minor Misdemeanors non tradisce le aspettative, andando a scegliere in un canzoniere sterminato altre dieci eleganti cover metallare e lavorando sodo per rivoltarle ben bene nello spirito della "metal band più gentile del mondo", senza tradirne la linea melodica o il messaggio: un ulteriore banco di prova per Kalle Karlsson e Johan Bringhed, menti e motore della band, che mostrano una indubbia capacità di muoversi nel cuore del già provato talento sonoro del gruppo, distillando arrangiamenti tagliati con gusto e precisione secondo lo stile peculiare per cui gli Hellsongs sono stati osannati da entrambe le rive dell’oceano. , ma nessuna delle canzoni autografe degli Hellsongs, ora delicatamente oscure, ora luminosamente suggestive, abbassa di una tacca il livello complessivo dell’album. Per la cronaca, ci sono cover di Skid Row (Youth gone wild), Guns 'N Roses (Welcome to the jungle), Slayer (Skeletons of society), ACDC (Sin city), Judas Priest (United), Iron Maiden (Heaven can wait), Pantera (Walk), W.A.S.P. (I wanna be somebody), nonchè una magistrale, scatenata, coinvolgente e festaiola School’s Out di Alice Cooper, di grande, acuta e ironica efficacia. Come già in passato, gli svedesi si dimostrano bravissimi nell’alternare, mescolare, ibridare generi (rock, jazz, pop, blues, soul, lounge), rimarcandone in fondo la vicinanza, derivata dai modelli di partenza, e incentrando il tutto sull’uso di tre strumenti cardine (il pianoforte, la chitarra acustica, la voce), attorno ai quali costruiscono arrangiamenti talora essenziali e più spesso di studiata complessità, in cui convergono davvero felicemente archi, fiati, percussioni e (poca) chitarra elettrica. Posto assicurato tra i dischi imperdibili di questo 2010.
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