03 maggio 2010

Anna Maria Blixt - Venus Jupiter And The Moon


Ha una biografia decisamente interessante Anna Maria Blixt. Nata in quel di Örnsköldsvik, costa svedese del golfo di Botnia, dopo gli studi ha finito per viaggiare per mezzo mondo, transitando per il Messico, dove ha conosciuto il musicista e produttore locale Patricio Lobeira, con cui oggi condivide un sodalizio non solo artistico. Venus Jupiter And The Moon è l'astrologico titolo dell'album di debutto di Anna Maria, registrato e prodotto insieme al marito in quel di Monterrey per la sua etichetta, quindi al di fuori del consueto range di labels scandinave di cui trattiamo abitualmente, in una dimensione "apolide" che coinvolge in fondo anche la musica dei due.
Difficile trovare tracce di "messicanità" nei pezzi del disco, per quanto messicani siano tutti i musicisti che hanno lavorato al progetto: la musica della Blixt potrebbe indifferente venire dal Midwest americano, dai sobborghi di Londra, o da una graziosa casetta di Hässleholm, che per l'appunto è la cittadina della Scania dove Anna Maria Blixt ha per il momento messo le tende. Testimonianza del fatto che un certo mondo di intendere il singing/songwriting è ormai talmente canonico da superare ogni tentativo di confinamente in una scena nazionale.
Prendete Two peas in a pod, la canzone che apre l'album: la base è quella del folk più gentile e cittadino, la voce di Anna non indimenticabile ma vivace e piacevole, l'uso del pianoforte discreto ma raffinato ed efficacissimo, la melodia fresca e profumata come un soffio di primavera. Un bel sentire, insomma, che mette insieme l'intelligente semplicità melodica dell'anti-folk e qualche ambizione da pop per palati raffinati (e non sono in molti a farlo, al momento mi vengono in mente solo gli gli Hellsongs). Ricetta che a tratti, nel resto del disco, dà ancora buoni frutti (I deny you the right to call me beautiful ad esempio, con un prezioso dialogo tra la la voce di Anna e la chitarra acustica; oppure la più notturna My reasoning), passa indenne attraverso le riuscite cover di Call me Al di Paul Simon e Dancing in the dark di Springsteen, e si sbilancia leggermente da una parte o dall'altra negli altri momenti (troppo ambizioso il duetto di Downtown, nononostante l'arrangiamento lussuoso), con infine qualche piccola (ma non fastidiosa) ripetizione di schemi e un'apertura decisamente pop (The sky and I) non del tutto convincente.
Conto finale comunque più che positivo, per un'altra artista scandinava di cui vale davvero la pena di segnarsi il nome.

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