
Sono passati circa tre anni da quando abbiamo tenuto a battesimo l'album d'esordio della (allora) ventunenne norvegese Susanne Sundfør, ma ci ricordiamo perfettamente l'impressione che destavano quella voce così dotata, quelle canzoni ispiratissime e memori di Joni Mitchell e Carol King, quella maturità stupefacente per una ragazza così giovane.
The Brothel, seguito del disco appena citato, arriva oggi con il medesimo scopo: stupire, impressionare. E, non si può fare a meno di dichiararlo, soprattutto spiazzare. Il lungo pezzo che dà il titolo all'album, posto all'inizio della sequenza, riabbraccia l'ascoltatore con la stessa inqueta grazia che conoscevamo, tuttavia è già evidente un atteggiamento nuovo: più ambizioso (ancora) nella struttura della canzone, nell'uso della voce, nel desiderio di narrare liricamente, che sembra quasi prevalere su quello di creare una melodia forte e subito riconoscibile (che era invece l'esigenza di fondo dei brani del primo disco). La successiva Lilith, con le sue scabre distorsioni elettroniche, non solo conferma l'impressione, ma ti prende a ceffoni: che fine ha fatto la Susanne dolce ma complessa che abbiamo amato? Non c'è più. E' un film del tutto diverso questo, e gli episodi che seguono ne sono la difficile e raffinatissima colonna sonora, costruita con abilità attorno alla voce e al piano della Sundfør e aperta a variegate, impreviste ed emozionali suggestioni strumentali (cori, archi, campanelli, campionamenti e batterie elettroniche). Non si può parlare di canzoni, non più, davanti alle spire ampie di Black widow e alla soundtrack postmoderna di It's all gone tomorrow, mirabile calderone nel quale finiscono lacerti soul e rnb, strutture trip-hop, aperture quasi electro-pop e coltissimi archi classici (produce Lars Horntveth: complimenti!). Roba da perdersi o da rimanere folgorati, insomma... Non c'è dubbio comunque che il film girato da Susanne sia cupo e drammatico, colmo di riferimenti alla violenza, alla religione, alla morte, e la solenne, ventosa e marziale melodia di Knight of noir dà perfettamente l'idea del romanticismo oscuro e anti-retorico scelto dalla Sundfør come sfondo del suo racconto. Ancora suggestioni "nere" nella mossa e financo spiritosa Turkish delight, malinconica musica senza parole nella successiva As i walked out..., ansiosa inquietudine e concessioni al belcantismo in O master, bjorkismi assortiti nella impenetrabile Lullaby, per concludere con il gospel onirico di Father father, che fa intravedere la luce in fondo al tunnel, lasciandoci però a metà del tragitto, non ancora in salvo.
Capolavoro, scrivono i magazine norvegesi. E non c'è da stupirsi: The Brothel è in effetti più un disco da critici musicali che da normali ascoltatori di musica pop / cantautorale. Se vi piaccino le "cose difficili" è l'album che fa per voi. In caso contrario, ripescate il disco d'esordio, Susanne Sundfør, e lasciatevi trascinare dalla malinconia.
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