
Domanda: quanti dei dischi che ogni anno recensiamo su questo blog (una quarantina circa) vengono distribuiti in Italia? Pochissimi. Anzi, quasi nessuno. Fanno eccezione - e chissà perchè - i lavori degli islandesi Seabear, l'ultimo dei quali (We Built A Fire) l'ho testè acquistato quasi sotto casa a un prezzo non di favore, ma con accluso l'interessante e godibile ep While The Fire dies. Sarà il fascino dell'Islanda, sarà il piccolo seguito di appassionati per un genere ibrido folk-rock che un po' è di moda, sarà un puro caso, ma è sempre un piacere trovare nei negozi italiani un po' di musica made in Scandinavia.
Dopo un esordio che ha stupito tutti per qualità, la creatura a sette teste di Sindri Màr Sigfùsson si è presa tre anni per dare un seguito a The Ghost that carried us away; tre anni durante i quali Sindri ha partorito il suo disco solista (non indimenticabile!) con il nome Sin Fang Bous e pure la vocalist e multistrumentista Soley ha pubblicato (da pochissimo) un album di non facili composizioni per piano e voce. Il fatto che i dischi solisti dei membri dei Seabear abbiano qualcosa che non funziona, mentre negli album della band tutto sembra quadrare alla perfezione, rende facile testimonianza del magico amalgama dei Seabear.
Non che We built a fire sia un capolavoro, anzi, ma le composizioni di Sindri e compagni - anche quelle apparentemente meno brillanti e un po' più piatte - possiedono sempre un'innegabile grazia, derivante dalla grande coesione armonica fra voci e strumenti (dall'acustica al pianoforte, e poi glockenspiel, archi, fiati, campanelli, fisarmonica, theremin...), ed insieme a questa una sottile obliquità stilistica che può colpire i gusti sia degli amanti del folk che quelli dell'indie-rock (sentite un pezzo come Softship, o le distorsioni della successiva Warm blood, o ancora l'immediatezza del singolo I'll build you a fire).
Ovvio che i paragoni volino all'America di Sufjan Stevens o al Canada dei geniali Woodpigeon, ma in realtà i Seabear hanno una personalità forte abbastanza per smarcarsi da modelli e influenze varie, e specialmente quando si muovono a cavallo (e un po' oltre) i canoni del folk, dando vita a malinconiche ballate di raffinata ma complessa gentilezza come Fire dies down, Cold summer, Leafmask o a piccole delizie rurali come Wooden teeth, mostrano tutto il loro talento di artigiani folk-pop.
Da non perdere.
Seabear - I'll Build You A Fire from seabear on Vimeo.
2 commenti:
Davvero un gran bel disco. Otimo consiglio, come sempre.
Ricky
Sì è un buon disco, anche se in definitiva mi aveva impressionato di più il precedente.
Il 2010 sembra proprio l'anno degli islandesi...
Ciao!!!
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