13 aprile 2010

The Radio Dept. - Clinging To A Scheme


Partiamo da questo presupposto: The Radio Dept. nella scena svedese sono praticamente un monumento. Suonano insieme da almeno quindici anni (pur con una formazione di volta in volta ritoccata), sono adorati dalla critica indie e sono pure la prima band che ha fatto conoscere la Labrador Records nel mondo. Il tutto - davvero strano a dirlo - nell'arco di appena qualche ep e tre album, essendo il terzo quello di cui andiamo a parlare quest'oggi!
In verità Lesser Matters e Pet Grief, primi lavori sulla lunga durata della band di Lund, erano dischi piuttosto lontani l'uno dall'altro ed hanno diviso gli estimatori: spontaneo, primaverile, colorato, gioiosamente sfocato e ronzante il primo, una formidabile raccolta di gemme indie-pop di geniale essenzialità, screziate di elettronica e beatamente sognanti; più elaborato, ambizioso e articolato il secondo, nel quale i colori si inscuriscono, il tasso di electro di alza e le ombre si fanno più lunghe.
A quattro (!!!) anni di distanza i Radio Dept ritornano con questo Clinging To A Scheme, che fin dal primo ascolto non potrà non sembrarvi una sorta di "giusto mezzo" tra l'esordio ed il suo seguito, destinato ad accontentare forse entrambe le fazioni. Come ben sappiamo, Johan Duncanson e Martin Larsson sono due consumatori onnivori di musica, con una spiccata preferenza per gli Ottanta e i primi Novanta, e fin dai loro primi passi hanno cercato di disegnare una linea sottile ma solida che leghi insieme Joy Division, New Order, Saint Etienne, l'elettro-pop più danzereccio e commerciale e quello più ricercato, l'immediatezza artigianale e antiretorica del twee di stampo Sarah Records (Felt e così via), il feedback melodico dei maestri Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine, più un'altra dozzina di riferimenti pescati abilmente nell'indie contemporaneo (e scandinavo).
Non è quindi una sorpresa ritrovare nei dieci pezzi del disco nuovo lo stesso concentrato multivitaminico di pop alternativo. La vera sorpresa - almeno per me, che non ho apprezzato lo sperimentalismo delle loro ultime uscite - è scoprire una dopo l'altra una manciata di canzoni pop di facile ed immediata assimilazione, come se i pezzi di Lesser Matters fossero ripuliti della loro patina elettrica e dreampop e resi sfavillanti da una serie di arrangiamenti scaltri e piacevoli (The Video Dept poi è un'autocitazione stilistica irrestibile!). Domestic scene, Heaven's on fire, This time around, Never follow suite scorrono veloci con una fluidità che alcuni imitatori dei TRD (vedi JJ, per esempio) sono ben lungi dal raggiungere nelle proprie produzioni. Ci sono bordoni di sinth, ci sono campionamenti, ci sono alcune sornione citazioni baleariche, c'è qualche mesmerica deriva strumentale (A token of gratitude), c'è un po' di ortodossa nostalgia shoegazer (Four months in the shade), ma tutto usato con immenso equilibrio (conquista di tanti anni di lavoro) e al servizio di una serie di melodie di estrema leggerezza e leggiadria, che in filigrana (nell'arpeggio delle chitarre e non solo) potrebbero far pensare a tratti addirittura al gentile esotismo dei Kings Of Convenience. Con una chiusa (You stopped making sense) che conclude circolarmente l'album e che, nella sua obliqua dolcezza, ricorda le cose più romantiche e sognanti dei Notwist o, perchè no, dei Death Cab For Cutie.
Album imprescindibile.

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