29 marzo 2010

Jónsi - Go


Jón Þor Birgisson (ma tutti lo chiamano Jónsi) è cantante/leader dei Sigur Ros da almeno 10 anni e 5 album. E' un tipo schivo e di poche parole, ma indubitabilmente è dotato di un carisma fuori dal comune. Senza, in fondo, non avrebbe creato quella portentosa macchina super generes che è la sua band, imponendo uno stile peculiare e ormai subito riconoscibile di scrivere, suonare e cantare musica pop (sempre che lo sia) sulla scena mondiale (la sigla usata nell'ultimo Sanremo era il crescendo strumentle di Hoppippolla: avanti, rabbrividite pure...), mietendo apprezzamenti al limite dell'idolatria in numero forse pari alle critiche di chi vede nel gruppo islandese una sorta di insopportabile e tarda appendice prog-rock infarcita istanze new age.
Comunque la pensiate, resta il fatto che Jonsi è un musicista tanto intelligente quanto instancabile: prova ne sia il fatto che a poca distanza dall'ultimo album dei Sigur Ros (il più accessibile e gioioso della loro carriera, in definitiva), l'islandese abbia prima pubblicato una raccolta di strumentali con il compagno Alex Somers (sotto il nome Riceboy Sleeps) e adesso il suo primo disco solista.
Sgomberiamo subito il campo: Go non è un album dei Sigur Ros, ma ovviamente il mondo musicale in cui naviga è lo stesso. Ciò significa che se non vi piacciano i SR e detestate il falsetto immancabile di Jonsi, questo non è il disco che fa per voi. In caso contrario, preparatevi perchè troverete insieme piacevoli conferme e inaspettate sorprese.
La prima impressione, ascoltando i 40 minuti di Go, è che per la prima volta il Nostro abbia concepito il suo lavoro come una raccolta di canzoni: canzoni di facile accesso, di durata diciamo standard, per quanto lontane dall'idea canonica di pop-song strofa/ritornello. Già in Med sud i eirum..., ultima fatica dei SR, era evidente un sensibile allontanamento dalle tipiche lunghe suite quasi interamente strumentali dei dischi precedenti e anzi si percepiva la volontà di concentrare melodie potenti (e cantate, non solo nel famoso hopelandic funzionale alla musica, ma dotate di liriche pienamente sensate) in tempi e spazi quasi radiofonici. Qui Jonsi prosegue il lavoro, scrivendo interamente in inglese e restando sempre sotto i 5 minuti di durata, il che significa che le torrenziali code paesaggistiche di SR non ci sono più e tutto viene risolto in un'idea melodica centrale attorno alla quale l'artista islandese ha aggiunto più o meno elaborate costruzioni strumentali, dove pennate di archi, feedback chitarristico e patterns elettronici si sovrappongono a ciclo continuo. Dovendo descrivere brevemente il contenuto del disco, potremmo distinguere due tipologie di pezzi, che in sostanza lo stesso Jonsi ha diviso fra la prima e la seconda parte del disco. Da una parte dunque composizioni più pop, veloci, immediate, esuberanti, a tratti vertiginose e quasi barocche, gioiosamente scampanellanti e ritmate in modo serrato come Go do, Animal arithmetic, Boy lilikoi, Around us che confermano l'idea dello Jonsi folletto isladese che già conosciamo da alcuni episodi dei dischi targati SR. Dall'altra pezzi più "larghi", che puntano tutto sulla suggestione creata dalla voce e dalla sapiente commistione di ingredienti orchestrali, rock ed elettronici (Sinking friendships, Kolnidur, Grow till tall, Hangilàs) attorno a linee melodiche di mistica e mesmerica linearità destinate - secondo copione SR - a sfaldarsi in un vasto paesaggio sonoro.
A mio modesto parere (tenete consto però che sono un fan accanito dei SR) un album di notevole bellezza da tutti i punti di vista. Ed insieme un piccolo ma significativo passo avanti da parte di uno dei grandi autori della nostra generazione.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

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