
Non è facile per me recensire il nuovo album dei Sambassadeur. O meglio, lo sarebbe fin troppo, se rinunciassi ad ogni sforzo di obiettività e mi lasciassi trasportare dall'affetto smisurato che nutro da anni verso questa band di Malmo e il suo approccio artigianale, retrospettivo e al contempo raffinatissimo alla materia pop. Perciò tenterò di attenermi ai fatti.
I Sambassadeur arrivano, con European, al loro terzo album (su Labrador) dopo un esordio fulminante fatto di twee autunnale e profumato di sixties (Sambassadeur), un paio di ep di indiscussa forza melodica e un secondo album virato verso un'elettronica leggera e nel complesso meno convincente (Migration). E, fin dalla romantica intro di pianoforte e dalla poderosa accelerazione strumentale dell'iniziale Stranded, i Nostri sembrano volerci comunicare che la loro "migrazione" è approdata infine su spiagge pop sulle quali il sole splende limpido ed estivo, le stesse che forse ammirano i passeggeri ritratti sul bastimento che campeggia in copertina.
In effetti, ascoltando il resto dell'album, si potrebbe anche dire che i Sambassadeur, ieri maestri di raffinato equilibrio compositivo e nella scelta di modelli deliziosamente blasè, oggi suonano sempre allegramente sopra le righe, dando l'impressione qui e lì di una versione energetica dei Camera Obscura privata di ogni ombra o sfumatura. Ma, in verità, sarebbe un giudizio eccessivamente riduttivo per una band che sta cercando con grande intelligenza la propria strada verso un'idea di pop-song che allo stesso tempo ricordi modelli più o meno "nobili" e centri al primo colpo il cuore dell'ascoltatore. Pezzi ammiccanti e potentemente dinamici come Days o I can try sembrano fatti apposta per dare facili carezze melodiche e insieme piacevoli sferzate ritmiche: attorno alla voce di Anna Persson (oggi più sicura e meno fredda rispetto al passato) fiorisce una scintillante cascata di archi, sinth, batteria serrata, addirittura saxofono, che ricopre di zucchero filato le trame twee degli esordi e possiede riflessi che a tratti quasi abbagliano. Se nel morbido tepore dell'acustica Forward is all i Sambassadeur ricordano le cose migliori dei Concretes, la successiva Albatross disegna paesaggi marini non più con le tinte pastello che chiudevano Migration, ma con i colori carichi di una melodia che - piaccia o meno - non può non ricordare gli Abba, e scorre via con abilità rimanendo appena al di qua del filo che separa la suggestione dalla leziosità. Molto meglio allora il carillon sofice e vagamente malinconico della splendida High and low, pezzo amabilmente fragile e dilatato, che accontenterà anche i nostalgici di Sambassadeur e continua nel bozzetto acustico A remote view. A rimettere in moto i rombanti motori pop di European ci pensa la successiva Sandy dunes, ampia costruzione che si regge sulle solide basi sixties modellate sui poderosi disegni sonori di architetti di pop lussureggiante come Phil Spector: archi a profusione, ritmica battente, melodia che echeggia i girl-groups dei tempi che furono. E così finisce che la cosa più bella e memorabile del disco è la sua più "essenziale" conclusione, Small parade, dove la band suona nuda ed elettrica senza preoccuparsi dell'iperproduzione presente in almeno due terzi degli episodi dell'album.
Insomma, European è un disco di grandissima immediatezza, il più pop della carriera dei Sambassadeur: lo è in modo solare e programmatico. E' anche un disco impegnativo, nel senso che stilisticamente c'è davvero tanta carne al fuoco, forse troppa, a meno che non amiate alla follia il quartetto di Goteborg o siate dei patiti del genere. Indubbiamente è un lavoro con il quale bene o male quest'anno un po' tutta la scena indie-pop scandinava dovrà fare i conti.