30 dicembre 2009

(just another) pop song's ALBUMS OF THE YEAR 2009

(SCANDINAVIAN INDIE POP) ALBUMS OF THE YEAR 2009

1. Anna Järvinen - Man Var Bland Molnen (Häpna)
Anna Järvinen è uno strano miracolo. Non più giovanissima, un passato musicale non brillantissimo alle spalle, si è reinventata una carriera cantautorale dai tratti tanto timidi (liriche in svesese, per dire) quanto sorprendenti, iniziata l'anno scorso con il bellissimo Jag fick feeling e proseguita quest'anno con Man Var Bland Molnen. Difficile definire la musica di Anna in poche parole: diciamo che è come se l'intera tradizione folk-rock-pop inglese e americana (Sandy Denny, Carole King, la Band, Drake, CSN&Y, e via discorrendo) si fosse per magia materializzata tra le mani di questa ragazza finlandese ma svedese d'adozione, ed ogni singola nota uscita dalla sua penna e dalle sue delicate corde vocali fosse un condensato di tanti modelli ed al contempo un oggetto assolutamente unico. In fondo basta sentire Låt det dö e Äppelöga, i primi due leggiadri pezzi dell'album, per rendersi conto di quanto le Canzoni di Anna Järvinen volino alto nel presente (e nel futuro) partendo da un passato tanto ideale quanto concreto. Ma - come già detto - non c'è un solo istante nelle dieci canzoni che compongono Man Var Bland Molnenche non abbia quella scintilla che solo i grandi della musica possiedono (quel "qualcosa" che non è facile raccontare a parole, per l'appunto). Le melodie sono semplici, quasi sempre, e cantabili, e apparentemente senza tempo, ma se le si ascoltano attentamente si scoprono dettagli, sfumature (una frase di pianoforte che vira verso il jazz, un ricamo fitto di chitarra acustica, un microsecondo in cui la voce si rompe, una spirale di hammond su cui la melodia si arrampica, il momento in cui la canzone lascia la strada tracciata e ne imbocca una inaspettata...) davvero sensazionali ed emozionanti.Certi aggettivi sono impegnativi, ma forse ogni tanto vale la pena di usarli: un disco perfetto.

2. [ingenting] - Tomhet, Idel Tomhet (Labrador)
Disco della maturità per la band di Stoccolma, prodotto da "Re Mida" Jari Haapalainen, disegna una intricata e al contempo chiarissima mappa dell'indie-pop svedese contemporaneo, nella quale in fondo ogni band della scena scandinava può ritrovare un po' di sè. Tomhet, Idel Tomhet è, semplicemente, quello che si può definire un disco completo: energico, immediato e brillante dove serve, malinconico e dilatato negli episodi più raffinati, a tratti giocoso e ironico, a tratti suggestivo e rarefatto, vario e al contempo assolutamente compatto e coerente nel suo guitar pop dinamico, avvolgente e lontano da ogni stereotipo di genere. Le liriche in svedese limitano gli [ingenting] ad una ribalta esclusivamente nazionale, ma è un gran peccato...

3. Maia Hirasawa - GBGvsSTHLM (Razzia)
Nell'anno sabbatico dell'amica e sodale Annika Norlin, spetta a Maia Hirasawa portare avanti l'insegna del pop femminile scandinavo per il 2009, e - dopo lo straordinario esordio di due anni fa - il secondo album è una solida ed entusiasmante conferma del talento vocale e compositivo della ragazza nippo-svedese. Pop nell'accezione più gioisa, onnivora e rutilante del termine, con una raffinatezza di fondo che sorprende traccia dopo traccia, nelle liriche così come negli arrangiamenti. Un disco pieno di cose, che non stanca mai ascolto dopo ascolto, a tratti ironicamente sopra le righe, programmaticamente eclettico ed esuberante, ora malinconico e ora giocoso.


4. JJ - N°2 (Sincerly Yours)
Vige un mistero quasi assoluto a riguardo dell'identità dei JJ, ma non è più un mistero il loro N°2, piccola gemma di pop elettronico finita nelle classifiche di fine anno dei principali magazine musicali mondiali. Esotiche, essenziali e sognanti, le canzoni dei JJ usano sintetizzatori e loop come piattaforma per spiccare un volo tutt'altro che elettronico, nutrendosi di strumenti assolutamente tradizionali e dando vita ad una serie di melodie ariose, eteree, primaverili e a tratti ipnotiche. Potremmo definirli un ponte tra Club 8 e Royksopp, ma i 26 minuti di N°2 ci rivelano che i JJ sono un oggetto profondamente diverso, nuovo ed entusiasmante.


5. Burning Hearts - Aboa Sleeping (Shelflife)
In libera uscita dai rispettivi gruppi (Le Future Pompiste e Cats On Fire), i finlandesi Jessika Rapo e Henry Ojala hanno creato il progetto Burning Hearts, perfetta sintesi dei due gruppi di provenienza: indie pop brillante (vedi Club8 o Sambassadeur) con un leggero retrogusto elettonico-vintage à la Stereolab, tra amore per la melodia pura ed immediata ed equilibrate tentazioni sperimentali. Poteva essere un semplice divertissement, ne è scaturito uno degli album più interessanti, piacevoli e suggestivi dell'anno.


6. The Tiny - Gravity & Grace (The Tiny Music)
Non era facile dare seguito ad un disco spettacolare come Starring someone like you, e così Ellekari Larsson e Leo Svensson si sono presi tre anni per produrre il loro terzo album. La musica di The Tiny è obliqua, elegante, intricata ed oscura come un castello stregato, ed al contempo (oggi ancora di più) essenziale ed immediata nel dialogo - ora drammatico, ora leggero e catartico - tra la voce ed il panoforte di Ellekari ed il violoncello di Leo. Insomma, musica da fate nerovestite o da folletti imbronciati, poesia da lento disgelo scandinavo, al di fuori di ogni genere o classificazione, con una versione imperdibile di Pet sematary dei Ramones.

7. Friska Viljor - For New Beginnings (Crying Bob)
In una anno in cui la scena indie ha "riscoperto" il folk (vedi Mumford & Sons oppure Fleet Foxes), gli svedesi Friska Viljor sembrano essere gli interpreti più interessanti del genere nella scena scandinava, capaci di muoversi a proprio agio tra ortodossia elettro-acustica ed un'originalissima commistione con ritmi e suggestioni est-europee. For new beginnings, terzo album dei FV, perfeziona l'attitudine particolare della band, inanellando almeno una mezza dozzina di popsongs di notevole impeto e qualità.


8. The Little Hands Of Asphalt - Leap Years (Spoon Train Audio)
Un po' Ellliot Smith, un po' Conor Oberst prima maniera, il giovane norvegese Sjur Lyseid esordisce con un album cantautorale di rara delicatezza folk-rock: voce, chitarra acustica, armonica e pochi misurati apporti strumentali per disegnare una serie di quadretti intimi ma di grande forza comunicativa. Con i piedi a Oslo e il cuore in America.




9. Tada Tátà - Tada Tátà (Cosy)
Direttamente da
Umeå, estremo nord della Svezia, il pop più stralunato, grazioso e incantevole sentito quest'anno. Solo sette canzoni in questo ep, ma abbastanza per restare affascinati dalla musica serena e scampanellante di Tada Tátà. Glockenspiel, chitarre arpeggiate, fisarmoniche, delicate voci femminili per una serie di piccole irresistibili filastrocche folk.



10. Kommun - Kommun (Hybris)
Side project di band affermate come Vapnet e Sibiria, Kommun rappresenta il lato allegro e solare di Martin Abrahamsson, Martin Hanberg ed Erik Laquist. Dodici canzoni improntate ad un guitar pop semplice e brillante, tra Cats On Fire e The Charade.





11. Kings Of Convenience - Declaration Of Dependence (Virgin)
I KOC più che un gruppo (anzi, un duo) sono un'istituzione, e il fatto che questo sia solo il loro terzo album in otto anni di carriera rende ancora più solida la loro reputazione: hanno inventato (o reinventato, chi lo sa) un genere, hanno girato il mondo, hanno fatto altre cose e alla fine si sono ritrovati a registrare tredici pezzi nuovi, solo voci e chitarre stavolta, con rarissime eccezioni. E sono tredici canzoni belle, eleganti, senza tempo, essenziali più che mai nell'intreccio di cori e arpeggi, esattamente quello che ci si aspetta da Erlend ed Eirik. Niente di meno, niente di più.

12. Hiawata! - These Boys And This Band Is All I Know (Sellout! Music)
Divertente e divertito, l'indie-rock melodico dei norvegesi Hiawata! è fatto apposta per far scuotere le teste e muovere i piedi. Un orecchio attento alla lezione dei Teenage Fanclub ed uno all'energia obliqua delle band alternative attuali (The Shins, Band Of Horses, Shout Out Louds...), i cinque giovanissimi di Oslo hanno entusiasmo da vendere, sanno scrivere canzoni e badano al sodo: cosa chiedere di più?

26 dicembre 2009

Asha Ali - Hurricane


A tre anni di distanza dall'omonimo debutto discografico, Asha Ali ha una dolorosa separazione da guarire ed un bambino di tre anni da crescere da sola. Situazione di vita che la ragazza svedese di origine etiope riassume nel titolo del singolo che dà anche il nome al suo secondo album: Hurricane.
Avevamo lasciato Asha ad una passione per Jeff Buckley che determinava in maniera massiccia lo stile di ogni sua composizione, e la ritroviamo oggi sensibilmente cambiata, potremmo dire maturata, capace di colorare le sue canzoni di influssi decisamente vari, dal soul al blues, senza far pensare a particolari modelli e coltivando invece un'attitudine tutta personale.
Ciò che colpisce soprattutto nei nuovi pezzi di Asha Ali è l'energia emotiva sottesa ad ogni singolo istante, energia che si legge nelle belle liriche intrise di sofferente intimismo e obliqua ironia e che dà un'impronta unica ad ogni canzone. Non ci sono facili concessioni all'immediatezza del pop radiofonico nei 12 episodi del disco - anzi, la Ali ha lavorato molto, così come nell'esordio, su strutture e soluzioni non convenzionali - ed al contempo quasi tutti i pezzi possiedono una notevole forza comunicativa, che passa attraverso la leggerezza essenziale degli arrangiamenti, la voce rotonda di Asha e lo slancio catartico di alcuni ritornelli (Hurricane, In a hurry, The time is now, All i want, My drummer, One last dance - le ultime tre molto Marit Bergman nell'estro melodico, e forse sono le cose migliori fra tutte).
Hurricane non è un disco facile, ma ha un fascino ed una raffinatezza indiscutibili, che consacrano Asha Ali tra le migliori singer/songwriter della scena scandinava.

10 dicembre 2009

Kommun - Kommun


Notizia 1: la Hybris ha un nuovo gruppo nel suo roster. Notizia 2: il gruppo si chiama Kommun e mette insieme Martin Abrahamsson, Martin Hanberg ed Erik Laquist, praticamente il motore che fa muovere band fantastiche come Sibiria e Vapnet. Notizia 3: Kommun, album di debutto che porta il nome della band, è già pubblicato e viene trascinato da un singolo di lusso come Death of a CEO. Notizia 4: a differenza delle produzioni delle band di provenienza, tutte le 12 canzoni del disco sono in inglese. Ce n'è abbastanza per fare venire l'acquolina in bocca a qualsiasi appassionato di pop scandinavo, eppure - stando alle ultime notizie - nella natia Svezia l'album dei Kommun sta riscuotendo fredde recensioni ed un interesse limitato da parte dei media, fatta eccezione per la piccola Östersund, cittadina periferica che in realtà è una piccola capitale dell'indie pop nordico.
Cosa c'è allora di poco attraente o di sbagliato nel disco di Abrahamsson, Hanberg e Laquist? Chi scrive fatica sinceramente a dare una spiegazione. Forse manca nelle composizioni di Kommun l'obliquo fascino della piccola orchestra Vapnet o degli essenziali Sibiria, tuttavia la piacevole immediatezza melodica della dozzina di pezzi (equamente e democraticamente divisi fra i tre songwriters), la loro ironia leggera, l'aria gentilmente svagata, l'impressione costante di un gruppo di musicisti che si divertono a mettere insieme piccole brillanti popsongs, dovrebbero di per sè elevare l'esordio dei Kommun fra i lavori più interessanti dell'anno.
Insomma, al di là del valore intrinseco (e innegabile) delle produzioni Vapnet/Sibiria, chi ama la musica di Jens Lekman, Hello Saferide, Acid House Kings, The Charade o Pelle Carlberg, non può non apprezzare anche pezzi semplici, lineari, cantabili e coinvolgenti come Let me go, Between the lines, When we were whining, All you can eat (e posso continuare con tutta la tracklist), anche se (o forse proprio perchè) è evidente che i Kommun non hanno altra ambizione che creare canzoni che facciano battere i piedi e mettano di buon umore chi le ascolta. Operazione che, a mio personale parere, al trio di Ostersund è riuscita alla perfezione, con quella grazia particolare che sembra scorrere naturalmente nelle vene dei popsters svedesi.
Imperdibile.

Kommun - Death of a CEO from HYBRIS on Vimeo.

04 dicembre 2009

Taxi Taxi! - Still Standing At Your Backdoor


Curioso nome hanno scelto le gemelline svedesi Miriam e Johanna Eriksson Berhan per intitolare il loro sodalizio artistico: Taxi Taxi!. A suggellare forse, con la bizzarra anafora, il fatto che sono un duo unito da legami ben più profondi di quelli che mettono temporaneamente insieme tante coppie della musica. Dopo un ep seminale uscito un paio di anni fa e un altro prima dell'estate, che ha ottimamente preparato la strada e incuriosito chi l'ha ascoltato, esce oggi il primo lavoro sulla lunga durata, Still Standing At Your Backdoor, che pare sia pubblicato in tutta Europa dalla Fierce Panda.
Fin dalle prime note del disco, è chiara la matrice stilistica e tematica delle Taxi Taxi!: intimismo malinconico ed essenzialità sonora, in cui le canzoni si fanno placidamente strada fra rade brume di pianoforte o di chitarra e crescono attorno all'elegante sovrapporsi delle voci di Johanna e Miriam.
Bisogna aspettare la traccia 3, Old big trees, per scorgere le prime luci nell'ombra e godere dei colori di una piccola deliziosa ballata paesana che sembra uscita dalle mani di Maia Hirasawa. Giusto un istante prima di rientrare nella notte di Same side of the moon, intrisa di scarna suggestione anche grazie al cantato inglese/svedese. La successiva All i think of, giocata su una sapiente obliquità, ci rivela l'ambizione compositiva (forse non ancora matura ma interessante) delle due ventenni Berhan, prossima allo sperimentalismo pop di ragazze più "navigate" come Lykke Li, Laleh o We Are Soldiers We Have Guns. Meglio le Taxi Taxi! fanno quando si mettono invece sulla scia più confortevole di pensose e raffinate cantautrici nordiche come Britta Persson o Sophie Zelmani, maneggiando la materia folk (chitarre acustiche e misurati apporti strumentali, un pianoforte alla Anna Ternheim nella conclusiva Mary) con indubbia abilità e lavorando sulle sfumature più che sull'immediatezza delle loro melodie larghe e delicate.
Ne scaturisce un disco non facile da ascoltare superficialmente, invernale fino al midollo, e al contempo di assoluto richiamo per gli amanti del singing/songwriting più intimista.

Taxi Taxi! perform Ripest Fruit in the Århus Musikhuset from gogoyoko on Vimeo.