27 novembre 2009

Mixtapes & Cellmates - Rox


Gli svedesi Mixtapes & Cellmates non sono certo un nome nuovo nella scena indie-rock nordica. A dispetto di un'età media che si aggira sui 21/22 anni, i Nostri hanno già all'attivo due album e un paio di ep (raccolti di recente in un unico disco). Rox, uscito un mese fa circa per la Nomethod, è quindi il terzo lavoro sulla lunga durata per i M&C, e si pone in maniera immediata come il lavoro più apertamente pop e accessibile del gruppo (e per questo, forse, sarà accolto meno bene dalla critica; ma non da noi ovviamente...!).
Lasciato da parte il corredo elettronico dell'album precedente, Robert Svensson, Matilda Berggren e compagni si sono concentrati sulla carica melodica ed energetica dei loro pezzi, confezionando dieci canzoni che conservano le chitarre acide e taglienti tipiche del suono carico della band, ma al contempo mai come ora mirano al cuore di un pubblico che potrebbe essere più vasto della platea indie. Il brillante terzetto iniziale (Never, Soft eyes e Soon) testimonia subito questo rinnovato atteggiamento con altrettanti episodi di power-pop intelligente e muscolare, cantabile ed evocativo, che fanno pensare ad una versione più "raffinata" (ma non meno coinvolgente) di band connazionali come Lacrosse, Shout Out Loud, Sad Day For Puppets o - per citare i maestri - Broder Daniel.
Il resto del disco procede su questa falsariga, alternando momenti più ruvidi ad altri (vedi la morbida Sunday) che non disdegnano l'uso massiccio dei sintetizzatori e sembrano quasi un omaggio al pop-rock patinato dei Kent, passando poi attraverso ampie e inquiete dilatazioni paesaggistiche (All the lights).
Al di là dei soliti (corretti) paragoni con i primi Radio Dept. e dei consistenti prestiti shoegazer, i M&C si presentano oggi come una delle più solide certezze dell'indie scandinavo, e stanno senz'altro tracciando una strada personale molto interessante, particolarmente invitante in un momento in cui band come The Pains Of Being Pure At Heart stanno conquistando una ribalta mondiale con i loro intrecci di miele e feedback.

18 novembre 2009

Jens Carelius - The Beat Of The Travel


Per un appassionato della musica di Nick Drake - quale io sono - ascoltare le prime note di The beat of the travel, pezzo che apre il disco omonimo di Jens Carelius, è stata un'esperienza che non provavo più da molto tempo. Quei ricami di chitarra acustica, quella melodia morbida canatata da una voce quieta e timida, quella caomplicata semplicità che è folk ma non è soltanto folk... Insomma, tutto faceva pensare in modo straordinario allo stile irripetibile dell'indimenticato musicista di Stratford on Avon. Un motivo in più per tenere le orecchie ben aperte affrontando il secondo album di questo (per me) sconosciuto cantautore norvegese.
Contrariamente alle attese, però - e per fortuna - Jens Carelius è ben lungi dall'essere uno dei tanti imitatori barra emuli di Drake, e già le canzoni successive alla prima (la gradevolissima e retrospettiva Face of a dream, molto Crosby Stills & Nash, e poi il blues mosso e raffinato di Faces leaving on a train, che potrebbe essere Dylan o Van Morrison) ci fanno capire che il ventisettenne di Sandvika ha fatto buoni ascolti e ama rimetterli in gioco tutti nelle sue composizioni, con una cura notevole per i particolari (liriche comprese) ed un rispetto assoluto per quelli che appaiono essere i suoi "maestri", dal citato Drake (citato anche nell'elegante malinconia di Chaney) a Cat Stevens, Bert Jansch e Leonard Cohen (sentire la magnifica The visit o la successiva All the good ones... per credere).
Al di là dei modelli, comunque, è soprattutto la bellezza di queste dieci canzoni a colpire e convincere, su tutte l'obliquo fascino dylaniano di The talent, a testimonianza di un talento veramente ammirevole e nel complesso piuttosto personale, in una scena nordica (uno su tutti per rappresentarla: Josè Gonzalez) che mostra di nutrirsi ogni giorno di più di cantautorato inglese e americano e al contempo sembra non percepirne la lontananza temporale.
Gradita scoperta.

06 novembre 2009

Friska Viljor - For New Beginnings


Quattro anni fa Bravo! ha fatto conoscere in giro il nome degli stoccolmesi Friska Viljor. Il disco d'esordio proponeva un'originale forma di indie-rock nervoso e gioiosamente melodico al tempo stesso, una sorta di Libertines o di Shout Out Louds ibridati con elementi folk e profumi balcanici, operazione forse non sempre a fuoco ma dotata di indubbio fascino e personalità.
Dopo l'interessante opera seconda Tour de hearts, Daniel Johansson e il compare Joakim Sveningsson tornano con un ulteriore equilibrato ma sensibile cambio di orientamento.
For New Beginnings
(titolo forse programmatico) si apre in effetti, con Die die die, in una dimensione folk rurale, spontanea, corale e coinvolgente che fa pensare al grandissimo norvegese (ahimè scomparso) St.Thomas oppure a Sufjan Stevens e ai Fleet Foxes, per poi virare subito verso il pop semplice e solare di If i die now, che potrebbe appartenere al repertorio tanto di un Montt Mardiè quanto di un Pelle Carlberg. Qualche sapore di est Europa si sente ancora, per esempio nel riuscito indie-valzer Hey you e nell'incedere saltellante dell'irresistibile Wohlwill Strasse (ecco, se volete una prova del felice ibrido concepito dai FV ascoltate questa canzone!), o nell'uso, qua e là, di mandolino e fisarmionica, ma è soprattutto nel crescendo dei ritornelli, nel renderli potenti e immediati, che i Friska Viljor dimostrano di essere cresciuti moltissimo nel corso della loro breve ma prolifica storia artistica: lo dimostrano chiaramente l'esuberanza melodica dei pezzi già citati, nonchè delle successive Hibiskus park, Manwhore, People are getting old, che ci ricordano da vicino i nostri amati Marching Band (che, tra parentesi, stanno registrando con Jari Haapalainen), oppure i celebrati folk-poppers Herman Dune, e manifestano una sapiente complessità di arrangiamenti. Altrove poi i Nostri ci fanno addirittura venire in mente la raffinatezza sorniona dei migliori Concretes (sentite I want you) e concludono con un gioiellino di pregevole fattura come Should i apologize, che potrebbe essere dei Fanfarlo come di Billie The Vision.
Insomma, al di là di tante somiglianze più o meno occasionali, i FV si piazzano esattamente a metà fra l'onnivora e retrospettiva scuola pop scandinava e la poderosa scena folk-rock di cantautori e gruppi nordici di ispirazione "americana": una posizione che permette loro di attingere in fondo il meglio da entrambe le linee (disimpegnata la prima, più "seria" la seconda), rappresentando una soluzione dotata di originalità e di ironia leggera e piacevole, colorata poi da apporti musicali decisamente "particolari" ma mai preponderanti.
Da non perdere per nessun motivo!