28 ottobre 2009

The Tiny - Gravity & Grace


Dato statistico: un buon ottanta per cento dei dischi di cui parliamo in questo blog sta dalle parti di un pop più o meno solare e "leggero". In parte è una scelta personale, certo, ma la cifra rispecchia un'idea di musica popolare che in Svezia e dintorni è dominante, persino nel mondo delle etichette indipendenti. Insomma, è quel genere di pop che gli scandinavi sono tanto bravi a fare, e grazie al quale molte band si fanno conoscere oltre frontiera.
Poi però ci sono gruppi/artisti che viaggiano decisamente su un'altra strada: singer/songwriters ombrosi o intimisti, band che sperimentano soluzioni originali e meno immediate, e gruppi difficilmente inquadrabili (per scelta deliberata) come The Tiny.
Ellekari Larsson e Leo Svensson, coppia nella musica e nella vita, non sono certo due esordienti: hanno lunghe gavette e due album alle spalle, l'ultimo dei quali, Starring someone like you (2006), è stato unanimemente recensito come poco meno di un capolavoro. Gravity & Grace arriva a tre anni di distanza già carico di molte aspettative, ed anche per questo motivo è uno di quegli album che va ascoltato e riascoltato in modo attento per coglierne appieno il valore e le sfumature.
Diciamo subito che lo stile peculiare dei Nostri rimane immutato: la voce magica, accorata, versatile di Ellekari resta al centro di composizioni melodicamente complesse e composite, attorno alle quali fioriscono arrangiamenti di grande eleganza, che però oggi sembrano decisamente meno barocchi e ambiziosi del passato e preferiscono un dialogo essenziale fra cantato, pianoforte e violoncello (in fondo lo "scheletro" musicale dei The Tiny), allargando di volta in volta il discorso ad altri strumenti (fiati, glockenspiel, ecc.).
Fin dall'iniziale Last weekend, Ellekari e Leo puntano tutto ad una dimensione emotiva cantautorale, finalizzata ad ottenere il massimo con il minimo materiale sonoro (voce e piano, per l'appunto), giocando con abilità sull'alternarsi di pieni e vuoti, lento e veloce, e raddoppiando l'effetto soltanto con il crescendo "spettrale" dei cori.
Il copione è sostanzialmente lo stesso per gli altri dieci pezzi, che disegnano un mondo notturno di radi ma splendenti bagliori, dove l'intimismo quasi confidenziale delle liriche e delle melodie emerge in rapidi e coinvolgenti climax, tra folk onnivoro ed obliquo e colte reminiscenze classiche.
Inutile ripetere i soliti paragoni: a tratti le canzoni dei The Tiny possono ricordare da vicino Tori Amos (Ten years per esempio, almeno nel principio), i Cocteau Twins, Kate Bush, Joanna Newsom oppure, per rimanere in Svezia, Anna Ternheim, Britta Persson, Anna Järvinen e Frida Hyvonen. Tuttavia il fascino delle composizioni di Ellekari e Leo è ormai svincolato da ogni modello e l'ex Talk Talk James Webb, chiamato come produttore, ha in effetti rispettato nel profondo la peculiarità dei The Tiny, tenendo la mano leggera e assecondando la forza originaria ed essenziale di ogni canzone.
Nel complesso Gravity & Grace - per altro titolo quantomai azzeccato e aderente al suo stile concreto ed aereo al tempo stesso - è un album maturo e privo di momenti deboli, concluso poi in modo sontuoso quanto inaspettato con la cover di Pet sematary dei Ramones, rilettura originalissima e davvero memorabile, con la voce di Ellekari che quasi si rompe e uno sghembo violoncello da film horror.

21 ottobre 2009

Lake Heartbeat - Trust In Numbers


Non abbiamo ancora finito di tessere le lodi dell'elettronica "umanistica" dei misteriosi JJ, ed ecco che un altro gruppo svedese si mette sulla stessa scia luminosa di quel gioiellino intitolato N°2. Si tratta dei Lake Heartbeat, combo di Stoccolma che ruota intorno ai musicisti e produttori Janne Kask e Dan Lissvik e che incide per la Service, piccola label dai gusti decisamente eclettici che vanta nel suo roster niente meno che Jens Lekman.
Trust In Numbers, disco d'esordio dei Lake Heartbeat, allo stesso modo dell'album dei JJ viaggia veloce sui binari di un pop che nel motore mette nella stessa misura elettronica e strumenti suonati, calibrato artificio da programmatori e purezza artigianale, secondo uno schema collaudato che può rifarsi ai "maestri" francesi Air o ai tanti artisti della scena indie-elettronica scandinava.
Le dieci canzoni che ci troviamo a fluttuare intorno possiedono un cristallino fascino '80s, ma si tengono ben lontane da ogni tentazione realmente retrospettiva: con le loro melodie ampie e sussurrate, con la morbidezza dei sinth che avvolge l'intreccio delle chitarre acustiche e il beat discreto ma penetrante, con la loro aria leggermante svagata, da risveglio in una mattina d'estate, i pezzi dei LH ci portano - pur con diversi mezzi - nello stesso mondo quieto e atemporale evocato recentemente dai Kings Of Convenience.
Se vi piacciono le atmosfere tiepide, color pastello, elegantemente demodè di Club 8, Acid House Kings, El Perro Del Mar, Friday Bridge, Air France, non perdetevi Trust In Numbers.

Blue planet

12 ottobre 2009

Egil Olsen - Nothing Like The Love I Have For You


Ultime notizie dalla vita di Egil Olsen: a due anni di distanza dall'esordio I'm A Singer/Songwriter, il Nostro sembra aver appeso le scarpe da busker al chiodo, si è sposato e - in attesa di mettere su famiglia per davvero - ha registrato un album nuovo, dal titolo iper-romantico Nothing Like The Love I Have For You.
Se il primo album era un vero e proprio inno al cantautorato più intimista e delicato, questo secondo lavoro vede Egil in una solitudine casalinga ancora più assoluta, violata in rarissimi episodi dal timido apporto strumentale di qualche amico o dalla voce di Jenny Hval (Rockettothesky) che fa i cori in Hard work and fate. Fin dall'iniziale 1000 songs è chiaro ed evidente lo stile "cuore in mano" che Olsen ha eletto a suo marchio di fabbrica: voce sottilissima e timida, un organo elettrico, una chitarra acustica arpeggiata con sapiente lentezza, qua e là una lap steel a sottolineare i momenti più languidi, affiancata magari ad un breve sipario di fiati gentili (esemplare il pezzo che dà il titolo all'album) o a degli archi drakeiani (Dot). I testi, da parte loro, fanno il resto, parlando sommessamente d'amore in modo talmente naif, quotidiano e sincero da superare ogni accusa di ingenua banalità.
Insomma, il mondo fragile e notturno di questo barbuto trentenne di Oslo è in fondo lo stesso di cui ci siamo innamorati due anni orsono, ma mai come ora sembra pienamente maturo e ricco di piccole e grandi sfumature, inanellando uno dopo l'altro quattrordici episodi (di durata invero molto contenuta) di nuda bellezza, che fanno la corte al folk americano, a tratti somigliano tantissimo agli Eels di Dasies of the galaxy (Sleep with you, I just don't care anymore) e potrebbero esere accostate con facilità all'eleganza rurale di Sufjan Stevens, ma in definitiva riflettono soprattutto l'anima fiorita di Egil, sempre in bilico tra uno spontaneo romanticismo e una giocosa e leggera (auto)ironia.



07 ottobre 2009

Kings Of Convenience - Declaration Of Dependence


Non hanno fretta i Kings Of Convenience, e non c'è da sorprendersi di questo: è un po' la loro filosofia di vita, il loro modo onesto e spontaneo di tirarsi fuori dalle pressioni da cui il mondo del pop non è certo esente. Non pare vero che siano passati otto anni da Quiet is the new loud e ben cinque dall'ultima fatica Riot on an empty street, eppure è così. Per tanto tempo siamo rimasti senza la musica di Erlend ed Eirik, ma in fondo è come se fossero stati sempre con noi: basta rievocare - e parlo per me - quante volte li ho tirati in ballo su questo blog per paragonare il loro stile ormai canonico a quello di qualche nuovo artista.
Bene, Declaration Of Dependence è il terzo album dell'inossidabile duo norvegese, ed il titolo sembra stare lì apposta a ricordarci che, al di là dei progetti laterali (soprattutto di Erlend) e dei lunghissimi silenzi, i due amici si divertono ancora a suonare insieme come se si fossero conosciuti l'altroieri (e non nel 1986, come narrano le biografie ufficiali).
Ascoltate l'arpeggio placido di 24-25, pezzo che apre il disco, ascoltate la morbida consonanza delle voci, il disegno pulito di una melodia di nuvole su un orizzonte marino. Ecco, sono i Kings Of Convenience del 2009, ma potrebbero essere quelli che nel 2001 fecero parlare di sè il mondo con solo due voci e due chitarre acustiche. Insomma, Erlend ed Eirik sembrano vivere in luogo che il tempo non tocca, nè le mode: una qualche cameretta affacciata sul cielo, in una qualche città che potrebbe essere la natia Bergen ma anche qualsiasi altra città del mondo.
Pronta la critica, allora: i KOC non sono capaci di cambiare, i KOC sono sempre perfettamente uguali a sè stessi, dal primo all'ultimo secondo della loro musica.
Sbagliata la prima affermazione: i KOC semplicemente non vogliono cambiare perchè non ne sentono il bisogno: anzi, se nei dischi precedenti le percussioni e qualche inserto strumentale aggiungevano elementi al quadro, ora restano solo i due protagonisti al centro della scena, "nudi" con il loro stile "nudo" fra le dita e nelle corde vocali. Giusto un violoncello (Boat behind, la deliziosa Peacetime resistence) o qualche tocco di piano appaiono sullo sfondo, ma non è su di loro il fuoco.
Corretta la seconda affermazione, almeno ad un ascolto superficiale, ad un approccio incapace (per mancanza di tempo o per gusto personale) di fermarsi sulle sfumature. Certo, è difficile tenere alta l'attenzione per 13 pezzi, ma i KOC sono così, prendere o lasciare. Se si mettessero a fare jazz o rock o sperimentassero soluzioni etniche o elettroniche non sarebbero più loro.
Le loro composizioni nascono evidentemente da un lavoro di cesello raffinatissimo (pensate solo a come si fondono ritmica e arpeggio in ogni canzone, che si regge senza apporto percussivo o di basso) ed oggi i due norvegesi sembrano volerci mostrare il risultato delle loro fatiche senza orpelli, così come è uscito dalle loro dita, in una dimensione sonora essenziale che ricorda in modo impressionante non tanto gli epigoni Simon & Garfunkel quanto il genio dell'ultimo Nick Drake, quello di Pink moon .
Se già amate i KOC, nei tredici episodi del disco ritroverete in pieno il talento unico di Erlend ed Eirik: le loro melodie leggere, eleganti, profumate talvolta di esostismo, le trame acustiche intrise di serena malinconia, le atmosfere sognanti e sospese, la sensazione di una piacevole atarassia, di una dimensione in cui possiamo chiudere il mondo fuori e osservarlo da lontano senza che ci possa fare male. Non ci sono, forse, singoli "forti" come una Toxic girl o una Misread, ma la stoffa di cui sono fatte le canzoni di Declaration of dependence è la stessa, e le stesse sono le mani (abili) che l'hanno confezionata, prendendosi tutto il tempo necessario.
Se, come loro, non avete fretta, un disco imprescindibile.