28 giugno 2009

Two White Horses - Two White Horses


Non sono certo molti i gruppi svedesi che osano inserire in un proprio album una cover degli Abba. In effetti i successi planetari dei padrini del pop scandinavo sono oggetti piuttosto ingombranti e difficili da maneggiare, a meno che non lo si faccia con uno spirito ironico o addirittura iconoclasta. Stupisce ancor di più quindi scoprire che nell'omonimo disco di debutto dei "seri" Two White Horses campeggia niente meno che la frivola Super Trooper, trattata con spirito artigianale ma con un rispetto completo dell'originale. E stupisce a maggior ragione perchè la celebre amabile sciocchezza melodica degli Abba prende posto in mezzo a lenti ed eterei episodi che sembrano una versione morbida e rurale delle murder ballads di Nick Cave.
Jacob e Lovisa Nyström (quest'ultima presente anche nel "cast" del benemerito progetto Sakert! di Annika Norlin), unici titolari del nome Two White Horses, sembrano avvertire fin dal principio l'ascoltatore che il loro motivo guida è la naturalezza di stampo folk, intesa soprattutto come attitudine musicale, come rinuncia ad ogni apporto esterno, ad ogni abbellimento di produzione, ad ogni aggiunta strumentale fine a sè stessa. Tutto nelle dieci canzoni del disco è suonato dai due fratelli (pianoforte, chitarra acustica, qualche sinth, un violoncello) e ruota elegantemente attorno alle loro voci, con un effetto che spesso ottiene davvero un'atmosfera di magica sospensione (Statues and ponds, Naked natives), interrotta piacevolmente giusto dall'episodio citato e da altre due imprevedibili cover, Tous les garcons et les filles di Francoise Hardy e Good times are gone forever degli Equals, cui si aggiunge la versione pregevolissima di Candy, gioiellino pop della svedese El Perro Del Mar.
Insomma, sono un oggetto piuttosto strano questi Two White Horses, ma è soprattutto questo il loro fascino. Senza dubbio un disco da non sottovalutare.

20 giugno 2009

Björn Kleinhenz - Head Held High On Fearsome Pride


Abbiamo parlato spesso e volentieri di Björn Kleinhenz, che riteniamo uno dei migliori singer/songwriter in circolazione in Svezia. A pochi mesi di distanza dall'uscita di Quietly Happy And Deep Inside, Bjorn pubblica oggi un album speciale in formato digitale, scaricabile dal suo sito per la modica cifra di 3 euro e 70 (nel file troverete anche fotografie, illustrazioni e liriche).
Head Held High On Fearsome Pride contiene 13 canzoni nuove che Kleinhenz ha registrato sullo scorcio tra l'inverno e la primavera scorsi nella casetta rurale in cui si è trasferito con la fidanzata Yrsa e il loro coniglio Humle, nella quiete marinara dell'isoletta di Fårö (la stessa in cui si è ritirato Ingmar Bergman, al largo di Gotland).
Il disco fotografa bene il musicista nel suo quieto isolamento nordico ed ha, per forza di cose, una dimensione interamente artigianale e quasi naif, che si sposa perfettamente con le atmosfere di penombra e tranquillità domestica evocate dai vari pezzi. La ricchezza strumentale dei dischi precedenti qui è solo un ricordo: tutto è immediato ed essenziale, solo voce e chitarra acustica (suonata assai bene, bisogna dire), quasi ascoltassimo dei work in progress in attesa di prendere una forma definitiva. Esperienza che potrebbe lasciare perplesso qualcuno, ma che è invece molto interessante sia per chi ha già apprezzato i lavori di Bjorn, sia per chi ama le canzoni nude e crude nello stile di Isolation Years, Damien Jurado, Josè Gonzalez, etc..
Se acquisterete Head Held High On Fearsome Pride sappiate inoltre che tutti i proventi saranno usati da Bjorn e Yrsa per pagare le cure mediche di cui ha recentemente avuto bisogno il simpatico coniglio Humle. Insomma, è per una buona causa...

15 giugno 2009

Eva & The Heartmaker - Let's Keep This Up Forever


Eva & The Heartmaker è il nome artistico (tra lo sbarazzino, l'ironico e il ruffiano) dietro il quale si nascondono la cantante Eva Weel Skrams ed il chitarrista e produttore Thomas Stenersen. Nascondono, poi, per modo di dire, visto che la zazzera di Thomas e il viso da attrice hollywoodiana di Eva sono sempre in primo piano sulle copertine dei loro dischi.
Un paio d'anni fa, o forse tre, Behind Golden Frames, disco d'esordio dei due norvegesi, si è fatto notare nelle classifiche scandinave, e non solo in quelle rigorosamente alternative. Il che non sorprende affatto, perchè il pop classico, sempre piacevolissimo e fm-friendly del duo sembra nato apposta per arrivare alle orecchie di un pubblico forse non del tutto generico, ma di sicuro più vasto dei soliti appassionati di indie e dintorni.
Diciamo subito che Behind Golden Frames era ben lontano dall'essere un capolavoro, con la sua aurea mediocritas stelle e strisce ed il suo suono fin troppo ripulito (dalle parti delle cose più mainstream di Lene Marlin, giusto per rimanere in Norvegia): uno di quei dischi che ascolti volentieri in diffusione mentre ti aggiri tra gli scaffali di un megastore, ma che difficilmente poi porteresti con te alla cassa.
Let's Keep This Up Forever, opera seconda di Eva & The Heartmaker, riprende ovviamente lo spirito pop del precedente, ma lascia da parte le tracce di stucchevolezza e il sapore dolciastro degli esordi. Ciò nonostante il fatto che l'album nuovo sia prodotto e distribuito da una major.
Fin dall'iniziale Let's hit the road Jack i Nostri ci fanno capire che la bussola è ancora puntata verso gli States e la loro tradizione, verso le hit immortali dei Beatles (soprattutto) e degli Stones, verso l'esay listening intelligente di band come Coldplay o Travis, e ci fanno al contempo pensare ad un parallelo con gli ultimi Cardigans, ugualmente impegnati in una "revisitazione" dei canoni del rock popolare (in particolare) americano. Parallelo che - spiace per Nina Persson e compagni - sembra premiare decisamente la freschezza retrospettiva di Eva e Thomas.
E in effetti lungo tutti i dieci episodi del disco il talento dei Nostri emerge in modo evidente, senza la pretesa di stupire e con l'unico fine di "intrattenere", che è poi lo scopo principale della musica pop da quando esiste. Ecco allora una serie di singoli potenziali, più o meno ammiccanti, più o meno ritmati, a tratti quasi soul, da Charming saxy a A potion of lust, da Superhero a Possible escape possible mistake, nessuno dei quali cambierà il mondo, ma che hanno quasi sempre il tiro giusto e si lasciano bere uno dietro l'altro come bibite gelate e dissetanti. Solo ad un riascolto più attento vi accorgerete poi che c'è un ammirevole lavoro di produzione dietro queste canzoni (nonchè una divertente serie di citazioni e rimandi), il che fa incrementare l'ammirazione per questi due ragazzi norvegesi innamorati del Pop con la P maiuscola, quello che quattro decenni fa - allora sì - ha cambiato il mondo.

09 giugno 2009

The Legends - Over And Over


Vera etichetta di riferimento di tutto l'indie-pop svedese e scandinavo in generale, la Labrador ha scelto nell'ultimo anno di spingersi in modo deciso verso suoni elettronici e sperimentali: ecco infatti il lancio dei vari The Sound Of Arrows, Pallers, Little Big Adventure o l'imminente ritorno dei The Radio Dept.. Nella medesima direzione hanno recentemente mostrato di incamminarsi anche The Legends, la band che ruota attorno a Johan Angergård, ovvero l'anima di due gruppi di culto come Acid House Kings e Club 8, portabandiera del pop alternativo più etereo, retrospettivo e insieme attualissimo (quello appunto che ha reso grande la Labrador Records).
The Legends rappresentano da sempre la faccia più noise e inquieta del songwriting di Angergård, e al contempo quella più imprevedibile (vedi infatti la svolta kraftwerkiana di Facts and figures).
Over And Over
, quarto lavoro sulla lunga durata dei The Legends, sembra oggi trovare un'equilibrata mediazione tra le diverse spinte centrifughe che hanno caratterizzato il gruppo nei diversi anni della sua vita artistica: ci sono infatti episodi gentili e floreali che potrebbero uscire da un disco degli Charades o degli Acid House Kings (Monday to saturday e Jump per esempio), altri dominati da chitarre distorte e trapananti, e poi misurate sortite elettroniche, melodie nervose che ricordano i primi Radio Dept., ovattate divagazioni dream-pop e rasoiate post-punk, citazioni dello shoegazer e delle band Sarah e Creation, di Jesus and Mary Chain, dei Pastels, dei Comet Gain. Su tutto ovviamente l'immediatezza melodica (deciamente di gusto sixtie) di cui Johan Angergård è maestro indiscusso e che emerge con forza anche nei momenti maggiormente elettrici e spigolosi.
Insomma, Over And Over è una specie di bignami di vent'anni e forse più di pop-rock alternativo, sapientemente declinato da uno dei musicisti più intelligenti che la scena indie svedese possa vantare.

03 giugno 2009

Liechtenstein - Survival Strategies In A Modern World


Nel 1986 la redazione del New Musical Express mise insieme una compilation di gruppi britannici cosiddetti "indipendenti" e allegò la cassettina (siglata C86) al settimanale. La critica musicale normalmente attribuisce a quell'evento la funzione di "atto di nascita dell'indie-pop", il che forse non è del tutto vero, ma di certo corrisponde ad un momento storico (il conservatorismo della Thatcher al potere e gli "alternativi" Smiths e Jesus & Mary Chain sorprendentemente nelle classifiche di vendita) in cui il pubblico del pop ha preso coscienza del fatto che esisteva anche una "dark side" indipendente rispetto ai lustrini delle major, e che in fondo non era per nulla dark, anzi... Molto si è scritto del C86 (movimento? stile? canone? seme gettato nel futuro dell'indie?), e non starò ad annoiarvi oltre, tuttavia confesso che è sempre una sorpresa scoprire che ci sono tanti ventenni in giro che sembrano sapere tutto della questione, sono andati a ripescare dischi di band scomparse da (almeno) quindici anni e, imbracciata la chitarra elettrica, suonano esattamente come se fosse ancora il 1986 o giù di lì.
Le Liechtenstein, terzetto di fanciulle di Goteborg, corrispondono in pieno all'identikit, e adesso che pubblicano il loro primo album dal titolo (bello e autoironico) Survival Strategies In A Modern World, si candidano come una delle band più interessanti in un momento in cui sembrano fiorire, di qua e di là dall'oceano, decine di gruppi che si ispirano dichiaratamente alle istanze del C86, alla sua essenzialità stilistica, alla sua gentile rudezza, al suo spontaneismo artigianale. Naemi, Renèe ed Elin suonano come i Talulah Gosh di Amelia Fletcher, come i The Siddeleys - ritmi uptempo, cori e melodie sbarazzine - ma hanno personalità e gusto retrospettivo sufficienti per dare varietà di umori e luminosità alle loro canzoni, mescolando dolcezza e ruvidezza per nove episodi parimenti interessanti (durata media 2 minuti e 30, giusto per intenderci). Su tutti l'adorabile freschezza di Postcard (a me ricorda i Free Loan Investments, tanto per rimanere in Svezia) e la grazia acustica alla The Softies di The end.