25 maggio 2009

Hiawata! - These Boys And This Band Is All I Know


Il titolo del secondo album dei norvegesi Hiawata! suona come una ironica dichiarazione di poetica musicale: These Boys And This Band Is All I Know, come dire che è inutile stare a cercare tante somiglianze, visto che il gruppo basta a sè stesso. Forse sarà anche vero, e di passi in avanti rispetto al buon esordio di un paio d'anni fa (dal titolo ugualmente strambo e torrenziale They could have been bigger than Hiawata!) i cinque ragazzi di Oslo ne hanno fatti di certo, lavorando per definire il loro stile e per ripulire la ruvidezza lo-fi degli inizi.
Impossibile affermare però che l'indie-pop degli Hiawata! somiglia solo a sè stesso, considerata la naturalezza con la quale si inserisce in quel filone di pop-rock alternativo che va (oggi) dai Band of Horses ai The Shins e (ieri) dai Folk Implosion ai Teenage Fanclub.
Insomma, stiamo parlando di guitar pop dalla forte gradazione melodica, energetico e refrigerante come un ghiacciolo alla menta in una giornata di solleone, amabilmente disimpegnato e rigoroso nel richiamare i "maestri" (americani e scozzesi) del genere; lo stesso in fondo di tante band scandinave come i precursori Broder Daniel e Popsicle, e poi Shout Out Louds, Cats On Fire, I Was A King, Lacrosse, Niccokick, etc..
Gli Hiawata! non sono certo dei geni o degli innovatori, ma possono vantare una capacità melodica fuori dalla media (il singolo Valley boys è un potenziale successo da chart alternativa ed è giusto lì in attesa che qualche college radio statunitense ne faccia uno degli anthem dell'estate, e lo stesso discorso potremmo fare per Chocolate for breakfast e That's the spirit, per Lightning of the sun e Animal) ed una sincerità di fondo che non racchiuderà straordinari contenuti ma è sempre e comunque leggera e trascinante.
Indispensabile come genere di conforto per l'estate. E non dimenticate di procurarvi il disco d'esordio, l'ep Blacks On Blondes e l'album Valley Boys (download gratuito qui!) in cui una lunga e interessantissima serie di artisti norvegesi suonano cover degli Hiawata! (la versione acustica di Animal fatta da Dylan Mondegreen è un gioiello, così come quella di Fightz offerta da Ingeborg Selnes, per non parlare dei grandissimi My Little Pony che fanno propria la ballata Nora Lee).



18 maggio 2009

Friday Bridge - Bite My Tongue


Come ben sapete non amo particolarmente gli incroci tra pop ed elettronica: pura questione di gusto personale, niente di preconcetto e oggettivo. Semplicemente l'elettro-pop tende ad annoiarmi velocemente, per quanto sia fatto in modo colto e raffinato.
Sono quindi il primo io stesso a stupirmi del fatto che da un paio di settimane nelle mie cuffie continua a passare volentieri il nuovo album dei Friday Bridge, Bite My Tongue.
Ylva Lindberg e Niklas Gustafsson hanno alle spalle un disco d'esordio, Intricacy, che un paio d'anni fa ha collezionato recensioni entusiastiche un po' ovunque grazie al suo fascino maliziosamente retrò e francofono corredato da tastierine barocche, clavicembali, archi sintetici e frivolezze assortite, tra la freschezza yèyè delle melodie e calcolati riferimenti stilistici ai Saint Etienne. Ho riascoltato Intricacy di recente e confesso di trovarlo ancora indigesto: limite mio evidentemente, forse perchè non riesco a cogliere a pieno l'ironia e lo spirito di modernariato che lo animano.
Discorso diverso per Bite My Tongue: i Nostri sembrano aver cambiato sensibilmente rotta, hanno eliminato gli orpelli e il nostalgico manierismo sixtie, e in definitiva hanno dato vita a una compatta serie di canzoni taglienti e incisive, dove l'elettronica e i sinth sono usati come struttura portante, ma non prendono mai il sopravvento, nè ricamano merletti attorno ai pezzi in nome di un estetismo snob.
Lo stile che ne deriva è molto simile a quello di Lykke Li: meno giocoso ed artificioso delle produzioni precedenti, molto più sensuale, sottilmente oscuro e inquieto, incentrato sul groove e sulle elaboratissime geometrie di ogni pezzo, senza però perdere un'oncia dell'immediatezza melodica che è il marchio di fabbrica della ditta Friday Bridge.
Nascono così canzoni di notevole fascino e potenza come Horror of horrors, Tourner la page, Partners in crime, il primo singolo There's no doubt ed il nuovo Shangai shipping, mentre l'unica concessione barocca è confinata al delicato minuetto Once you said goodbye.
Indubbiamente un disco interessante.

Shangai shipping

11 maggio 2009

Anna Järvinen - Man Var Bland Molnen


Cosa c'è nella musica di Anna Järvinen che la rende così bella, affascinante, particolare, in definitiva unica? Un paio d'anni fa il disco d'esordio Jag Fick Feeling colpì la critica intera per la sua matura e al contempo freschissima eleganza, abbastanza lontana dalle prove gradevoli ma poco personali dei Granada, band storica di Anna: era un disco non immediato, di quelli che crescono ascolto dopo ascolto e ti rapiscono con una forza misteriosa, di quelli che ti ricordano sempre i canoni della tradizione ma - te ne rendi conto a mano a mano che lo approfondisci - la stanno reinterpretando, o meglio rinnovando con una naturalezza sorprendente. In verità, pochi dischi possiedono queste caratteristiche: li trovi sulla tua strada ogni tanto, per caso, e magari sulle prime non ti sei nemmeno accorto di quanto erano importanti. Poi, capiscoi che ti hanno segnato...
Ecco, Jag Fick Feeling è stato uno dei dischi svedesi "importanti" degli ultimi anni, ed il fatto che sia rimasto tesoro di pochi appassionati (le liriche sono tutte in svedese, per altro...) da un lato ne ha preservato la purezza, e dall'altro fa rimpiangere la scarsa o nulla fama che gode questa eterea ragazza ormai trentenne, di origine finalndese ma residente a Stoccolma.
Man Var Bland Molnen arriva a due anni di distanza dall'esordio solista esattamente come si era presentato quest'ultimo: in punta di piedi, timidamente, quasi per paura di disturbare. Gustav Ejstes, chitarrista degli psichedelici e sperimentali Dungen, ha lavorato con Anna alle sue nuove dieci canzoni, che vivono della medesima diafana luminosità nordica che emanavano quelle che già conosciamo. La Järvinen in fondo è una cantautrice tradizionale, legata alle forme del folk-pop più delicato ed intimista (adesso mi viene in mente un'altra artista poco conosciuta ma rivalutata di recente, Vashti Bunyan), e al contempo ogni cosa che canta e scrive si muove in un'atmosfera senza tempo e dai confini per nulla segnati, dove l'America profonda incontra e si fonde in modo totale con il folk del Nord Europa, senza perdere mai di vista l'appeal melodico e con un'apertura costante ad altri svariati influssi.
Ejstes ha evidentemente contribuito alle chiare sfumature blues presenti qua e là nel disco (Är det det här det handlar om ad esempio) e, in generale, ad un'energia chitarristica in parte nuova nello stile di Anna, tuttavia il fascino di queste canzoni morbide e insieme inquiete, semplici e complesse, travolgenti e gentili (sentite Tänker inte säga mer e ditemi se non ci sono tutte queste caratteristiche in contemporanea), lo può rivendicare con decisione la stessa Järvinen, con il suo innato talento compositivo.
La dolcezza crepuscolare di Anna - della sua voce, del suo modo garbato e insieme risoluto di porgere ogni canzone - è il tratto distintivo di tutti i brani dell'album, dalla lieta, serena, solare apertura di Låt det dö e Äppelöga (la grazia campestre dell'armonica dylaniana, suonata dalla stessa Järvinen, può far cambiare il meglio il vostro umore anche nelle giornate più buie e in definitiva vale da sola il viaggio), alla malinconia di piano e violoncello di Boulevarden e Såhär, screziate di jazz e accorate nel loro sottile lirismo; dal profumo di Faiport Convention e Nick Drake dell'intensa, raffinatissima Ruth, alla ballata conclusiva Naktmusik, che suona un po' come il manifesto musicale di Anna, con la sua fluttuante leggerezza folk.
Se poi Man Var Bland Molnen valga più o meno di Jag Fick Feeling è un discorso in verità difficile e forse piuttosto superfluo in cui imbarcarsi, e che forse interesserà solo a quelle poche dozzine di persone che hanno avuto la pazienza di scovare questi piccoli gioielli nella rete (a poco prezzo, davvero, fate uno sforzo...). Ciò che accomuna i due dischi di Anna Järvinen alla fine sapete cos'è? Per me è la bellezza. Punto e basta. Quel genere di bellezza che non si percepisce in superficie, che non sai nemmeno definire a parole, ma che c'è: rara, preziosa. A volte basta solo saperla cercare...

Låt det dö (live)

07 maggio 2009

Lacrosse - Bandages For The Heart


Un paio di anni fa This New Year Will Be For You And Me, disco d'esordio degli stoccolmesi Lacrosse, si è conquistato il titolo di disco dell'anno su questo blog. Forse obiettivamente non era il lavoro migliore uscito in tutto il 2007, ma la contagiosa energia pop dei sei svedesi mi aveva accompagnato per mesi senza un attimo di stanchezza.
Bandages For The Heart, seconda prova dei Lacrosse (ancora per la tedesca Tapeete), giunge quindi attesissima da queste parti, e per fortuna non delude (anche se in verità l'effetto sorpresa del primo disco oggi è ovviamente saltato).
La formula dei Lacrosse è immuatata dai loro esordi, anche se oggi è leggermente più spigolosa e muscolare: le melodie sono coinvolgenti, orecchiabili e uptempo, le voci di Nina e Kristian fanno sempre a gara per sormontarsi a vicenda, la ritmica - salvo un paio di episodi più intimi e riflessivi - è instancabile e ballabile, le chitarre potenti e avvolgenti, glockenspiel e tastierine spuntano qua e là a riempire ogni possibile vuoto, le liriche sono immancabilmente torrenziali e ironiche.
Insomma: c'è tutto quello che ci ha fatto innamorare dei Lacrosse, della loro straripante solarità, del loro stravagante, spontaneo e sovrabbondante wall of sound. E c'è ancora quell'atteggiamento di umiltà artigianale che faceva sembrare il loro disco d'esordio un piccolo prodigio emerso direttamente dalla cantina di casa, anche se qui dietro la consolle ha preso posto nientemeno che Jari Haapalainen, produttore indie di fama ormai europea.
L'impressione generale - e qui avrà influito la saggezza del produttore - è di un album fatto di canzoni più asciutte ed essenziali rispetto all'immediato passato, senza però perdere le caratteristiche essenziali del suono distintivo della band. Non ci sono forse tante perle come nell'esordio, ma pezzi amabili e adrenalinici come We are kids, All the little things that you do, I see a brightness, It's always sunday around here, Song in the morning sono tutti potenziali singoli di successo che dei pubblicitari intelligenti potrebbero saccheggiare a mani basse (un po' come hanno fatto con i Thin Things, che ai Lacrosse un po' somigliano).
Da non perdere, ovviamente...


Lacrosse - We Are Kids