27 aprile 2009

Montt Mardiè - Skaizerkite


David Olof Peter Pagmar, in arte Montt Mardiè, è uno di quegli artisti che non sai mai se prendere sul serio o se ci sta menando tutti quanti per il naso, recitando in modo magistrale la parte del genietto musicale tanto istrione quanto schivo e imprevedibile, personaggio che sembra uscito dalla famigliaTenembaum, quella dell'omonimo film di Wes Anderson. Leggere per credere l'autobiografia che ha postato sul suo sito, formidabile mischione di verità e surreale finzione letteraria, che poi in fondo è il mondo in cui Montt Mardiè, l'alter ego di David, si muove da sempre perfettamente a suo agio.
Reduce da due dischi di notevole e forse incostante valore (l'ultimo, Clocks/Pretender, è un doppio piuttosto ingombrante, niente di sorprendente comunque per uno che racconta di avere scritto un'opera all'età di 18 anni) e da un contratto con la Ruffa Lane, label dei Lucky Soul, che distribuisce in Inghilterra una sorta di greatest hits, David pubblica oggi per la Hybris il suo terzo lavoro sulla lunga durata, dal misterioso titolo Skaizerkite.
Welcome to Stalingrad, pezzo ballabile e stravagante in pieno stile Montt Mardiè, è la perfetta presentazione per un raccolta di canzoni pop estroverse e ricche di ironia, decisamente più a fuoco e incisive rispetto ad una certa verbosità che emergeva nelle ultime cose di David. L'eclettismo tipico di Montt Mardiè è garantito e compreso nel biglietto d'ingresso, ma dal frullatore di Pagmar, capace di triturare citazioni una dietro l'altra e mettere insieme crooning romantico tradizionale e ritmi funk, folk cantautorale alla Badly Drawn Boy e melodie alla Prefab Sprout, solide memorie Motown e frivolezze anni '80, Bowie e Jens Lekman (e potremmo proseguire a lungo con gli accostamenti), emergono stavolta sapori sempre freschi e piacevoli.
Su tutto domina una evidente voglia di divertire e divertirsi, che sembra essere condivisa sia dal timido David che dal guascone Montt: da One kiss a Last year in Marienbad, dall'adorabile singolo Dancing shoes alla conclusiva trascinante I love you Annie, ovunque si respira un'aria leggera e festaiola, esaltata anche dalle liriche originali e onnivore, stracolme di riferimenti tanto alla cultura pop quanto a quella libresca. A far scendere i piedi dai tavoli ci pensano poi le acustiche e delicatissime Elizabeth by the piano e Dungeons and dragons e la malinconica ballata per voce e pianoforte A wedding in june (elegante duetto con Andreas Mattsson), giusto il tempo di tirare il fiato prima di afferrare il primo cocktail colorato e ricominciare le danze.

Dancing shoes

25 aprile 2009

Lene Marlin - Twist The Truth


Confesso di avere una notevole simpatia nei confronti di Lene Marlin. Forse non è proprio il tipo di artista di cui parliamo di solito (ha un contratto major, è coperta da Mtv e annessi vari, anche se in fondo che importanza ha?), tuttavia ha indubbiamente una carriera - ormai decennale - che merita rispetto e attenzione.
Insomma, credo che ve la ricordiate tutti, la ragazzina norvegese che nel '99 o giù di lì piazzò il suo album d'esordio nelle classifiche di tutta Europa. Aveva diciotto anni, all'epoca, e quando il successo ti travolge in un modo simile non è certo facile gestirlo. Lene ha fatto la cosa giusta: ha aspettato che il pubblico distratto si dimenticasse di lei, è cresciuta (in tutti i sensi) e si è ripresentata dopo cinque anni con un album (Another Day) che ho riascoltato poco fa e che mi suona ancora oggi di una grande spontaneità e freschezza. Il grande successo ovviamente non si è ripresentato, e così è stato anche per l'album successivo, più patinato ma molto meno incisivo.
Oggi, a ventotto anni, Lene pubblica il suo quarto album, e lo fa con la sua solita timida gentilezza, da singer/songwriter matura che può sì vantare una distribuzione internazionale (in Italia soprattutto, mi sembra di capire) ma pare lontana anni luce da ogni pretesa di celebrità.
Twist The Truth raccoglie dieci delle canzoni più delicate ed intime della carriera della Marlin. La quieta malinconia degli album precedenti c'è ancora, ma qui si fa morbido e sereno racconto folk, raffinatissimo nell'uso accurato ed essenziale degli strumenti (l'acustica e il violino di Everything's good, ad esempio, oppure i placidi fiati di I'll follow), che si muovono sempre con discrezione attorno alla chitarra acustica. Può darsi che nel complesso ci siano qualche ripetizione e qualche momento meno convincente (soprattutto il tentativo di dare una più complessa ritmicità ad alcuni pezzi, vedi Have i ever told you), ma quando Lene "canta la sua canzone", in economia di mezzi, in punta di plettro, con la sua sensibilità gentile e pensosa (Do you remember, You will cry no more) , dimostra sempre nel modo più efficace il suo talento.
Può non piacere, mi rendo conto, ma portate pazienza, a me è simpatica...

19 aprile 2009

Marit Bergman - The Tear Collector


Tre anni sono passati degli arcobaleni pop di I Think It's A Rainbow, già numero uno in Svezia, fucina di singoli di umore disparato, dal ballabile al malinconico romanticismo, vetrina luminosissima per il talento di una musicista che a trent'anni compiuti evidenziava una maturità artistica raggiunta con una lunga gavetta.
Tre anni sono passati, e Marit Bergman nel frattempo si è trasferita in quel di New York, in cerca forse di ispirazione direttamente nella patria del musical di Broadway, della "perfect pop song" di Tin Pan Alley e del Brill Building, che sono - tra tante altre influenze - la sua principale fonte d'ispirazione stilistica.
Frutto di questi tre anni di vita e lavoro è The Tear Collector, album doppio e pertanto ambizioso, sicuramente uno dei più attesi da chi si occupa della scena scandinava ed ha amato l'allegra sfrontatezza dei tre dischi precedenti di Marit.
Scrive la Bergman nelle note che accompagnano l'uscita del disco: "quando ho scritto queste canzoni ho sognato foreste russe, laghi d'argento, morte, notti d'estate di tanto tempo fa e ballerine di disco music". E ancora: "il mio ultimo album era un arcobaleno, questo si veste di nero, blu di mezzanotte, pura luce blu e viola intenso".
Definizioni che, in modo tanto bizzarro quanto oggettivo, corrispondono alla verità e dipingono bene sia i colori (meno brillanti del solito, più profondi e sfumati), sia la "dimensione" ampia e volutamente costruita dei 22 pezzi del disco.
Non ci sono particolari rivoluzioni nel gusto davvero onnivoro dello stile di Marit: c'era tanta America prima e c'è a maggior ragione ora, un'idea di canzone che pesca a piene mani nel pop degli anni '60-'70 e dei gruppi femminili che spadroneggiavano nelle radio sotto l'egida di Phil Spector, nella trascinante teatralità del musical, nel delicato e pregnante senso melodico di Carole King e nella forza degli artisti Motown, fino al cantautorato femminile meno estroverso e, perchè no, alla spudoratezza commerciale della generazione Mtv.
I followed him around, pezzo che apre il disco, è esattamente la canzone che ci aspettavamo da Marit Bergman (e che ci lascia assolutamente soddisfatti), e può riassumere bene la sua inusuale capacità di unire romanticismo e ironica leggerezza, archi avvolgenti e chiatarra acustica, attorno ad una voce che non è certo tecnicamente prodigiosa ma possiede energia e dinamismo.
Discorso che potremmo replicare per molti episodi del disco (gli ammiccanti singoli Bang bang e Out on the piers, ad esempio, oppure Straight into my lovers arms, pezzi immancabilmente incentrati su un ritornello coinvolgente e cantabile e corredati di arrangiamenti abbondanti), ma che diventa più ambizioso in brani più "larghi" ed emozionali come Tony (la coda strmentale di archi e pianoforte è davvero impressionante), In the morning (solo voce, piano e sax per il momento più intimo e quasi dolente della raccolta), All that i ask of the morning (melodia di una serena, raffinata ed ariosa tristezza, anche qui affidata alle note del pianoforte), la "caroleking-iana" 300 days in a row, l'accorata Traveling companion (efficace ed orchestratissimo duetto con Frida Hyvonen) .
Il problema, comune a quasi tutti i dischi doppi, è che nell'abbondanza è più facile notare passi meno convinti (pochi, in verità), e accanto a canzoni di grande freschezza e semplicità cantautorale come la deliziosa 1985 e l'acustica I tought i would be older by now (che per me valgono da sole l'intero lavoro, insieme alla versione acustica di Out on the piers che apre il disco 2) trovano spazio sia momenti più pesanti, sia la sensazione (qua e là affiorante) di una scrittura/produzione che tende ad andare sopra le righe senza farci capire con chiarezza se si tratta di una scelta deliberata, di ironiche concessioni o di vere sbavature dovute al desiderio di strafare (vedi la ballatona conclusiva Were you ever really mine, gradevole ma dal sapore dolciastro).
Ad ogni modo The Tear Collector, al di là di eventuali difetti e della vera o presunta prolissità della raccolta, non delude affatto le attese, e testimonia ancora una volta il grande talento di questa ragazza svedese innamorata della musica pop.

Out on the piers

Bang bang

11 aprile 2009

Lowood - Close To Violence


Lowood è il nome dietro il quale si celano due ragazze di Stoccolma, Therese Johansson e Kicki Halmos. Close To Violence è il loro primo album ed esce per la NONS.
Sulla copertina campeggia una foto in bianco e nero di Therese, a precisare che in realtà il motore del progetto Lowood è lei, e al definire al contempo già da subito l'umore sottilmente ombroso delle sue canzoni.
Crash, il pezzo che apre il disco, con la sua chitarra tagliente alla PJ Harvey e il suo ritornello aereo adornato dai morbidi sintetizzatori di Kicki, è davvero un ottimo biglietto da visita per le Lowood. L'album prosegue in effetti lungo questa strada, disegnando - rigorosamente a carboncino, senza usare colori, ma lavorando sulle mille sfumature del grigio - un pop emozionale e di grande urgenza espressiva, essenziale e quasi rude nella concezione (il paragone con i Low non è affatto sbagliato), ma sempre ingentilito dall'uso equilibratissimo delle voci e degli onnipresenti sinth.
Ascoltando Close To Violence a qualcuno potranno venire in mente altre artiste scandinave come Frida Hyvonen, Sophie Zelmani, Britta Persson, oppure lo stile delicatamente ombroso si singers/songwriters come Andreas Mattsson, Christian Kjellvander e Kristofer Astrom (che qui duetta con Therese nella intensa It's a mess), ma in verità la personalità delle canzoni delle Lowood è piacevolmente singolare, semplicissima nella confezione e di notevole effetto nel risultato finale.
Non ci sono punti deboli nei dieci episodi di questo album notturno e autunnale (ecco, l'unico difetto è questo: esce nella stagione sbagliata!): convivono in modo sapiente ed ispirato malinconiche e sognanti dilatazioni e melodie più nervose e dirette, a formare una raccolta di grande compattezza stilistica.
Da non sottovalutare.

Crash (live)

06 aprile 2009

Miss Li - Dancing The Whole Way Home


Non c'è dubbio che Miss Li rappresenti un caso del tutto particolare nella scena pop scandinava. Innanzitutto per la straordinaria prolificità: album di debutto (Late Night Heartbroken Blues) uscito alla fine del 2006, secondo e terzo a distanza di pochi mesi dall'esordio (God Put A Rainbow In The Sky e Songs Of A Ragdoll i titoli), già un best pubblicato l'anno passato e pieno di inediti, giusto a ribadire che la ragazza non ha il blocco dello scrittore, anzi... E poi per lo stile personalissimo della sua musica: volutamente stravagante e onnivora, non distante da cantautrici americane come Regina Spektor, Martha Wainwright e Tori Amos, e al contempo orientata verso ben altre direzioni: il folk balcanico, il cabaret di Kurt Weill, il teatro musicale inglese d'inizio secolo. Senza contare poi l'attitudine verbosa, (auto)ironica, bizzarra, torrenziale delle liriche della signorina Linda Carlsson, gioiosamente ossessionata dai rapporti sentimentali fra uomini e donne tanto da riempire tre album - quattro da ora - di versi che parlano senza peli sulla lingua d'amore, o di sesso, o delle due cose insieme.
Non c'è un'evoluzione apprezzabile nei primi tre album di Miss Li, che sembrano infatti una trilogia piuttosto compatta, in cui Linda costruisce le sue piccole storie quotidiane attorno all'accoppiata piano-voce, prendendo a prestito stilemi diversi a seconda dell'esigenza: blues, jazz, rock, soul, folk o operetta popolare, in una alternanza sorprendente e assolutamente inarrestabile.
Dancing The Whole Way Home, quarto lavoro di Miss Li, seguito ad un anno di concerti in giro per il mondo (la Nostra è una che dal vivo deve farsi notare per forza, grazie alle sue doti da teatrante nata, oltre al notevole talento vocale e musicale), riprende il discorso iniziato con l'eclettismo di sempre, temperato però oggi da un'attitudine più rock e diretta, sia nella struttura dei pezzi che negli arrangiamenti.
Insomma, l'intenzione sembra quella di costruire un album accessibile anche a un pubblico più generico e meno "colto" di quello a cui era abituata Linda.
Il singolo I heard of a girl possiede in effetti una "facilità" radiofonica di sicuro effetto, ed anche altri episodi del disco (True love stalker, Is this the end, Dancing the whole way home, The boy in the fancy suit) sono inquadrabili in un universo pop - nutrito di cantautorato folk, di soul Motown, di girl groups anni '60, musical di Broadway e melodie alla Tin Pan Alley - che è lo stesso in cui si muovono con pari grazia Maia Hirasawa e Marit Bergman.
Poi però ci sono anche le solite piccole amabili bizzarrie a cui ci ha abituato Miss Li, il suo cabaret d'altri tempi, vagamente est-europeo e mischiato ad elementi "occidentali" di tutte le epoche: prendete l'adorabile filastrocca folk di Stupid girl oppure il micidiale carillon di Bourgeois Shangri La, vere centrifughe di stili al servizio di melodie che si incollano immediatamente in testa e che finirete a canticchiare come scemi per tutto il giorno.
Se già conoscete e apprezzate Miss Li, Dancing The Whole Way Home è un disco da non perdere, senz'altro il più completo ed equilibrato della sua fulminante carriera. Se non la conoscete, è un giusto inizio per esplorare il suo recente interessantissimo passato.

04 aprile 2009

Cats On Fire - Our Temperance Movement


"E' come se nei cromosomi di questi quattro ragazzi finlandesi, chissà come, fossero finiti – rimescolati per bene – i geni di una parte significativa della musica popolare inglese degli ultimi venticinque anni". Così scrivevevamo due anni fa a proposito di The Province Complains, disco d'esordio dei Cats On Fire.
La band di Mattias Björkas, oggi alla seconda prova, conferma a tutti i livelli quella prima impressione: le dieci canzoni di Our Temperance Movement ripartono infatti dalla medesima obliqua freschezza melodica che avevamo tanto apprezzato e si fanno subito amare per inventiva, sottile ironia e immediatezza. Chitarre al centro, come sempre, con i loro jingle jangle morbidi e incisivi allo stesso tempo, mentre la voce sorniona di Mattias racconta piccole storie quotidiane che ricordano davvero moltissimo quelle intime e sorridenti di Pelle Carlberg: prendete l'iniziale folkeggiante Horoscope, l'incalzante e irresistibile Tears in your cup (che per l'appunto sembra uscita da un disco degli Edson dell'impareggiabile Pelle), oppure Letters from a voyage to Sweden e Garden lights, dove i Nostri mostrano tutta la loro adorazione verso l'indie pop essenziale e raffinato dei Go Betweens.
La recentissima notizia che Our Temperance Movement verrà pubblicato anche negli States dalla benemerita Matinèe Records non può che ribadire quanto abbiamo già detto in passato dei Cats On Fire, ovvero che, tra una schiera di gruppi scandinavi che suonano molto simili (Starlet, Northern Portrait, Leopold, The Electric Pop Group, Starflower, ecc.), i finlandesi emergono per stile, intelligenza, capacità di scrittura e personalità.

Tears in your cup