28 marzo 2009

Maia Hirasawa - GBGVSSTHLM


Due anni fa Though I'm just me, disco d'esordio di Maia Hirasawa, ci ha fatto praticamente gridare al miracolo (e canticchiare And i found this boy per un bel pezzo). Ovvio quindi che ci sia molta attesa intorno al secondo lavoro della talentuosa artista nippo-svedese, intitolato GBGVSSTHLM, curiosa sigla che sta a significare "Goteborg contro Stoccolma", la città in cui Maia si è trasferita (per amore) contro quella in cui è cresciuta, a suggerire che il nucleo tematico delle canzoni nuove è decisamente autobiografico.
E l'attesa, possiamo dirlo senza tema di smentite, è ripagata da un disco che forse non ha l'impeto trascinante e l'effetto sorpresa del primo, ma è una raccolta di canzoni dallo stile sempre più personale, riconoscibile e maturo. Il songwriting della Hirasawa è un caleidoscopio di brillanti idee melodiche, una variopinta girandola pop che fa esplodere attorno alla sua voce sicura una variata serie di soluzioni orchestrali.
Episodio dopo episodio, attorno al pianoforte di Maia (vero centro propulsore dell'album, l'affascinate e disorientante singolo South again sta a dimostrarlo) crescono e si dipanano i luminosi arrangiamenti di fiati e/o di archi e/o elettro-acustici e/o corali e folkeggianti, che già conoscevamo dal primo lavoro, adesso ancora più raffinati ed entusiasmanti, giocosamente imprevedibili (prendete la complessa e apparentemente stralunata struttura di Though i'm just me, con il suo alternarsi di vuoti e pieni) e a tratti esotici, romantici (il duetto con Nicolai Dunger di I will sing for you) e bambineschi (la filastrocca micidiale di I woke up comincerete a fischiettarla dopo un solo ascolto, garantito).
Maia ha descritto l'album nuovo definendolo meno solare e diretto del prededente. Può darsi, specialmente dal punto di vista delle liriche, ma musicalmente l'impressione è che GBGVSSTHLM sia un sorridente girotondo esattamente come lo era il disco d'esordio, con la differenza che la Hirasawa ha messo da parte ogni traccia di spontanea ingenuità ed ha lavorato in modo strenuo su ogni più piccolo particolare (non ultimo sul suo strumento migliore, ovvero la voce: sentite cosa fa nella quasi bjorkiana At the afterparty), alternando senza soluzione di continuità corse a perdifiato e momenti di contemplazione, ironia e confidenze, inni pop alternativi da cantare a squarciagola (The wrong way) e intime tenerezze (Hush now), pura spensieratezza (Eleven) e salti nell'aria (This is what we have).
Non sappiamo chi vinca alla fine, nella sfida tra Stoccoma e Goteborg; di certo però sappiamo che Maia Hirasawa ha vinto alla grande una delle scommesse più difficili per ogni artista che possa vantare un esordio celebrato e premiato dal successo, quella del "secondo album".
Insieme alla collega e amica Annika Norlin (Hello Saferide, anche lei recentemente alla seconda prova), Maia sembra anzi comporre una sorta di coppia ideale del pop scandinavo: la ragione (Annika) e il cuore (Maia), si potrebbe dire, giusto per giocare un po'. Al di là delle etichette resta però il fatto che le due ragazze meriterebbero un'attenzione internazionale che purtroppo sembra latitare, e che non rende merito al livello impressionante delle loro proposte.
Insomma, giù il cappello: GBGVSSTHLM è un disco vario e intelligente, leggero e insieme complicato, capace di divertire ed emozionare al tempo stesso.

Il disco è in ascolto sul myspace di Maia. Approfittatene finchè siete in tempo.

South again

21 marzo 2009

The Little Hands Of Asphalt - Leap Years


Sjur Lyseid, il giovane norvegese che si nasconde dietro il nome The Little Hands Of Asphalt, è il leader di una band indie rock chiamata Monzano, di cui - confesso - non sono riuscito a reperire quasi nulla. Leap Years è il suo primo progetto solista sulla lunga durata, che fa seguito ad un promettentissimo ep (Spit Back At The Rain, scaricabile gratuitamente qui, ve lo consiglio spassionatamente per farvi un'idea di cosa parliamo!) ed è una raccolta di canzoni di sicuro valore e rara leggerezza.
Ascoltando Oslo, pezzo che apre l'album, tiepida carezza acustica che è in parte una storia di intima malinconia ma anche un omaggio alla città di Sjur, il primo nome che mi è venuto in mente è quello dello svedese Melpo Mene, altro "piccolo maestro" nel cesellare miniature folk. Lyseid però possiede un tocco più spontaneo e diretto, che fin dalle successive Highway's pull e The future adotta in pieno un linguaggio folk pop tanto "gentile" quanto dotato di grande urgenza comunicativa, lo stesso dei primi Bright Eyes dell'allora quasi adolescente Conor Oberst, oppure dell'indimenticato Elliot Smith: chitarra acustica immancabile, ritmica essenziale, elettrica e piano a disegnare morbidi paesaggi, una voce femminile ad aggiungere talvolta grazia a grazia, liriche vitali e abbondanti.
Si parla di America, quindi, con un "accento" che non può non riportare alla memoria il recentemente scomparso St.Thomas, mitico singer/songwriter (di Oslo pure lui) con i piedi in Norvegia e il cuore nei grandi spazi dell'Ovest. D'altra parte - lo ripetiamo da tempo - la Scandinavia è piena zeppa di musicisti che hanno allenato le dita sulle corde della tradizione statunitense (l'ultimo davvero notevole è The Tallest Man On Earth), e The Little Hands Of Asphalt sembra avere tutte la carte in regola per emergere come una delle proposte più interessanti e meritevoli di attenzione in questo genere (e non solo).
Leap Years è un album compatto e organico, privo di sbavature, umile nella sua dimensione artigianale e al contempo misuratissimo, dove ogni episodio si integra perfettamente con l'altro e non c'è una canzone che si possa definire meno che bella. Su tutte la conclusiva Words that kill, leggiadri e catartici titoli di coda su un disco che ci ha fatto scoprire un altro grande talento. Consigliato.

16 marzo 2009

Jonna Lee - This Is Jonna Lee


Al primo impatto il nuovo album della svedese Jonna Lee sembra davvero opera di un'artista diversa da quella che nel 2007 diede alle stampe 10 Pieces 10 Bruises. Prendiamo Aberdeen on new years eve, il pezzo che apre il disco: arpeggio delicato, umore notturno, ritmica che ad un tratto si fa dissonante e si porta dietro la canzone lungo una strada obliqua e di fascino inusuale. Che differenza rispetto alle orchestrazioni rifinite, quasi algide e volutamente easy listening che inauguravano l'album d'esordio...
E non c'è dubbio che This is Jonna Lee (titolo impegnativo per un secondo album, no?) sia una raccolta di canzoni più mature e varie di quelle che abbiamo ascoltato - volentieri ma un po' distrattamente - due anni fa. Nonostante i toni variopinti della copertina il songwriting della ventottenne Jonna continua a preferire atmosfere intimiste e crepuscolari; la novità sta semmai in un lavoro di sottrazione messo a punto con il premiato produttore Claes Bjorklund, che lascia al passato orchestrazioni elettronico-orchestrali eccessive per insistere invece sulla personalità di ogni pezzo, alternando una misurata ed energica ruvidezza al morbido romanticismo folk rock che sembra la cifra stilistica che alla Lee viene più naturale.
Il risultato forse è discontinuo (e 13 canzoni sono troppe!), ma nella maggior parte degli episodi siamo davanti a canzoni ben scritte e strutturate/arrangiate in modo intelligente e per nulla scontato, pur partendo da una materia assolutamente tradizionale, con gli occhi e le orecchie puntate al cantautorato femminile americano, da quello alternativo al mainstream.
Ecco allora che pezzi come il singolo My high o la pregevole The weight and beating of his heart possono davvero rappresentare ottimamente le capacità di Jonna Lee, flirtando con la facilità d'ascolto (vedi Maia Hirasawa o Hello Saferide, compagne di etichetta fra l'altro) senza rinunciare ad un'attitudine meno marcatamente accessibile, la stessa di artiste scandinave come Frida Hyvonen, Britta Persson, Anna Ternheim o Ane Brun. Fattore che rende interessanti le composizioni di Jonna, rischiando però anche di farle restare "a metà del guado", guardate con sospetto dagli estimatori del songwriting più "sperimentale" e ignorate dal più vasto pubblico del pop.
Resta comunque il fatto innegabile che This Is Jonna Lee è una raccolta piacevole ed elegante che, specialmente quando si ancora a sicuri canoni folk pop, dà vita a canzoni di notevole grazia, come le conclusive In the mood for you e Loneliest one.

My high

09 marzo 2009

Burning Hearts - Aboa Sleeping


La prima volta che ho ascoltato I lost my color vision, mirabolante e primaverile carosello che apre l'album di debutto dei finlandesi Burning Hearts, la sensazione era nettamente quella di avere a che fare con degli epigoni dei miei amati Sambassadeur: simile il micidiale carillon elettro-acustico, simile la graziosa voce femminile, simile l'uso intelligente dei suoni sintetici e della drum machine, simile la melodia floreale e sbarazzina.
Insomma, una piacevolissima scoperta. Resa ancora più interessante dalle altre otto canzoni contenute in Aboa Sleeping, vicine quasi sempre al twee raffinato dei "cugini" svedesi Acid House Kings, Club 8, The Charade, Pelle Carlberg, Leslies, Red Sleeping Beauty, veri maestri di un modo di fare pop sospeso tra nostalgia, modernariato e amore spontaneo e assoluto per la melodia pura e brillante. Canzoni di grande eleganza e forza comunicativa come Iris, Various Lives, We walk among the trees, Close to her, sono intervallate da momenti più rarefatti e/o sperimentali, come Sea birds, A peasant's dream e Aboa sleeping, dove emergono in maniera evidente i lasciti profondi di una band seminale e influentissima come gli Stereolab, che in definitiva sembrano essere il modello ideale dei Burning Hearts (e in fondo, più o meno direttamente, di quasi tutti gli artisti citati sopra), unito forse all'attitudine più "accessibile" degli Air.
E in effetti Jessika Rapo, anima del progetto Burning Hearts, è stata non a caso la cantante dei Le Future Pompiste, band capace di attirare l'attenzione qualche anno fa con un album di sicura fede stereolabiana, salvo poi scomparire nel nulla. E non sorprende nemmeno trovare, a fianco alla Rapo, Henry Ojala, membro di quei Cats On Fire che, al momento attuale, sono a pieni diritti la band indie pop finlandese più conosciuta e stimata a livello internazionale (a proposito: a brevissimo uscirà il loro secondo album).
Per gli amanti del pop più etereo e scintillante, un disco da non perdere assolutamente!

I lost my color vision (Soundclick)

07 marzo 2009

Rökkurró - Það kólnar í kvöld


Það kólnar í kvöld, titolo impronunciabile dell’album d’esordio degli islandesi Rökkurró, significa semplicemente “Sta facendo più freddo stanotte”. Frase che, al di là di ogni scontata considerazione sul clima dell’isola dei ghiacci, sembra alludere ad una dimensione quotidiana, impressionistica, atmosferica ed autunnale, che si nota immediatamente nella musica di questi cinque ragazzi/e islandesi.

Le canzoni dei Rökkurró vivono in una delicata dimensione atemporale, una stagione di neve sottile che i Nostri sembrano osservare dal vetro di una finestra leggermente appannato, nel tepore sicuro e solitario di una casa immersa nei rigori del grande nord.

Tutto è familiare e apparentemente confortevole: la leggiadra voce femminile (le liriche sono in islandese), la fisarmonica sempre presente, l’arpeggio discreto della chitarra, la morbidezza del violino e del violoncello, lo scampanellio rasserenante del glockenspiel, le melodie dall’aura vagamente esotica, nipoti di un folk indigeno sicuramente antico, parenti non così lontane di quello americano e inglese dei ’60 e ’70, amiche sicure dell’acustica gentile di artsiti nordici come Kings of Convenience o Anna Jarvinen.

Una serie di elementi che convergono felicemente nel disegnare quadretti paesaggistici che non hanno l’ambiziosa vastità emozionale dei Sigur Ros, nè le linee spezzate ed essenziali degli sperimentali Mùm, illustri connazionali, ma si nutrono in modo evidente di una sensibilità del tutto simile, spesa dai Rökkurró soprattutto in direzione di un pop dell’anima ora timido e introverso, ora pienamente suggestivo e aggraziato (l’iniziale Hùn, episodio migliore dell’album, incantevole per equilibrio e semplicità), ora lievemente inquietante, ma sempre piacevole ed elegante nelle sue linee ovattate.

Það kólnar í kvöld – precisazione doverosa – è uscito in patria alla fine del 2007, ma la distribuzione su scala europea e mondiale ce l’ha consegnato in ritardo.


Ferðalangurinn (live icelandic television)