28 febbraio 2009

Bellman - Mainly Mute


Ascoltando Mainly Mute, che è il disco di debutto di Bellman, il primo pensiero che mi è venuto è "assomiglia a qualcosa che ho già sentito". Il che - ci tengo a precisarlo - per me non è affatto il presupposto di una critica negativa: il 99% della musica che ascolto solitamente assomiglia a qualcosa di già suonato prima, e non c'è nulla di scandaloso. Allora ho dato uno sguardo veloce alla mia collezione di dischi e ho trovato quello che cercavo: un album intitolato Under the waves di una band londinese chiamata Lorien, che mi risulta essersi sciolta subito dopo l'esordio, passato colpevolemente inosservato nonostante la produzione major.
Ora, non so se Arne Johan Rauan, il ragazzo norvegese che sta dietro il nome Bellman, abbia mai ascoltato i Lorien (probabile che all'epoca avesse 12 anni) - cosa che hanno fatto comunque in pochi - però le canzoni di Mainly Mute sembrano davvero il seguito mai scritto di quel disco. All'epoca i Lorien erano paragonati ad una versione più raffinata ed eterea dei Coldplay. Vero, direi. Oggi, nelle note stampa, Bellman viene avvicinato ai Sigur Ròs e ai Mercury Rev. Falso, a meno di ridurre tutta la sua cifra stilistica alla misurata grandeur di alcuni arrangiamenti.
In realtà Rauan è un romantico à la Damien Rice, alla Tom Mc Rae, alla Starsailor, di quelli cresciuti tra i primi dischi dei Radiohead e l'unico di Jeff Buckley: le sue canzoni si nutrono di un'epica gentile ed atmosferica, nascono essenziali e si gonfiano a poco a poco di archi, cori ed elettricità statica, emozionanti e dilatate, malinconiche e notturne.
Ecco, appunto: niente che non abbiamo già sentito, però fatto con il cuore. E con un livello di scrittura quasi sempre di notevole livello, mai troppo "facile" e al contempo mai stucchevole o meramente ripetitivo.

Spaceship move slow

20 febbraio 2009

Fanfarlo - Reservoir


Per l'anagrafe i Fanfarlo (il nome viene da una novella di Baudelaire) non sarebbero propriamente una band scandinava, essendo pienamente domiciliati a Londra. Tuttavia Simon Aurell, leader carismatico del gruppo, multistrumentista, autore di musica e testi, è uno svedese, per quanto d'esportazione, quindi possiamo regolarmente annoverare Reservoir tra le produzioni alternative scandinave.
E meno male, perchè l'album di debutto dei Fanfarlo, preceduto nei due anni scorsi da qualche assaggio finito nella rete, merita un'attenzione particolare e - per quanto mi riguarda - una dose di entusiamo che non dedicavo da diversi mesi ad un disco.
Diciamo spesso che il pop che ci piace di più è quello capace di emozionare, di comunicare in modo spontaneo la gioia di chi lo suona, di cambiare in meglio l'umore di chi lo ascolta, al di là in fondo di ogni ambizione artistica, profondità tematica o perizia tecnica. Capita poi, ogni tanto, di scovare delle band in grado di unire tutte queste caratteristiche, magari anche solo per lo spazio di una canzone. O, caso più raro e quindi più prezioso, di un intero album, come questo Reservoir che esce oggi come autoprodotto e autodistribuito, almeno fino a quando un'etichetta seria si accorgerà di cosa può avere fra le mani.
">Come definire lo stile dei fanfarlo? Partiamo da Fire escape, che è il primo singolo della band e risale a circa due anni fa: il lieve carillon elettronico che introduce il pezzo fa subito pensare ai fuoriclasse svedesi Moonbabies, e l’arioso dinamismo elettro-acustico di tutta la canzone va assolutamente in quella direzione, con i fiati che trascinano il crescendo del ritornello.

Ritroviamo il medesimo schema – una equilibratissima dialettica fra delicata suggestione e incalzante energia - in quasi tutti i brani del disco; schema però non meramente replicato, ma reinterpretato, rivissuto, arricchito via via da un vero e proprio caleidoscopio di apporti strumentali, dal piano al glockenspiel, dagli archi alla tromba.

Canzoni come I'm a pilot, Ghosts, Luna, Comets, The walls are coming down, Harold T Wilkins, Finish line, esplicano in modo significativo il grande talento compositivo di Simon e la bravura dei suoi compagni, unendo con straordinaria leggiadria forza melodica e romanticismo, piacevolezza e malinconia, semplicità d'intenti e raffinatezza letteraria, l'America dei Decemberists e l'Inghilterra dei Coldplay, l'indie gentile degli Shins o dei Band of Horses e il folk cantautorale, la grazia artigianale dei Belle & Sebastian e lo spirito pop onnivoro e sorridente di tanti gruppi scandinavi, dai Lacrosse ai Marching Band passando per Jens Lekman. Una messe di riferimenti che comunque il linguaggio dei Fanfarlo ingloba con spirito maturo e personale, risultando alla fine un'isola felice e quasi stravagante nella scena inglese di oggi (e chissà che l'imminente tour con gli Snow Patrol non giovi alla notorietà dei Nostri, insieme ai pubblici apprezzamenti del duca David Bowie).

Un album da non perdere nel modo più assoluto.


Fire escape


Harold T. Wilkins

14 febbraio 2009

A Camp - Colonia


Sono passati ben otto anni dall'esordio solista di Nina Persson con la sigla A Camp. Un lungo periodo che faceva pensare ad un episodio non ripetibile, una rapida fuoriuscita dal gruppo (passata per altro quasi inosservata) per rientrare nella tranquilla routine dei Cardigans: un album ogni tanto, magari corretto ma lontano dalla brillantezza degli esordi e dall'appeal del best seller Gran Turismo, poi il solito greatest hits, giusto per ricordare che in quindici anni di carriera la band ha venduto qualcosa come 5 milioni di dischi.
Eppure A Camp era un disco di tutto rispetto, coraggioso nel prendere le distanze dal premiato stile Cardigans per esplorare territori folk in compagnia di un produttore intelligente come Mark Linkous degli Sparklehorse, e I can buy you era un singolo a dir poco adorabile.
Nina riparte oggi nuovamente dagli States, dove ormai vive da tempo, ed ha trasformato il progetto A Camp in una vera e propria band, chiamando vicino a sè il produttore Niclas Frisk (già coautore di parte del primo disco) e soprattutto il marito Nathan Larsson, già leader degli Shudder To Think.
Il risultato è un disco meno spontaneo e più compatto e misurato del precedente, frutto di un attento lavoro di equilibri, dove ogni singola canzone sembra voler dare l'impressione di un'artista "adulta", di un pop elegante che si nutre a fondo dei classici e cerca di comunicare freschezza senza cedere in nessun caso alle mode o ai clichè del cantautorato femminile modello Regina Spector o Martha Wainwright.
Impresa non facile, che tuttavia per almeno due terzi dei dodici titoli di Colonia pare davvero riuscita, dalla piacevolezza folk-rock del singolo Stronger than Jesus (potrei nominare una schiera di artiste americane di fama che farebbero a cazzotti per far proprio un pezzo così, e che comunque alla fine lo rovinerebbero con arrangiamenti alla Sheryl Crow) all'aria delicatamente retrò di un vero gioiellino che pare sfuggito al primo disco come I signed the line. Ovunque fiati gentili, archi dove è strettamente necessario, ironia in miusura pari al romanticismo, e la voce inconfondibile di Nina, quella che ormai conosciamo bene, sempre al centro, forte e fragile allo stesso tempo.
Quando sarà uscito - tra qualche mese - il nuovo album di Marit Bergman, pure registrato a New York, pure omaggio al grande pop americano, potremo fare un interessante confronto fra due artiste svedesi che sembrano oggi sintonizzate sulla stessa lunghezza d'onda. Nel frattempo ci godiamo il ritorno di A Camp.

Stronger than Jesus

09 febbraio 2009

I Was A King - I Was A King


A chi può ispirarsi una band che intitola un proprio singolo Norman Bleik? Ai Teenage Fanclub, ovviamente, anche se la voluta storpiatura del cognome del leader della mitica band scozzese sembra confondere le acque con un sorriso sornione. E in effetti gli I Was A King, gruppo norvegese costruito attorno al talentuoso Frode Strømstad, devono avere ascoltato Bandwagonesque (e i due seminali album che lo hanno preceduto all'alba dei Novanta) almeno mille volte, a giudicare da come suona il loro disco omonimo: canzoni brevi, essenziali e dirette (mai oltre i tre minuti), chitarre energiche ed elettricità statica in abbondanza, melodie piacevoli e quasi cantabili.
I quindici pezzi del disco sono un omaggio intelligente e spontaneo ad un certo modo - acido, potente e delicato al tempo stesso - di intendere il pop, che dai Big Star scende fino alla scena indie di un ventennio fa, a Jesus and Mary Chain, ai frangenti sonori dei My Bloody Valentine, ai Primal Scream degli esordi, alla melodica spigolosità dei Dinosaur Jr e dei primi Pavement e, appunto, al power-pop inconfondibile dei Teenage Fanclub. Un modo che potrebbe alludere anche ai connazionali Motorpsycho, drenati di ogni divagazione psichedelica e/o virtuosismo: Strømstad è uno che davvero bada al sodo e detesta ogni tipo di orpello non utile alle sue semplici intuizioni.
Forse gli I Was A King non sono quella next big thing del rock scandinavo che viene sbandierata oggi da molte testate specilizzate, ma di sicuro valgono l'attenzione che stanno destando.

06 febbraio 2009

Hjaltalin - Sleepdrunk Seasons


Stupisce non poco, in questi giorni, leggere che lassù nella piccola verde Islanda stanno vivendo la crisi economica più che da altre parti del mondo. Non stupisce invece che nella Islanda musicofila ed esportatrice di pop in tutto il mondo sia proprio una come Bjork a segnare possibili vie per uscire dall’empasse.
E non si sa mai che la minuscola ma vivacissima industria musicale di Reykjavik riesca già da sola a risanare qualche voce del bilancio nazionale, visto e considerata la quantità sproporzionata di artisti e gruppi di successo provenienti da quelle lande.
Si aggiungono oggi – con nostro immenso piacere – i nove musicisti di questa band (e non so se l’espressione sia corretta) che si fa chiamare Hjaltalin. Sleepdrunk Seasons, il disco che stiamo ascoltando in questi giorni, è in realtà del 2007, ma un po’ di ritardo, vista la differenza di latitudine, non è cosa preoccupante, e nel frattempo i Nostri si sono ritagliati recensioni (tra l’ottimo e l’entusiasta) sui magazine specializzati europei e americani.
Qualcuno, preso da un’ingiustificata fretta, li ha paragonati ai Sigur Ròs, ma è un accostamento fuorviante. Gli Hjaltalin suonano in realtà un pop floreale, eclettico, dinamico, divertente e divertito, che sfonda in parte le barriere della forma canzone come i celebri connazionali, ma lo fa non tanto nella struttura e nella durata quanto nell’uso di una strumentazione varia e originale (più consona alla musica da camera o a quella bandistica e folklorica, o al jazz), messa però al servizio di melodie cantabili che spuntano come funghi e senza soluzione di continuità all’interno di ogni pezzo.
Più che ai Sigur Ròs allora ci si potrebbe riferire a tanti gruppi canadesi (Arcade Fire, Of Montreal, Most Serene Republic, New Pornographers, Broken Social Scene, e così via) magicamente e artigianalmente incrociati l’uno con l’altro, o a band (svedesi) come i Lacrosse, con la loro sovrabbondante ed amabile irruenza, o i lussureggianti Moonbabies.
Gli 11 brani dell’album sono un caleidoscopio di invenzioni e suggestioni, dai fiati dell’iniziale concitata Traffic Music (che un po’ ricordano il Sufjan Stevens di Illinoise ma poi il pezzo prende altre strade) all’aria stravagante e irresistibile di The boy next door, esempio palese della forma canzone degli Hjaltalin, fatta di fughe in avanti, rallentamenti e divagazioni, acquarelli strumentali, poderosi crescendo, istanti riflessivi, cori e inattesi cambi di ritmo, tanto che è sorprendente che tante cose diverse stiano insieme in cinque minuti con una tale grazia e leggerezza. Grazia e leggerezza che sono replicate con inusitata maestria compositiva nelle successive Goodbye July (sezione ritmica battente e decisa e chitarra elettrica e al contempo archi leggiadri e oboe, con un intermezzo “lirico” in islandese), Debussy (aereo pianoforte e bizzarra filastrocca a monosillabi), Sleepdrunk seasons (dove gli strumenti rock lasciano totalmente spazio a quelli classici), The trees don’t like the smoke (florilegio folk-pop con ritornello sbarazzino), I lie (blues della terra dei ghiacci, voce e pianoforte come un Antony del grande nord) e Trailer music (trionfo finale con un duetto che sembra un pezzo fanciullesco dei Moldy Peaches sul quale cresce a poco a poco una variopinta foresta di strumenti).
Le ultime notizie ci informano che il nuovo disco degli Hjaltalin è già quasi pronto per il lancio. Nell’attesa ci godiamo ancora per qualche mese il loro prodigioso esordio.

Traffic music