29 gennaio 2009

Timo Räisänen - ...And Then There Was Timo


Timo Räisänen è senza dubbio uno dei personaggi più interessanti della scena alternativa scandinava: svedese di nascita ma di padre finlandese e madre indiana, chitarrista di talento, dotato di una voce potente e virata spesso al falsetto, si è fatto le ossa nella band di Håkan Hellström prima di esordire come solista nel 2004.
I tre album di studio di Timo sono altrettante fotografie dell'evoluzione di un artista inquieto e difficilmente inscatolabile, vero crogiolo di contraddizioni: songwriter apparentemente timido e garbato e al contempo rocker a petto nudo con tatuaggi in vista e chitarra perennemente agitata in aria, volutamente angelico e diabolico al tempo stesso, epico ed introverso (un misto di Iggy, Jeff Buckley, Neil Young e Nick Drake, per intenderci), insomma un originale istrione che rifiuta di fornire al pubblico indizi sull'ironia insita nel suo schizofrenico modo di porsi.
Dai primi passi di Lovers are lonely, disco quasi interamente acustico, memore dell'esempio del maestro Hellström (in sostanza tra le prime cose di Josh Rouse e il Ryan Adams di Love is hell), Timo ha aumentato i decibel con il successivo I'm indian, lavoro ambizioso, vario, antemico ed emozionale, pieno di cose diverse e difficilmente inquadrabile con la sola etichetta dell'indie-rock: uno dei veri tesori nascosti (e sottovalutati) del pop alternativo svedese degli ultimi dieci anni (basterrebbe il memorabile ed energetico singolo Let's kill ourselves a son, ma dentro c'è tanto tanto altro). Il valore indiscutibile di I'm indian ha però gettato un'ombra sul disco successivo, Love will turn you around, incerto fra una spontanea ricerca del pezzo vigoroso ed accattivante (My valentine e Sweet Marie lo sono fino in fondo) ed una pesantezza hard rock drammatica e - per chi scrive - davvero eccessiva.
Qualche giorno prima della fine del 2008 la Razzia (la stessa etichetta di Hello Saferide e Maia Hirasawa) ha pubblicato il quarto disco di Timo Räisänen, ...And Then There Was Timo, che - avvertenza indispensabile - è in realtà una raccolta di b-sides (contenute nei singoli) e covers spesso inedite. Il costume angelico della copertina annuncia da subito che l'anima nera scavata a fondo nel disco del 2007 è ritornata in piena luce: i 15 pezzi 15 dell'album ci restituiscono il Timo degli esordi, gentile, acustico e (quasi) sorridente, alle prese con una lunga serie di classici pop più o meno conosciuti, spesso inusuali per il gusto medio del pubblico dell'indie, tutti comunque meritevoli di essere scelti e reinterpretati dal Nostro.
Ecco allora che Didn't we almost have it all di Witney Houston (!!!) e Time for me to fly della boyband Jonas Brothers acquistano un'aura cantautorale affascinante, ed è piacevole scoprire che About you now delle Sugababes, tolta la patina di plastica major, era una potenziale hit alternativa. E alla fine persino una successo planetario come la melodrammatica Without you (Badfinger in origine, Mariah Carey nella versione più celebre) può ritrovare la sua dimensione di intensa canzone d'amore, senza essere presa in giro o banalizzata, mentre il super-classico I got you babe di Sonny & Cher diventa morbida ed essenziale nel duetto con la bella voce di Maia Hirasawa.
Ma è con l'originale, dolente Take these words (che sembra uscita dalle mani magiche di Neil Young), con la catartica esplosione di energia repressa di You are loved (cover di Josh Groban), con il quieto sussurro sognante e malinconico di You shock me all night long (sì, quella degli AC DC!), e soprattutto con la riproposizione di quel piccolo capolavoro di gioia pura e sarcasmo che è Turn 27 dei connazionali Niccokick, che Timo dà il meglio di sè. Fino ad un finale ad effetto che dapprima saltella su un'imprevedibile interpretazione indie di You get wath you give dei New Radicals e subito dopo vede il recupero di un pezzo "ingombrante" come la epica Creep dei Radiohead, che poteva essere voce e chitarra ed invece parte con un lento pianoforte e cresce magniloquente e marziale come mai si era sentita prima d'ora.
And Then There Was Timo, prima ancora di essere un disco piacevole e ben costruito, è davvero un atto d'amore nei confronti della musica pop e della sua forma per eccellenza: le canzoni. Timo Räisänen ne ha scelte quindici senza preclusioni e le ha fatte proprie, restituendocele per quello che sono: a volte semplicemente umili o interessanti reinterpretazioni, spesso vere riscoperte che danno valore a quello che non conoscevamo o di cui non ci eravamo accorti. E che hanno l'effetto non secondario di puntare i riflettori su un artista di grandissimo talento che non ha ancora conquistato l'attenzione che merita, e magari di farci riprendere in mano i suoi album precedenti.

22 gennaio 2009

Loney, Dear - Dear John


L'attesa per il nuovo (quinto) disco dello svedese Emil Svanangen, in arte Loney, Dear, era notevole, considerando l'alta qualità dei due lavori precedenti, Sologne e Loney Noir, distribuiti fra l'altro anche negli Stati Uniti e in Ighilterra con unanime successo di critica.
Dear John
in effetti riprende il lavoro compositivo di Emil dove era stato lasciato, ovvero in una terra di confine tra il pop d'ispirazione cantautorale e una saggia e misurata sperimentazione, dove la bella immagine di copertina può essere simbolicamente al contempo un ingranaggio tecnologico ed una romatica luna piena.
Airport surroundings e Everything turns to you, i pezzi che aprono il disco, investono subito l'ascoltatore con la loro ritmica serrata, quasi ossessiva, e la poderosa stratificazione (vero tratto tipico di Loney, Dear) di chitarre ipnotiche, voci, campioni, suoni elettronici, cori in falsetto, battimani e inserti strumentali, generando un composito muro sonoro che offre una sensazione mista di fascino, inquietudine e spaesamento.
La successiva I was only going out, con la sua morbida malinconia e il suo whistle che ricorda tanto Peter Bjorn & John, serve quindi quasi come camera di compensazione, prima che i bpm aumentino di nuovo nell'emozionante crescendo di Harh words e di nuovo rallentino davanti agli orizzonti prima algidi e onirici, a tratti marziali (l'elettronica prende il sopravvento, la voce di Emil è filtrata dal vocoder), di Under a silent sea, lungo sogno (o incubo) di un futuro post-atomico ombroso e dilatato.
I got lost
apre idelamente la facciata B del disco, e pare di sentire il lamento di un Thom Yorke non ancora preda totale dei suoi fantasmi, sottolineato dal viloncello e da sfumature di pianoforte. Summers riaccende finalmente la luce nella stanza buia di Emil, e ci riporta a quelle cavalcate elettro-acustiche per cui lo conosciamo e stimiamo: i ricordi che fluiscono rapidi trascinati dalla musica, si alzano a poco a poco sulla melodia leggera e vanno a sfladarsi lontano. La successiva Distant riprende l'ossessione ritmica iniziale con toni cupi e tamburi minacciosi, mentre Harm porta avanti i toni di una confessione dolente utilizzando le note celebri dell'Adagio di Albinoni (!?), adagiate sul suono dell'acustica e sul rumore di una risacca marina. Violent e Dear John chiudono quindi in modo circolare l'album così come era iniziato: abile architettura sonora (la prima) e bizzarrie strumentali (fiati, campanelli e tamburi da fanfara) per il pezzo finale.
Insomma, un disco bello, difficile, per nulla immediato, apparentemente oscuro ma in realtà ricco di idee brillanti, dinamico ed eclettico: la conferma della piena maturazione dello stile personale e ormai riconoscibile di Loney, Dear.

Airport surroundings

19 gennaio 2009

Melpo Mene - Bring The Lions Out


Per gli antichi greci, Melpomene era la musa del canto e della tragedia. E' interessante chiedersi, allora, perchè il giovane stoccolmese Erik Mattiason abbia scelto proprio il nome Melpo Mene come sigla artistica. La risposta in verità era già inclusa nelle atmosfere diafane e dolenti del suo debutto di qualche anno fa, Holes, raccolta interessante e votata ad un intimismo acustico delicato ma un po' claustrofobico, dalle parti di Bill Callahan (Smog), Iron & Wine o il Damien Jurado più minimale.
Ritroviamo Erik dopo 4 anni con questo Bring The Lions Out, album che conferma il suo approccio timido e "a voce bassa", e al contempo aggiunge prospettive nuove al suo orizzonte musicale. Il singolo che promuove il disco, I adore you, è in verità una piccola gemma che sembra tolta da un demo dei primissimi Belle & Sebastian, con la sua ninna nanna di flauto e violoncello, ed ha avuto una certa (inaspettata?) esposizione negli States per essere finita in un commercial della Volvo - evento che ha fatto sì che Melpo Mene sia più conosciuto di là dall'oceano che nella natia Svezia. Tuttavia le altre canzoni dell'album viaggiano in una direzione leggermente diversa, meno incline al pop da cameretta e volta invece ad una sottile ed intima inquietudine, che non disdegna ritmi da bossanova, scampanellanti dilatazioni oniriche (Kling klack clock, Snakes and lions), pensosi rallentamenti, quadretti di folk notturno (Under the moon) e coloriture jazzistiche (Hit the boy), e solo a tratti emerge dall'ombra per abbracciare una piena luminosità (gli archi di Eager to find it).
Bring The Lions Out è in definitiva un disco non facile, invernale come pochi, di umore a dir poco oscuro, e tuttavia sta proprio qui il suo fascino: nella garbata raffinatezza di Erik Mattiason, nella sua capacità di evitare ogni etichetta di genere, nella essenziale preziosità di ogni arrangiamento.

Melpo Mene - I Adore You

12 gennaio 2009

Bodebrixen - Bodebrixen


Cosa ci si può aspettare da una band che intitola una canzone What Lennon said e che fa più o meno così: Mi piace Paul, è il migliore, e non credo a quello che ha detto Lennon? Pop ovviamente, del più solare e spensierato, con la benedizione virtuale del Beatle più "melodico" e disimpegnato.
Aske Bode e Andreas Brixen (capito perchè si chiamano Bodebrixen?) vengono dalla Danimarca e si propongono come l'ennesima coppia dell'indie-pop scandinavo (vedi Marching Band e Jeremy) capace di sorprenderci ed entusiasmarci in questo ultimo torno di mesi. Apparentemente i due giovanissimi sbucano letteralmente dal nulla, ed è anche per questo motivo che, ascoltando il loro album di debutto, non si può fare a meno di saltare (a tempo!) sulla sedia: Bodebrixen è un inarrestabile e variopinto carillon in cui i due danesi si divertono con la materia pop sfoggiando un talento davvero invidiabile, pari soltanto alla loro ammiccante ironia.
Il punto di partenza è sempre lo stesso: una melodia furba, leggera e appiccicosa (la scuola è dichiaratamente quella dell'indie-pop svedese), impiantata su quel fai-da-te digitale che permette di costruire una solida e veloce intelaiatura ritmica usando solo un buon laptop.
Il resto è puro parto della fantasia e dell'estro di Aske e Andreas, che fanno comparire di volta in volta sulla scena banjo, glockenspiel e campanelli, fiati da fanfara, delicate armonie vocali e duetti piacioni, e poi campionamenti, battimani, chitarre acustiche e distorte, cembali, bongos, organetti, pianoforte e archi sintetici, in un piacevole turbinio che non fa mai pensare all'eccesso e invece ha l'effetto di trascinare l'ascoltatore nel divertente e divertito gioco ordito dai due compari.
Tanto che è difficile anche segnalare un titolo che emerga sugli altri: tutto nel disco è parimenti scintillante, rasserenante e coinvolgente, come (se non più) delle cose migliori degli I'm From Barcelona e dei Lacrosse, all'altezza di molte geniali intuizioni compositive del guru Jens Lekman.
Indispensabili.


Clock Radio


Keychain

08 gennaio 2009

Emerald Park - For Tomorrow


A quattro anni di distanza dal debutto Sadness Within, tornano gli indie-rockers di Malmoe Emerald Park, con un album dalla copertina futuribile intitolato For Tomorrow. Ammetto che la nuova uscita della band svedese sarebbe passata totalmente inosservata, se non fosse per la presenza, in veste di produttore, di Ola Frick, talentuoso polistrumentista e titolare del 50% dei Moonbabies, veri fuoriclasse della scena alternativa svedese.
Prima di trasferirsi armi e bagagli in quel di Berlino con la compagna Carina Johansson, dove stanno preparando uno degli album più attesi del 2009, Ola ha preso letteralmente per mano i sei giovani concittadini e li ha trasformati in un gruppo indie-pop capace di farsi notare a livello internazionale sull'onda del successo di band dal suono accattivante come Shout Out Louds, Editors o Glasvegas.
La formula non è lontana da quella dei Moonbabies (anzi, in alcuni episodi sembra addirittura di sentire il duo di At The Ballroom): alternanza di voce femminile e maschile, arrangiamenti e ritmiche di studiato dinamismo, melodie sempre aperte e gradevoli, immancabili crescendo elettro-acustici, grande cura dei particolari, sulla scorta di maestri americani (e canadesi) come Death Cab For Cutie, Band Of Horses o Stars.
Niente male insomma, e anzi la ragguardevole tripletta di apertura The commonfield, Ume, A higher loss, insieme alle suggestioni acustiche della successiva Värnhem, sembra messa apposta lì per impressionare. Ovvio che poi tutto non può essere all'altezza tra i dodici episodi dell'album (segnalo anche la conclusiva For tomorrow tra le cose più riuscite), ma gli Emerald Park non meritano affatto di passare inosservati, nonostante questo sia un rischio purtroppo notevole (i Nostri sembrano per ora fuori dal circuito indie scandinavo, e incidono per una misconosciuta net label tedesca).
Non perdeteveli!

Tutto il disco è in ascolto libero (e in vendita) qui.

Värnhem