
Timo Räisänen è senza dubbio uno dei personaggi più interessanti della scena alternativa scandinava: svedese di nascita ma di padre finlandese e madre indiana, chitarrista di talento, dotato di una voce potente e virata spesso al falsetto, si è fatto le ossa nella band di Håkan Hellström prima di esordire come solista nel 2004.
I tre album di studio di Timo sono altrettante fotografie dell'evoluzione di un artista inquieto e difficilmente inscatolabile, vero crogiolo di contraddizioni: songwriter apparentemente timido e garbato e al contempo rocker a petto nudo con tatuaggi in vista e chitarra perennemente agitata in aria, volutamente angelico e diabolico al tempo stesso, epico ed introverso (un misto di Iggy, Jeff Buckley, Neil Young e Nick Drake, per intenderci), insomma un originale istrione che rifiuta di fornire al pubblico indizi sull'ironia insita nel suo schizofrenico modo di porsi.
Dai primi passi di Lovers are lonely, disco quasi interamente acustico, memore dell'esempio del maestro Hellström (in sostanza tra le prime cose di Josh Rouse e il Ryan Adams di Love is hell), Timo ha aumentato i decibel con il successivo I'm indian, lavoro ambizioso, vario, antemico ed emozionale, pieno di cose diverse e difficilmente inquadrabile con la sola etichetta dell'indie-rock: uno dei veri tesori nascosti (e sottovalutati) del pop alternativo svedese degli ultimi dieci anni (basterrebbe il memorabile ed energetico singolo Let's kill ourselves a son, ma dentro c'è tanto tanto altro). Il valore indiscutibile di I'm indian ha però gettato un'ombra sul disco successivo, Love will turn you around, incerto fra una spontanea ricerca del pezzo vigoroso ed accattivante (My valentine e Sweet Marie lo sono fino in fondo) ed una pesantezza hard rock drammatica e - per chi scrive - davvero eccessiva.
Qualche giorno prima della fine del 2008 la Razzia (la stessa etichetta di Hello Saferide e Maia Hirasawa) ha pubblicato il quarto disco di Timo Räisänen, ...And Then There Was Timo, che - avvertenza indispensabile - è in realtà una raccolta di b-sides (contenute nei singoli) e covers spesso inedite. Il costume angelico della copertina annuncia da subito che l'anima nera scavata a fondo nel disco del 2007 è ritornata in piena luce: i 15 pezzi 15 dell'album ci restituiscono il Timo degli esordi, gentile, acustico e (quasi) sorridente, alle prese con una lunga serie di classici pop più o meno conosciuti, spesso inusuali per il gusto medio del pubblico dell'indie, tutti comunque meritevoli di essere scelti e reinterpretati dal Nostro.
Ecco allora che Didn't we almost have it all di Witney Houston (!!!) e Time for me to fly della boyband Jonas Brothers acquistano un'aura cantautorale affascinante, ed è piacevole scoprire che About you now delle Sugababes, tolta la patina di plastica major, era una potenziale hit alternativa. E alla fine persino una successo planetario come la melodrammatica Without you (Badfinger in origine, Mariah Carey nella versione più celebre) può ritrovare la sua dimensione di intensa canzone d'amore, senza essere presa in giro o banalizzata, mentre il super-classico I got you babe di Sonny & Cher diventa morbida ed essenziale nel duetto con la bella voce di Maia Hirasawa.
Ma è con l'originale, dolente Take these words (che sembra uscita dalle mani magiche di Neil Young), con la catartica esplosione di energia repressa di You are loved (cover di Josh Groban), con il quieto sussurro sognante e malinconico di You shock me all night long (sì, quella degli AC DC!), e soprattutto con la riproposizione di quel piccolo capolavoro di gioia pura e sarcasmo che è Turn 27 dei connazionali Niccokick, che Timo dà il meglio di sè. Fino ad un finale ad effetto che dapprima saltella su un'imprevedibile interpretazione indie di You get wath you give dei New Radicals e subito dopo vede il recupero di un pezzo "ingombrante" come la epica Creep dei Radiohead, che poteva essere voce e chitarra ed invece parte con un lento pianoforte e cresce magniloquente e marziale come mai si era sentita prima d'ora.
And Then There Was Timo, prima ancora di essere un disco piacevole e ben costruito, è davvero un atto d'amore nei confronti della musica pop e della sua forma per eccellenza: le canzoni. Timo Räisänen ne ha scelte quindici senza preclusioni e le ha fatte proprie, restituendocele per quello che sono: a volte semplicemente umili o interessanti reinterpretazioni, spesso vere riscoperte che danno valore a quello che non conoscevamo o di cui non ci eravamo accorti. E che hanno l'effetto non secondario di puntare i riflettori su un artista di grandissimo talento che non ha ancora conquistato l'attenzione che merita, e magari di farci riprendere in mano i suoi album precedenti.



