Anna Järvinen è uno strano miracolo. Non più giovanissima, un passato musicale non brillantissimo alle spalle, si è reinventata una carriera cantautorale dai tratti tanto timidi (liriche in svesese, per dire) quanto sorprendenti, iniziata l'anno scorso con il bellissimo Jag fick feeling e proseguita quest'anno con Man Var Bland Molnen. Difficile definire la musica di Anna in poche parole: diciamo che è come se l'intera tradizione folk-rock-pop inglese e americana (Sandy Denny, Carole King, la Band, Drake, CSN&Y, e via discorrendo) si fosse per magia materializzata tra le mani di questa ragazza finlandese ma svedese d'adozione, ed ogni singola nota uscita dalla sua penna e dalle sue delicate corde vocali fosse un condensato di tanti modelli ed al contempo un oggetto assolutamente unico. In fondo basta sentire Låt det dö e Äppelöga, i primi due leggiadri pezzi dell'album, per rendersi conto di quanto le Canzoni di Anna Järvinen volino alto nel presente (e nel futuro) partendo da un passato tanto ideale quanto concreto. Ma - come già detto - non c'è un solo istante nelle dieci canzoni che compongono Man Var Bland Molnenche non abbia quella scintilla che solo i grandi della musica possiedono (quel "qualcosa" che non è facile raccontare a parole, per l'appunto). Le melodie sono semplici, quasi sempre, e cantabili, e apparentemente senza tempo, ma se le si ascoltano attentamente si scoprono dettagli, sfumature (una frase di pianoforte che vira verso il jazz, un ricamo fitto di chitarra acustica, un microsecondo in cui la voce si rompe, una spirale di hammond su cui la melodia si arrampica, il momento in cui la canzone lascia la strada tracciata e ne imbocca una inaspettata...) davvero sensazionali ed emozionanti.Certi aggettivi sono impegnativi, ma forse ogni tanto vale la pena di usarli: un disco perfetto.
Disco della maturità per la band di Stoccolma, prodotto da "Re Mida" Jari Haapalainen, disegna una intricata e al contempo chiarissima mappa dell'indie-pop svedese contemporaneo, nella quale in fondo ogni band della scena scandinava può ritrovare un po' di sè. Tomhet, Idel Tomhet è, semplicemente, quello che si può definire un disco completo: energico, immediato e brillante dove serve, malinconico e dilatato negli episodi più raffinati, a tratti giocoso e ironico, a tratti suggestivo e rarefatto, vario e al contempo assolutamente compatto e coerente nel suo guitar pop dinamico, avvolgente e lontano da ogni stereotipo di genere. Le liriche in svedese limitano gli [ingenting] ad una ribalta esclusivamente nazionale, ma è un gran peccato...
Nell'anno sabbatico dell'amica e sodale Annika Norlin, spetta a Maia Hirasawa portare avanti l'insegna del pop femminile scandinavo per il 2009, e - dopo lo straordinario esordio di due anni fa - il secondo album è una solida ed entusiasmante conferma del talento vocale e compositivo della ragazza nippo-svedese. Pop nell'accezione più gioisa, onnivora e rutilante del termine, con una raffinatezza di fondo che sorprende traccia dopo traccia, nelle liriche così come negli arrangiamenti. Un disco pieno di cose, che non stanca mai ascolto dopo ascolto, a tratti ironicamente sopra le righe, programmaticamente eclettico ed esuberante, ora malinconico e ora giocoso.
Vige un mistero quasi assoluto a riguardo dell'identità dei JJ, ma non è più un mistero il loro N°2, piccola gemma di pop elettronico finita nelle classifiche di fine anno dei principali magazine musicali mondiali. Esotiche, essenziali e sognanti, le canzoni dei JJ usano sintetizzatori e loop come piattaforma per spiccare un volo tutt'altro che elettronico, nutrendosi di strumenti assolutamente tradizionali e dando vita ad una serie di melodie ariose, eteree, primaverili e a tratti ipnotiche. Potremmo definirli un ponte tra Club 8 e Royksopp, ma i 26 minuti di N°2 ci rivelano che i JJ sono un oggetto profondamente diverso, nuovo ed entusiasmante.
In libera uscita dai rispettivi gruppi (Le Future Pompiste e Cats On Fire), i finlandesi Jessika Rapo e Henry Ojala hanno creato il progetto Burning Hearts, perfetta sintesi dei due gruppi di provenienza: indie pop brillante (vedi Club8 o Sambassadeur) con un leggero retrogusto elettonico-vintage à la Stereolab, tra amore per la melodia pura ed immediata ed equilibrate tentazioni sperimentali. Poteva essere un semplice divertissement, ne è scaturito uno degli album più interessanti, piacevoli e suggestivi dell'anno.
Non era facile dare seguito ad un disco spettacolare come Starring someone like you, e così Ellekari Larsson e Leo Svensson si sono presi tre anni per produrre il loro terzo album. La musica di The Tiny è obliqua, elegante, intricata ed oscura come un castello stregato, ed al contempo (oggi ancora di più) essenziale ed immediata nel dialogo - ora drammatico, ora leggero e catartico - tra la voce ed il panoforte di Ellekari ed il violoncello di Leo. Insomma, musica da fate nerovestite o da folletti imbronciati, poesia da lento disgelo scandinavo, al di fuori di ogni genere o classificazione, con una versione imperdibile di Pet sematary dei Ramones.
In una anno in cui la scena indie ha "riscoperto" il folk (vedi Mumford & Sons oppure Fleet Foxes), gli svedesi Friska Viljor sembrano essere gli interpreti più interessanti del genere nella scena scandinava, capaci di muoversi a proprio agio tra ortodossia elettro-acustica ed un'originalissima commistione con ritmi e suggestioni est-europee. For new beginnings, terzo album dei FV, perfeziona l'attitudine particolare della band, inanellando almeno una mezza dozzina di popsongs di notevole impeto e qualità.
Un po' Ellliot Smith, un po' Conor Oberst prima maniera, il giovane norvegese Sjur Lyseid esordisce con un album cantautorale di rara delicatezza folk-rock: voce, chitarra acustica, armonica e pochi misurati apporti strumentali per disegnare una serie di quadretti intimi ma di grande forza comunicativa. Con i piedi a Oslo e il cuore in America.
Direttamente da Umeå, estremo nord della Svezia, il pop più stralunato, grazioso e incantevole sentito quest'anno. Solo sette canzoni in questo ep, ma abbastanza per restare affascinati dalla musica serena e scampanellante di Tada Tátà. Glockenspiel, chitarre arpeggiate, fisarmoniche, delicate voci femminili per una serie di piccole irresistibili filastrocche folk.
10. Kommun - Kommun (Hybris)Side project di band affermate come Vapnet e Sibiria, Kommun rappresenta il lato allegro e solare di Martin Abrahamsson, Martin Hanberg ed Erik Laquist. Dodici canzoni improntate ad un guitar pop semplice e brillante, tra Cats On Fire e The Charade.
I KOC più che un gruppo (anzi, un duo) sono un'istituzione, e il fatto che questo sia solo il loro terzo album in otto anni di carriera rende ancora più solida la loro reputazione: hanno inventato (o reinventato, chi lo sa) un genere, hanno girato il mondo, hanno fatto altre cose e alla fine si sono ritrovati a registrare tredici pezzi nuovi, solo voci e chitarre stavolta, con rarissime eccezioni. E sono tredici canzoni belle, eleganti, senza tempo, essenziali più che mai nell'intreccio di cori e arpeggi, esattamente quello che ci si aspetta da Erlend ed Eirik. Niente di meno, niente di più.
12. Hiawata! - These Boys And This Band Is All I Know (Sellout! Music)Divertente e divertito, l'indie-rock melodico dei norvegesi Hiawata! è fatto apposta per far scuotere le teste e muovere i piedi. Un orecchio attento alla lezione dei Teenage Fanclub ed uno all'energia obliqua delle band alternative attuali (The Shins, Band Of Horses, Shout Out Louds...), i cinque giovanissimi di Oslo hanno entusiasmo da vendere, sanno scrivere canzoni e badano al sodo: cosa chiedere di più?
2 commenti:
Appuntamento ormai imperdibile. Quest'anno mi hai definitivamente lasciato indietro, ma, per le cose che ho ascoltato (Maia Hirasawa. [ingenting], Hiawata!, Kommun, Kings of Convenience) concordo con entusiasmo.
Grazie!
E dire che ho sempre l'impressione di essere rimasto indietro io...
Grazie a te!
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