07 ottobre 2009

Kings Of Convenience - Declaration Of Dependence


Non hanno fretta i Kings Of Convenience, e non c'è da sorprendersi di questo: è un po' la loro filosofia di vita, il loro modo onesto e spontaneo di tirarsi fuori dalle pressioni da cui il mondo del pop non è certo esente. Non pare vero che siano passati otto anni da Quiet is the new loud e ben cinque dall'ultima fatica Riot on an empty street, eppure è così. Per tanto tempo siamo rimasti senza la musica di Erlend ed Eirik, ma in fondo è come se fossero stati sempre con noi: basta rievocare - e parlo per me - quante volte li ho tirati in ballo su questo blog per paragonare il loro stile ormai canonico a quello di qualche nuovo artista.
Bene, Declaration Of Dependence è il terzo album dell'inossidabile duo norvegese, ed il titolo sembra stare lì apposta a ricordarci che, al di là dei progetti laterali (soprattutto di Erlend) e dei lunghissimi silenzi, i due amici si divertono ancora a suonare insieme come se si fossero conosciuti l'altroieri (e non nel 1986, come narrano le biografie ufficiali).
Ascoltate l'arpeggio placido di 24-25, pezzo che apre il disco, ascoltate la morbida consonanza delle voci, il disegno pulito di una melodia di nuvole su un orizzonte marino. Ecco, sono i Kings Of Convenience del 2009, ma potrebbero essere quelli che nel 2001 fecero parlare di sè il mondo con solo due voci e due chitarre acustiche. Insomma, Erlend ed Eirik sembrano vivere in luogo che il tempo non tocca, nè le mode: una qualche cameretta affacciata sul cielo, in una qualche città che potrebbe essere la natia Bergen ma anche qualsiasi altra città del mondo.
Pronta la critica, allora: i KOC non sono capaci di cambiare, i KOC sono sempre perfettamente uguali a sè stessi, dal primo all'ultimo secondo della loro musica.
Sbagliata la prima affermazione: i KOC semplicemente non vogliono cambiare perchè non ne sentono il bisogno: anzi, se nei dischi precedenti le percussioni e qualche inserto strumentale aggiungevano elementi al quadro, ora restano solo i due protagonisti al centro della scena, "nudi" con il loro stile "nudo" fra le dita e nelle corde vocali. Giusto un violoncello (Boat behind, la deliziosa Peacetime resistence) o qualche tocco di piano appaiono sullo sfondo, ma non è su di loro il fuoco.
Corretta la seconda affermazione, almeno ad un ascolto superficiale, ad un approccio incapace (per mancanza di tempo o per gusto personale) di fermarsi sulle sfumature. Certo, è difficile tenere alta l'attenzione per 13 pezzi, ma i KOC sono così, prendere o lasciare. Se si mettessero a fare jazz o rock o sperimentassero soluzioni etniche o elettroniche non sarebbero più loro.
Le loro composizioni nascono evidentemente da un lavoro di cesello raffinatissimo (pensate solo a come si fondono ritmica e arpeggio in ogni canzone, che si regge senza apporto percussivo o di basso) ed oggi i due norvegesi sembrano volerci mostrare il risultato delle loro fatiche senza orpelli, così come è uscito dalle loro dita, in una dimensione sonora essenziale che ricorda in modo impressionante non tanto gli epigoni Simon & Garfunkel quanto il genio dell'ultimo Nick Drake, quello di Pink moon .
Se già amate i KOC, nei tredici episodi del disco ritroverete in pieno il talento unico di Erlend ed Eirik: le loro melodie leggere, eleganti, profumate talvolta di esostismo, le trame acustiche intrise di serena malinconia, le atmosfere sognanti e sospese, la sensazione di una piacevole atarassia, di una dimensione in cui possiamo chiudere il mondo fuori e osservarlo da lontano senza che ci possa fare male. Non ci sono, forse, singoli "forti" come una Toxic girl o una Misread, ma la stoffa di cui sono fatte le canzoni di Declaration of dependence è la stessa, e le stesse sono le mani (abili) che l'hanno confezionata, prendendosi tutto il tempo necessario.
Se, come loro, non avete fretta, un disco imprescindibile.



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