
Sjur Lyseid, il giovane norvegese che si nasconde dietro il nome The Little Hands Of Asphalt, è il leader di una band indie rock chiamata Monzano, di cui - confesso - non sono riuscito a reperire quasi nulla. Leap Years è il suo primo progetto solista sulla lunga durata, che fa seguito ad un promettentissimo ep (Spit Back At The Rain, scaricabile gratuitamente qui, ve lo consiglio spassionatamente per farvi un'idea di cosa parliamo!) ed è una raccolta di canzoni di sicuro valore e rara leggerezza.
Ascoltando Oslo, pezzo che apre l'album, tiepida carezza acustica che è in parte una storia di intima malinconia ma anche un omaggio alla città di Sjur, il primo nome che mi è venuto in mente è quello dello svedese Melpo Mene, altro "piccolo maestro" nel cesellare miniature folk. Lyseid però possiede un tocco più spontaneo e diretto, che fin dalle successive Highway's pull e The future adotta in pieno un linguaggio folk pop tanto "gentile" quanto dotato di grande urgenza comunicativa, lo stesso dei primi Bright Eyes dell'allora quasi adolescente Conor Oberst, oppure dell'indimenticato Elliot Smith: chitarra acustica immancabile, ritmica essenziale, elettrica e piano a disegnare morbidi paesaggi, una voce femminile ad aggiungere talvolta grazia a grazia, liriche vitali e abbondanti.
Si parla di America, quindi, con un "accento" che non può non riportare alla memoria il recentemente scomparso St.Thomas, mitico singer/songwriter (di Oslo pure lui) con i piedi in Norvegia e il cuore nei grandi spazi dell'Ovest. D'altra parte - lo ripetiamo da tempo - la Scandinavia è piena zeppa di musicisti che hanno allenato le dita sulle corde della tradizione statunitense (l'ultimo davvero notevole è The Tallest Man On Earth), e The Little Hands Of Asphalt sembra avere tutte la carte in regola per emergere come una delle proposte più interessanti e meritevoli di attenzione in questo genere (e non solo).
Leap Years è un album compatto e organico, privo di sbavature, umile nella sua dimensione artigianale e al contempo misuratissimo, dove ogni episodio si integra perfettamente con l'altro e non c'è una canzone che si possa definire meno che bella. Su tutte la conclusiva Words that kill, leggiadri e catartici titoli di coda su un disco che ci ha fatto scoprire un altro grande talento. Consigliato.
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