
A chi può ispirarsi una band che intitola un proprio singolo Norman Bleik? Ai Teenage Fanclub, ovviamente, anche se la voluta storpiatura del cognome del leader della mitica band scozzese sembra confondere le acque con un sorriso sornione. E in effetti gli I Was A King, gruppo norvegese costruito attorno al talentuoso Frode Strømstad, devono avere ascoltato Bandwagonesque (e i due seminali album che lo hanno preceduto all'alba dei Novanta) almeno mille volte, a giudicare da come suona il loro disco omonimo: canzoni brevi, essenziali e dirette (mai oltre i tre minuti), chitarre energiche ed elettricità statica in abbondanza, melodie piacevoli e quasi cantabili.
I quindici pezzi del disco sono un omaggio intelligente e spontaneo ad un certo modo - acido, potente e delicato al tempo stesso - di intendere il pop, che dai Big Star scende fino alla scena indie di un ventennio fa, a Jesus and Mary Chain, ai frangenti sonori dei My Bloody Valentine, ai Primal Scream degli esordi, alla melodica spigolosità dei Dinosaur Jr e dei primi Pavement e, appunto, al power-pop inconfondibile dei Teenage Fanclub. Un modo che potrebbe alludere anche ai connazionali Motorpsycho, drenati di ogni divagazione psichedelica e/o virtuosismo: Strømstad è uno che davvero bada al sodo e detesta ogni tipo di orpello non utile alle sue semplici intuizioni.
Forse gli I Was A King non sono quella next big thing del rock scandinavo che viene sbandierata oggi da molte testate specilizzate, ma di sicuro valgono l'attenzione che stanno destando.
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