14 febbraio 2009

A Camp - Colonia


Sono passati ben otto anni dall'esordio solista di Nina Persson con la sigla A Camp. Un lungo periodo che faceva pensare ad un episodio non ripetibile, una rapida fuoriuscita dal gruppo (passata per altro quasi inosservata) per rientrare nella tranquilla routine dei Cardigans: un album ogni tanto, magari corretto ma lontano dalla brillantezza degli esordi e dall'appeal del best seller Gran Turismo, poi il solito greatest hits, giusto per ricordare che in quindici anni di carriera la band ha venduto qualcosa come 5 milioni di dischi.
Eppure A Camp era un disco di tutto rispetto, coraggioso nel prendere le distanze dal premiato stile Cardigans per esplorare territori folk in compagnia di un produttore intelligente come Mark Linkous degli Sparklehorse, e I can buy you era un singolo a dir poco adorabile.
Nina riparte oggi nuovamente dagli States, dove ormai vive da tempo, ed ha trasformato il progetto A Camp in una vera e propria band, chiamando vicino a sè il produttore Niclas Frisk (già coautore di parte del primo disco) e soprattutto il marito Nathan Larsson, già leader degli Shudder To Think.
Il risultato è un disco meno spontaneo e più compatto e misurato del precedente, frutto di un attento lavoro di equilibri, dove ogni singola canzone sembra voler dare l'impressione di un'artista "adulta", di un pop elegante che si nutre a fondo dei classici e cerca di comunicare freschezza senza cedere in nessun caso alle mode o ai clichè del cantautorato femminile modello Regina Spector o Martha Wainwright.
Impresa non facile, che tuttavia per almeno due terzi dei dodici titoli di Colonia pare davvero riuscita, dalla piacevolezza folk-rock del singolo Stronger than Jesus (potrei nominare una schiera di artiste americane di fama che farebbero a cazzotti per far proprio un pezzo così, e che comunque alla fine lo rovinerebbero con arrangiamenti alla Sheryl Crow) all'aria delicatamente retrò di un vero gioiellino che pare sfuggito al primo disco come I signed the line. Ovunque fiati gentili, archi dove è strettamente necessario, ironia in miusura pari al romanticismo, e la voce inconfondibile di Nina, quella che ormai conosciamo bene, sempre al centro, forte e fragile allo stesso tempo.
Quando sarà uscito - tra qualche mese - il nuovo album di Marit Bergman, pure registrato a New York, pure omaggio al grande pop americano, potremo fare un interessante confronto fra due artiste svedesi che sembrano oggi sintonizzate sulla stessa lunghezza d'onda. Nel frattempo ci godiamo il ritorno di A Camp.

Stronger than Jesus

0 commenti: