
L'attesa per il nuovo (quinto) disco dello svedese Emil Svanangen, in arte Loney, Dear, era notevole, considerando l'alta qualità dei due lavori precedenti, Sologne e Loney Noir, distribuiti fra l'altro anche negli Stati Uniti e in Ighilterra con unanime successo di critica.
Dear John in effetti riprende il lavoro compositivo di Emil dove era stato lasciato, ovvero in una terra di confine tra il pop d'ispirazione cantautorale e una saggia e misurata sperimentazione, dove la bella immagine di copertina può essere simbolicamente al contempo un ingranaggio tecnologico ed una romatica luna piena.
Airport surroundings e Everything turns to you, i pezzi che aprono il disco, investono subito l'ascoltatore con la loro ritmica serrata, quasi ossessiva, e la poderosa stratificazione (vero tratto tipico di Loney, Dear) di chitarre ipnotiche, voci, campioni, suoni elettronici, cori in falsetto, battimani e inserti strumentali, generando un composito muro sonoro che offre una sensazione mista di fascino, inquietudine e spaesamento.
La successiva I was only going out, con la sua morbida malinconia e il suo whistle che ricorda tanto Peter Bjorn & John, serve quindi quasi come camera di compensazione, prima che i bpm aumentino di nuovo nell'emozionante crescendo di Harh words e di nuovo rallentino davanti agli orizzonti prima algidi e onirici, a tratti marziali (l'elettronica prende il sopravvento, la voce di Emil è filtrata dal vocoder), di Under a silent sea, lungo sogno (o incubo) di un futuro post-atomico ombroso e dilatato.
I got lost apre idelamente la facciata B del disco, e pare di sentire il lamento di un Thom Yorke non ancora preda totale dei suoi fantasmi, sottolineato dal viloncello e da sfumature di pianoforte. Summers riaccende finalmente la luce nella stanza buia di Emil, e ci riporta a quelle cavalcate elettro-acustiche per cui lo conosciamo e stimiamo: i ricordi che fluiscono rapidi trascinati dalla musica, si alzano a poco a poco sulla melodia leggera e vanno a sfladarsi lontano. La successiva Distant riprende l'ossessione ritmica iniziale con toni cupi e tamburi minacciosi, mentre Harm porta avanti i toni di una confessione dolente utilizzando le note celebri dell'Adagio di Albinoni (!?), adagiate sul suono dell'acustica e sul rumore di una risacca marina. Violent e Dear John chiudono quindi in modo circolare l'album così come era iniziato: abile architettura sonora (la prima) e bizzarrie strumentali (fiati, campanelli e tamburi da fanfara) per il pezzo finale.
Insomma, un disco bello, difficile, per nulla immediato, apparentemente oscuro ma in realtà ricco di idee brillanti, dinamico ed eclettico: la conferma della piena maturazione dello stile personale e ormai riconoscibile di Loney, Dear.
Airport surroundings
1 commenti:
Si, non posso che concordare pienamente con la recensione. Certo, "Loney Noir" rimane il mio preferito, ma è una questione di gusto personale.
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