29 dicembre 2008

(just another) pop song's ALBUMS OF THE YEAR 2008

(SCANDINAVIAN) ALBUMS OF THE YEAR 2008


1. Hello Saferide – More Modern Short Stories (Razzia)
Al secondo album (terzo se consideriamo il progetto Säkert!) la svedese Annika Norlin sfiora il capolavoro. Se è vero, come scriveva Nick Hornby, che il vero pop è quello che sa parlare con leggerezza di amore e piccole cose quotidiane, le “piccole storie moderne” raccontate da Hello Saferide sono uno dei più alti esempi di pop degli ultimi anni. La capacità di sposare musica e testi, l’ironia (spesso amara) e l’arguzia delle liriche, la facilità disarmante con la quale scrive canzoni al di sopra di ogni genere, rendono la Norlin una vera fuoriclasse nella scena nordica, tanto che è davvero sorprendente che i dischi di Hello Saferide non riescano a varcare i confini della Scandinavia. I dodici racconti di More Modern Short Stories sono altrettante perle di pop elettro-acustico garbato e intelligente, ora sussurrato in punta di plettro, ora trascinante ed energico, sempre sottilmente autobiografico.

2. The Tallest Man On Earth – Shallow Grave (Gravitation)
Sono lunghe, veloci, abili e delicatissime le dita di Tallest Man On Earth, l'uomo più alto del mondo, e la sua chitarra acustica sembra davvero piccola fra le sue braccia da gigante buono. L’Uomo e la sua Chitarra sono i protagonisti assoluti di un disco che potrebbe venire dalle remote pianure americane, da un tempo lontano o lontanissimo, in cui blues e folk erano sinonimi e coraggiosi hobos avevano tante storie da raccontare quante miglia da percorrere. Dieci canzoni di rara bellezza, cantate e suonate con la voce rotta e il cuore in mano da questo misterioso singer/songwriter svedese.

3. Marching Band – Spark Large (U&L)
Ecco la risposta migliore a chi si domanda che fine hanno fatto i Kings of Convenience: cosa ci importa, finchè abbiamo Erik Sundberg e Jacob Lind, ovvero i Marching Band...! Bando ad ogni malinconia (di cui i due norvegesi erano maestri): qui ci sono irresitibili delizie acustiche, pregevoli armonie vocali, variopinte melodie primaverili, suggestivi crescendo, momenti seri e giocosi, romantici e ballabili in un'alternanza entusiasmante. Insomma quanto basta per sopravvivere ad ogni freddo e lungo inverno nordico. Pochi dischi di debutto sono stati così promettenti...

4. Vapnet – Döda Fallet (Hybris)
Entità apparentemente aliena dell’indie-pop svedese (vengono dalla periferica Ostersund, usano solo l’idioma nazionale, hanno un'aria perennemente svagata e invece sono insolitamente prolifici), i Vapnet sono forse i veri eredi nordici dei Belle & Sebastian, nel senso che suonano come e (ormai) meglio di loro. Döda fallet è un esame di maturità superato in modo davvero brillante: le canzoni di Martin Hanberg e compagni possiedono inusitata delicatezza e forte personalità, artigianale raffinatezza e grande dinamismo, quello speciale fascino nordico capace di mescolare malinconia e leggerezza.

5. Jeremy – Smells Like Rain, Feels Like The Sun (Brilliance)
Piove parecchio in Norvegia – lo sappiamo tutti – ma i due Jeremy, Lars Christian Olsen e Øivind Hatleskog, hanno trovato il rimedio perfetto: no, non tanto i vistosi impermeabili gialli che vestono in copertina, quanto il loro guitar pop ad alto tasso di solarità: nel loro album di debutto ci sono dieci piccole gemme di pop/folk leggero e intelligente, tra Badly Drawn Boy e il connazionale Sondre Lerche.

6. Cocoanut Groove - Madeleine Street (Fridlyst)
Pare sospeso a mezz’aria, Olov Antonsson, in arte Cocoanut Groove, sulla copertina del suo disco di debutto. E così sono le sue canzoni: fragili ma levigatissime, tanto leggiadre quanto malinconiche, accompagnate dalla sola chitarra acustica o sapientemente rivestite di archi, fiati e harpsicord, memori della lezione di Nick Drake, Donovan e The Left Banke.


7. We Are Soldiers We Have Guns – Get Up, Get Out (Stereo Test Kit)
L’album di debutto di We Are Soldiers We Have Guns, progetto solista di Malin Dahlberg (Laurel Music, Celestial) è un viaggio affascinate tra luce e buio, tra fredde aurore invernali e commoventi squarci di calore. Dieci canzoni delicatamente sperimentali e difficilmente catalogabili con le etichette consuete, splendidamente complesse nella loro apparente semplicità.

8. Celestial – Crystal Heights (Music Is My Girlfriend)
Per chi ama un pop fatto di melodie frizzanti, eteree voci feminili e chitarre jangly, i Celestial di Andreas Hagman sono ormai un porto sicuro. Solo nove canzoni nel secondo album dei Celestial, seguito del promettente Dream On, ma di qualità sopraffina e grazia impareggiabile: mezz’ora di purissima primavera sonora.


9. Anna Ternheim – Leaving On A Mayday (Universal)
Il terzo disco di Anna Ternheim porta il talento compositivo della cantautrice svedese ad un livello ancora più alto, creando un’intensa e suggestiva atmosfera notturna, sottolineata dagli arrangiamenti raffinatissimi orchestrati dall’intelligente sperimentatore Björn Yttling. Intimismo postmoderno, personale, elegante e fortemente poetico.


10. Sad Days For Puppets – Unknown Colors (HaHa Fonogram)
La dolcezza della voce di Anna Eklund e l’energia del guitar-pop confezionato dai suoi quattro sodali: un matrimonio riuscito nel disco di debutto di questi giovani di Stoccolma. La musica dei Sad Day For Puppets pesca un po’ My Bloody Valentine, un po’ dai Mazzy Star, un po’ dai connazionali Moonbabies e Concretes: il risultato sono tredici canzoni luminose e sognanti, morbide ed elettriche al tempo stesso.

11. Hari and Aino – Hari and Aino (Plastilina)
Brillanti, dinamiche, raffinate, spietatamente catchy, le canzoni di Hari and Aino sono un saggio perfetto di twee pop delicatamente uptempo e serenamente nostalgico, nello stile consolidato dei connazionali The Charade e Acid House Kings.



12. Those Dancing Days - In Our Space Hero Suits (V2)
Hanno vent'anni (o poco meno!) le cinque stoccolmesi Those Dancing Days, e pure le idee molto chiare: fare canzoni ballabili e allegre mescolando indie-rock, northern soul e melodie appiccicose da girl group anni '60. Insomma, divertirsi e divertire. E il risultato è senza dubbio notevole: il loro è il pop più fresco e sbarazzino dell'anno (e Home sweet home la perfect pop song del 2008), e poi la voce calda di Linnea Jönsson è di quelle che si fanno notare...

24 dicembre 2008

Like Honey - Leaves


Nel giro di quattro anni, a partire dalla fondazione nel 2004, la Hybris si è conquistata il ruolo di principale concorrente della corazzata Labrador nella scena delle etichette indipendenti svedesi. Merito di una politica attenta ed eclettica votata ad innovare la tradizione (vedi gruppi e artisti come Vapnet, Montt Mardiè, Rubies, Elias & The Wizzkids...) e aperta alle suggestioni dell'elettropop (Juvelen, Familjen).
Pochi sanno però che il numero 001 del catalogo della label più "stilosa" dell'indie scandinavo appartiene ad una misconosciuta band di Malmö, i Like Honey, che oggi - dopo quattro anni di pressochè totale silenzio - escono finalmente con il loro primo album, Leaves.
A scatola chiusa ci si potrebbe aspettare l'ennesimo saggio di pop saggiamente sperimentale proposto dall'etichetta di Stoccolma, e invece i Like Honey suonano un power pop assolutamente "classico" e immediato che può ricordare i Language of Flowers, i norvegesi Ethnobabes o i connazionali Lacrosse e Sad Day For Puppets: voce femminile aggraziata, chitarre energiche e brillanti, pennellate di sintetizzatore, melodie semplici e dinamiche, elettricità e dolcezza.
Pezzi schietti, veloci e aerei come il singolo Five minute dreams, Nothing's right, New York oppure le coinvolgenti Winter e Homesick fanno pensare ad un'efficace via di mezzo tra le atmosfere sature e melliflue dello shoegaze e il guitar-pop dei Teenage Fanclub.
Insomma, niente di rivoluzionario, ma l'ennesimo esempio di come le band svedesi riescono, con una naturalezza impressionante (e un indice di produttività fuori dall'ordinario), a sfornare il pop indipendente più frizzante, "leggero", fresco e solare che si sente in giro di questi tempi.
Da non perdere, allora, anche i due ep dei Like Honey già usciti per la Hybris, Unexpected e Airport: meno ripuliti nel suono, ma pieni di forza e spontaneità.

22 dicembre 2008

Cocoanut Groove - Madeleine Street


Pochi dischi usciti quest'anno possiedono la sbalorditiva grazia di Madeleine Street, opera prima del giovane Olov Antonsson, in arte Cocoanut Groove. Nonostante vengano dalla gelida Umeå (e siano suonate nella piovosa Londra, dove Olov risiede), le canzoni di Cocoanut Groove possiedono il delicato tepore e le sfumature intense di un tramonto di fine estate, accarezzate da una brezza senza tempo che sembra avere attraversato chissà come decenni di musica gentile e profuma di Love e Donovan, The Left Banke e Tim Buckley, Nick Drake e Saint Etienne, Sid Barrett e The Clientele, Belle & Sebastian e Vashti Bunyan.
Una messe di riferimenti e modelli che Olov fa propri e rielabora con grande personalità ed equilibrio lungo tutti i dieci episodi del disco, dalla malinconia di The end of the summer on Bookbinder Road, con il suo memorabile contrappunto di tromba, alla tristezza leggera delle splendide Walking to Madeleine Street, Hummin', Shadow e Lately, veri gioielli dell'album: pura magia acustica in tre minuti e non di più, in cui la voce confidente e ispirata di Antonsson e gli archi drakeiani sembrano davvere fluttuare a mezz'aria (la bizzarra foto in copertina allora non deve essere casuale...!) e arrivano direttamente al cuore di chi ascolta.
Per non parlare dell'eleganza assoluta di pezzi come The Castle e Looking Glass, ricchi di soluzioni strumentali intelligentemente vintage, dall'harpsicord ai fiati, dall'eco delle chitarre all'organetto. Fino alle conclusive A dream of two summers, ovattato sogno che sembra uscito dalla penna fatata del miglior Stuart Murdoch, e Madeleine Street, che riannoda i fili ( o meglio le corde) del sereno spleen acustico che caratterizza l'intero disco.
Un album assolutamente imperdibile, che arriva giusto in tempo per salire verso la cima di ogni classifica dei lavori migliori del 2008.

The end of the summer on Bookbinder Road

15 dicembre 2008

Anna Ternheim - Leaving On A Mayday


La trentenne Anna Ternheim appartiene a quella numerosa schiera di cantautrici scandinave che amano atmosfere intimiste e/o dolenti, muovendosi tra folk, blues e canzone d'autore e lavorando con attenzione tanto sulle musiche quanto sulle parole: Ane Brun, Susanne Sundfoer, Frida Hyvonen, Britta Persson, Nina Kinert, Sophie Zelmani, El Perro Del Mar, Lisa Miskovsky, Stina Nordenstam, Jonna Lee, e così via...
Dall'esordio Somebody Outside, datato 2004 e caratterizzato da un approccio folk essenziale, personale e delicato, basato sul pianoforte e sulla chitarra acustica, Anna ha immediatamente alzato il tiro con l'album successivo, Separation Road, ricco di ambiziosi arrangiamenti orchestrali e canzoni decisamente più complesse nella forma e inquiete nel contenuto. Album, quest'ultimo, in cui le fragili intuizioni del primo disco prendevano quota, rivestite elegantemente da una produzione tanto abbondante quanto misurata, ritrovando la propria originaria "nudità" in un cd allegato in cui la medesima scaletta era interpretata in quasi totale solitudine: una soluzione (già sperimentata nell'album d'esordio, per altro) capace di dare una inedita e interessantissima tridimensionalità alle composizioni della Ternheim, che di per sè rischiano a tratti di dare un'impressione di eccessiva freddezza, per quanto viaggino sempre una spanna sopra la media delle colleghe scandinave e non solo.
Ricevuti premi e contropremi in patria e pubblicata una versione riveduta e allargata di Separation Road (con il titolo Halfway To Fivepoints) per il mercato internazionale, Anna Ternheim è arrivata oggi alla sua terza prova sulla lunga durata.
Leaving On A Mayday riparte da quanto di buono già fatto negli anni precedenti, ed affida al produttore di grido Björn Yttling (il Björn di Peter Bjorn & John, già dietro al successo di Lykke Li) il difficile compito di scegliere la strada da percorrere: continuare con i ricchi arrangiamenti del secondo disco o tornare all'essenzialità artigianale del primo? Anna e Björn alla fine hanno sostanzialmente deciso per una originale via di mezzo, alleggerendo le canzoni del sovrappiù orchestrale e facendo sì che siano la voce sicura di Anna, una sezione ritmica decisa, battente e spesso jazzata, poche accorte spruzzate di elettronica, liriche ispirate e pensose, e soprattutto orchestrazioni raffinatissime e suggestive a portare su di sè i pezzi. Prendete come esempio la lenta, splendida Terrified, con quegli archi quasi moreschi che tornano spesso nelle atmosfere crepuscolari del disco, oppure l'accorato gospel senza tempo di Summer Rain, da brividi in particolare nella versione a cappella che potete gustarvi qui sotto (insieme ad Anna potrete riconoscere Ane Brun, Nina Kinert, Ellekari Larsson dei The Tiny e le due sorelline First Aid Kit. Che squadra eh!).
Leaving on a mayday
non è un disco facile, ma è uno di quegli album in cui rimani costantemente affascinato dai paesaggi che ti ritrovi davanti, dal beat ossessivo del sorprendente singolo What have i done - vera cartina di tornasole del sound escogitato da Yttling -
alla baluginante aurora boreale di My heart still beats for you, dall'accordo minore di pianoforte attorno al quale vorticano le spire esotiche di Let it rain all'intenso profumo drakeiano di Off the road, viaggio notturno nei territori abituali dell'amica Ane Brun, che continua nella conclusiva Black sunday afternoon. Episodi che trovano poi nuove prospettive nelle versioni alternative che Anna da sempre diffonde sulla rete (occhio al suo sito...).
Se già Somebody outside e Separation road non fossero stati così compiuti e ispirati, si potrebbe dire che Leaving on a mayday è il disco della maturità di Anna Ternheim, ma in fondo si tratta di considerazioni un po' scontate. Di certo si tratta di un album capace di emozionare dal primo all'ultimo minuto, organico e intenso: un nuovo ampio passo in avanti rispetto al passato, ottenuto in modo intelligente ed equilibrato, senza abbandonare la strada dell'introspezione in nome di ambiziose sperimentazioni.

09 dicembre 2008

The Social Services - It's Nothing Personal, It's National Security


Diciamolo subito, tanto per essere chiari: The Baltic Sea è la canzone scandinava dell'anno. La cosa buffa però è che The Social Services non è del tutto una band scandinava, essendo che Emma Naismith e Lucy Cathcart vengono da Glasgow e Martin Frödén è l'unico rappresentante svedese del trio (e unico rappresentante maschile). Tuttavia The Baltic Sea è proprio la canzone svedese che aspettavamo da tanto tempo: per quell'animo pop nordico che tanto amiamo, per quella struttura giocosa e bizzarra (svagato walzer per voce, batteria e pianoforte nelle strofe, bridge malinconicamente rallentato che si trasforma inaspettatamente in dinamico refrain e infine crescendo catartico con potente singalong finale) che ne fa un marchingegno unico ed efficacissimo, e soprattutto perchè parla della Svezia con l'ironia (questa sì decisamente britannica) di chi osserva i suoi compassati e biondi abitanti con gli occhi dello straniero che fatica ad integrarsi: oh Svezia mi spiace dirti che sei noiosa talvolta, la tua bellezza naturale è insuperata, i tuoi bambini sono sani e rubicondi, le tue strutture di riciclaggio non sono seconde a nessuno, sei una nazione etica e amante della pace, disegni fantastici mobili e soluzioni per mettere via la roba, e fai pure una produzione di massa... Ma nessuno mi restituisce un sorriso in metrò quando vado al lavoro, sei fredda come il Mar Baltico e chiudi le porte così in fretta... E ci sarebbe poco da stare allegri, con queste premesse sociologiche - nonostante la leggerezza della musica - se non ci fosse quel coro conclusivo ("We can be your friends, we can be your friends...") a cui è matematicamente impossibile non aggiungere la propria voce a quelle dei Nostri.
It's Nothing Personal It's National Security, album di debutto dei Social Services (l'etichetta è Stereo Test Kit), nasce per forza con il serio rischio di vivere all'ombra della canzone che lo apre, ma il talento di Emma, Lucy e Martin non si misura soltanto dal geniale singolo The Baltic Sea. Nei dieci pezzi che seguono, gli scozzesi-svedesi sembrano divertirsi a confondere le acque muovendo la propria bussola (apparentemente) impazzita in direzioni quanto meno eclettiche, dai toni etnici intrisi di citazionismo nordico di Folka alla revisitazione noir del traditional You are my sunshine, riuscito ossimoro da notte invernale artica, toccando di volta in volta stilemi jazz, arie da cabaret, ritornelli beatlesiani, liriche tra l'ispirato e l'allucinato, confidenze cantautorali e quant'altro, con una costante capacità di infilare linee melodiche orecchiabili dove meno te le aspetti.
Una ricetta, quella dei Social Services, che è quindi difficile disegnare a parole, e che si rivolge al pubblico con la bonaria complicità di chi pensa che la musica pop sia prima di tutto un'intelligente forma di divertimento: come altro definire altrimenti la contagiosa grazia di pezzi come Seven dwarves e Up in arms (che un po' ricordano Hello saferide, un po' Maia Hirasawa) ?
Un disco da non perdere, insomma - per quanto non sia un capolavoro. Un disco che invece in Svezia è passato quasi inosservato. Vuoi vedere che gli svedesi si sono offesi per davvero...

The Baltic Sea

04 dicembre 2008

The Charade - Keeping Up Appearances


A più di due anni di distanza da quel piccolo capolavoro intitolato A real life drama, pietra miliare del twee pop più solare ed elegante, torna il nostro trio svedese preferito con le undici canzoni di Keeping Up Appearances, sempre per l'americanza Skipping Stones Records. Dei The Charade sapete già probabilmente tutto (vedi la monografia di un anno fa): Ingela, Mikael e Magnus possono vantare importanti quarti di nobiltà pop, avendo militato in band seminali come Red Sleeping Beauty, Happydeadmen e Shermans, e dal 2004 vivono una seconda splendida giovinezza iniziata con un album dal titolo profetico The best is yet to come. E il meglio doveva ancora venire, infatti, considerando la scintillante bellezza dei due dischi che hanno dato seguto all'esordio.
Keeping up appearances non aggiunge in verità nessun elemento nuovo al suono primaverile e atemporale degli Charade, ma non è di novità che i Nostri vanno spensieratamente a caccia: la band di Stoccolma pesca sempre con mano abile in un immaginario melodico che va dai girl groups degli anni '60 e dalle armonie dei Beach Boys fino alle atmosfere delicate della Sarah Records e dei Belle & Sebastian, fondando con sicurezza il proprio stile sul cantato maschile/femminile, sul jingle jangle delle chitarre, sulla raffinatezza retrospettiva dei suoni e sull'equilibrio tra freschezza e ricercatezza, pur muovendosi in una totale economia di mezzi.
Canzoni leggiadre, incentrate su un ritornello contagioso e cantabile, tutte delicatamente upbeat come Keeping up appearances, The world is going under, I used to live in the 80's, Heroes and villans, Springtime fever, 140bpm misery love song, Stockholm april 2007, portano tutte impresse in modo evidente ed indelebile il marchio di fabbrica The Charade, che per quanto ci riguarda è una vera certificazione di qualità.
Canzoni che vivono della loro artigianale perfezione, calde e luminose come un'estate nordica, semplicissime nella confezione ed al contempo curatissime, ironiche e ingenue in egual misura, sulla linea di quel modo "gentile" di fare indie-pop che in Svezia annovera alfieri di tutto rispetto come Acid House Kings, Club 8, Sambassadeur, Celestial e Pelle Carlberg.
Canzoni di tre minuti (mai di più) che non hanno grandi messaggi da comunicare, ma possiedono la capacità innata e indiscutibile di far spuntare il sole in pieno inverno: una dote che di questi tempi è davvero preziosa, e non soltanto perchè fuori nevica...
Insomma, procuratevi l'album al più presto... e lunga vita agli Charade!

01 dicembre 2008

Lykke Li - Youth Novels


Perchè ho atteso tanto per scrivere qualche riga su Youth Novels, disco d’esordio di Lykke Li?

Forse perchè Lykke Li nella sostanza fa musica elettronica, genere che – come forse sapete – non è nelle mie corde, e quindi in ogni caso farei fatica, per mie carenze personali, a trovare gli aggettivi giusti e gli agganci adatti a descrivere la musica di Youth Novels.

O molto più semplicemente perchè in verità Youth Novels è uno di quei dischi che ti capita di ascoltare con un misto di distrazione e pregiudizio (“bello ma non mi interessa”) e che, dopo qualche mese, ti capita di risentire con sorpresa e pentimento (“è veramente bello, come ho fatto a non accorgermene prima?”).

Eppure il disco di Lykke Li ha venduto molto bene in Svezia, ha collezionato recensioni entusiastiche in mezzo mondo, ha attirato l’attenzione della major e i complimenti di schiere di artisti e appassionati e farà sicuramente capolino nelle primissime posizioni di tutte le tradizionali classifiche dei dischi dell’anno di siti, blog e magazines.

La ventunenne Lykke Li Timotej Zachrisson non ha certo le ambizioni sperimentali di Bjork, nè la patinata arroganza di piccole star scandinave del pop/dance elettronico come la svedese Robyn (With every heartbeat è stata un tormentone in tutta Europa nell'ultimo anno) e la norvegese Annie (imitatrici in fondo della Kylie Minogue di Can't get you out of my head), e nemmeno l'aristocratico distacco di cantautrici "altre" del grande Nord, che amano nascondersi dietro pseudonomi come Cake On Cake, El Perro Del Mar o Soda Fountain Rag, ma si pone deliberatamente e coraggiosamente su una sottile, difficile ed interessantissima linea d’equilibrio fra tutti questi modelli. Tra l’algida suggestione di Melodies and desires, pezzo che apre il disco, in cui la voce di Lykke Li sussurra parole d’amore e musica sullo sfondo di un esteso e innevato paesaggio sonoro, e Dance dance dance, crescendo tanto garbato quanto irresitibile con il suo contrappunto di sax e il suo spensierato singalong finale. Tra l’ammiccante ritornello adolescenziale di I’m good i’m gone e la rigorosa cantilena di Let it fall. Tra il leggiadro volo acustico/orchestrale di My love, inusitato gospel pastorale, e il beat sensuale e lolitesco di Little bit, singolo perfetto nella sua apparente essenzialità e in fondo geniale nell'ironia meta-pop delle sue liriche ("i think i'm a little bit, a little bit in love with you, but only a few, a little bit, a little bit, enough for me"). Tra la placida malinconia invernale di Hanging high e il solitario e claustrofobico fingerpicking di This trumpet in my head. Tra i movimenti marziali di Complaint department (una Army of me in minore) e il dinamismo irrequieto della super-ballabile Breakin it up. Tra il tenue romanticismo notturno di Time flies, dove la voce di Likke Li si fa improvvisamente fragile e fluttuante, legata come un filo sottile alle note del piano e del contrabbasso (memorie di Kate Bush?), e il soul squadrato di Window blues, titoli di coda su un bianco e nero alla Portishead.

Non sorprende allora ritrovare dietro la consolle, regista tanto equilibrato quanto coraggioso, quel Björn Yttling a cui appartiene un terzo della premiata società Peter Björn & John, indiscussi maestri nell'ibridazione delle coordinate pop a cavallo fra acustica ed elettronica. Una presenza che senz'altro ha spinto molti a decretare Youth Novels come appendice al femminile del gruppo di Young folks (notare l'assonanza dei titoli), il che è in parte vero, se la nostra Lykke Li non fosse anche autrice di tutto ciò che canta, a dispetto della giovanissima età.

E non ci sorprenderà, fra qualche settimana, se Lykke Li farà man bassa alle premiazioni annuali dei Grammy Awards svedesi, in attesa di trionfare davanti a platee internazionali (il disco viene distribuito negli Usa da qualche giorno!).


Little Bit


Breaking It Up


I'm Good, I'm Gone