
La trentenne Anna Ternheim appartiene a quella numerosa schiera di cantautrici scandinave che amano atmosfere intimiste e/o dolenti, muovendosi tra folk, blues e canzone d'autore e lavorando con attenzione tanto sulle musiche quanto sulle parole: Ane Brun, Susanne Sundfoer, Frida Hyvonen, Britta Persson, Nina Kinert, Sophie Zelmani, El Perro Del Mar, Lisa Miskovsky, Stina Nordenstam, Jonna Lee, e così via...
Dall'esordio Somebody Outside, datato 2004 e caratterizzato da un approccio folk essenziale, personale e delicato, basato sul pianoforte e sulla chitarra acustica, Anna ha immediatamente alzato il tiro con l'album successivo, Separation Road, ricco di ambiziosi arrangiamenti orchestrali e canzoni decisamente più complesse nella forma e inquiete nel contenuto. Album, quest'ultimo, in cui le fragili intuizioni del primo disco prendevano quota, rivestite elegantemente da una produzione tanto abbondante quanto misurata, ritrovando la propria originaria "nudità" in un cd allegato in cui la medesima scaletta era interpretata in quasi totale solitudine: una soluzione (già sperimentata nell'album d'esordio, per altro) capace di dare una inedita e interessantissima tridimensionalità alle composizioni della Ternheim, che di per sè rischiano a tratti di dare un'impressione di eccessiva freddezza, per quanto viaggino sempre una spanna sopra la media delle colleghe scandinave e non solo.
Ricevuti premi e contropremi in patria e pubblicata una versione riveduta e allargata di Separation Road (con il titolo Halfway To Fivepoints) per il mercato internazionale, Anna Ternheim è arrivata oggi alla sua terza prova sulla lunga durata.
Leaving On A Mayday riparte da quanto di buono già fatto negli anni precedenti, ed affida al produttore di grido Björn Yttling (il Björn di Peter Bjorn & John, già dietro al successo di Lykke Li) il difficile compito di scegliere la strada da percorrere: continuare con i ricchi arrangiamenti del secondo disco o tornare all'essenzialità artigianale del primo? Anna e Björn alla fine hanno sostanzialmente deciso per una originale via di mezzo, alleggerendo le canzoni del sovrappiù orchestrale e facendo sì che siano la voce sicura di Anna, una sezione ritmica decisa, battente e spesso jazzata, poche accorte spruzzate di elettronica, liriche ispirate e pensose, e soprattutto orchestrazioni raffinatissime e suggestive a portare su di sè i pezzi. Prendete come esempio la lenta, splendida Terrified, con quegli archi quasi moreschi che tornano spesso nelle atmosfere crepuscolari del disco, oppure l'accorato gospel senza tempo di Summer Rain, da brividi in particolare nella versione a cappella che potete gustarvi qui sotto (insieme ad Anna potrete riconoscere Ane Brun, Nina Kinert, Ellekari Larsson dei The Tiny e le due sorelline First Aid Kit. Che squadra eh!).
Leaving on a mayday non è un disco facile, ma è uno di quegli album in cui rimani costantemente affascinato dai paesaggi che ti ritrovi davanti, dal beat ossessivo del sorprendente singolo What have i done - vera cartina di tornasole del sound escogitato da Yttling - alla baluginante aurora boreale di My heart still beats for you, dall'accordo minore di pianoforte attorno al quale vorticano le spire esotiche di Let it rain all'intenso profumo drakeiano di Off the road, viaggio notturno nei territori abituali dell'amica Ane Brun, che continua nella conclusiva Black sunday afternoon. Episodi che trovano poi nuove prospettive nelle versioni alternative che Anna da sempre diffonde sulla rete (occhio al suo sito...).
Se già Somebody outside e Separation road non fossero stati così compiuti e ispirati, si potrebbe dire che Leaving on a mayday è il disco della maturità di Anna Ternheim, ma in fondo si tratta di considerazioni un po' scontate. Di certo si tratta di un album capace di emozionare dal primo all'ultimo minuto, organico e intenso: un nuovo ampio passo in avanti rispetto al passato, ottenuto in modo intelligente ed equilibrato, senza abbandonare la strada dell'introspezione in nome di ambiziose sperimentazioni.
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