24 settembre 2008

Sophie Zelmani - The Ocean And Me


Strana la vicenda artistica di Sophie Zelmani: della serie "come essere baciati da un successo planetario a 23 anni con il tuo primo disco e poi finire lentamente nel dimenticatoio". Era il 1995, negli Usa andavano di moda le cantautrici carine con voce sottile e chitarra acustica a tracolla: Jewel, che veniva dall'Alaska, era la bionda; Sophie, che invece era cresciuta a Stoccolma e mai si sarebbe sognata di diventare famosa, era la mora. L'album di debutto vendette bene in ogni angolo del globo, poi l'attenzione si spostò su altre ragazze più fortunate...
The Ocean And Me, che esce in questi giorni nella natia Svezia, è l'ottavo album di Sophie, e non provate a cercare i precedenti nei negozi americani: dopo uno o due anni di gloria, la timida Zelmani è tornata in patria a coltivare una carriera in penombra, tutta votata alla qualità e alla riservatezza, corteggiata giusto da un piccolo seguito di ammiratori, sia critica che pubblico. Seguito di cui, confesso, non ho mai fatto parte. Tanto che alla nuova fatica discografica di Sophie non prevedevo di concedere più di un ascolto dovuto. E invece...
Invece The Ocean And Me è soprendentemente nel mio lettore da una settimana intera, e probabilmente ci resterà ancora. Non che Sophie abbia mai scritto cattiva musica, anzi: la sua voce morbida è affascinante e il suo approccio delicato al folk-blues americano è corretto e piacevole, tuttavia ho sempre pensato che, fin dagli inizi, le sue canzoni mancassero di personbalità, finendo in genere per annoiare velocemente.
Cos'ha allora di diverso The Ocean and me? Stlisticamente poco, se non un'essenzialità di mezzi ancora più marcata: voce, acustica, lacrime di lap-steel, batteria spazzolata, tocchi di pianoforte e hammond. L'impressione però è quella di un equilibrio espressivo così maturo da far risaltare di bellezza anche le canzoni più tenui uscite dalla penna della Zelmani: questione forse di ispirazione, forse della registrazione voluta in pochissimi giorni, in modo che tra un pezzo e l'altro avvenisse una sorta di osmosi. O forse la marcia in più sta nell'atmosfera notturna e autunnale del disco, così quieta e pervasiva, garbata e romantica, sincera e mai, nemmeno per un secondo, piatta o sopra le righe. Dalle parti del Dylan di Oh mercy (Passing by), del primo Leonard Cohen (Spring love), dell'umore dolceamaro e sognante dei migliori Mazzy Star (Composing), della languida lentezza dei primissimi Mojave3 (Love, July waits).
Sicuramente due spanne sopra tante singer/songwriter imbronciate osannate dai magazine musicali, Cat Power in testa (scusatemi, sarà un genio, ma non la sopporto proprio!). Un'artista da scoprire o da riscoprire.

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