
We Are Soldiers We Have Guns è l'originale nome del progetto solista di Malin Dahlberg. La voce di Malin, graziosa e adolescenziale quanto basta per renderla vivace e subito riconoscibile, probabilmente l'avete già sentita in giro, se avete ascoltato i dischi (tutti belli, per altro) di Laurel Music, Douglas Heart, Celestial, The Greencoats. Oppure se vi siete accorti di un paio di interessanti EP usciti negli ultimi anni per Stereo Test Kit e Yellow Mica.
Get up, get out è il vero album di debutto di Malin: dieci canzoni nuove che crescono a poco a poco l'una sull'altra come fiori variopinti spuntati all'improvviso nella tundra nordica, fragilissimi all'apparenza, e tuttavia forti di radici sicure e articolate. La ragazza di Goteborg ha di certo una grande personalità compositiva: in verità non assomiglia con decisione a niente che abbiate ascoltato prima e, rispetto alla pletora di cantautrici scandinave di cui spesso parliamo, si colloca in un cantuccio speciale dove il sole batte per pochi istanti al giorno ma in quei momenti fa brillare tutto di una luce strana e vitale. Non distante, in fondo, dall'angolino di serena malinconia che appartiene a Susanna Brandin / Winter Took His Life. Luoghi poco frequentati, di periferia, freddi e invernali all'apparenza e invece così caldi e confortevoli.
E' indubbio che Malin abbia assorbito molto dalle band a cui si è legata negli anni, ma è altresì evidente come la musica di We Are Soldiers We Have Guns viaggi su binari personali, inquadrando all'orizzonte paesaggi di volta in volta diversi , utilizzando soluzioni strumentali variegate (dalla drum machine al violoncello, per intenderci, quasi tutto suonato e prodotto da lei stessa!) che raramente si ripetono da un pezzo all'altro, e puntando comunque ad un'essenzialità di fondo che ha nella voce della Dahlberg (solitaria, sovrapposta, replicata) il punto fermo attorno al quale tutto ruota, implacabilmente e senza fretta (l'iniziale Better days / more alive è emblematica in questo senso). Immediatamente la fragranza melodica di Me versus time = fixed game può farvi pensare al pop eclettico di una Maia Hirasawa, e invece subito dopo l'intreccio ombroso di piano e violoncello di Rain, heart, scars vi riporta in atmosfere notturne, illuminate ad intermittenza da un refrain di grazia superiore (dalle parti dei Mùm, forse). Ce n'è abbastanza da restare spaesati. Sensazione che proverete a maggior ragione quando, a metà esatta di The great depression, traccia numero 4, Malin fa sorgere un alba da sogno ad occhi aperti, che continua fra rullare di tamburi e chitarre scampanellanti nella solare (nonostante il titolo!) November, prestito ideale dai Celestial. Siamo solo a metà del disco, e già si resta a bocca aperta. Ma ancora ci aspettano il levare giocoso di Create your own psychosis, l'umore imbronciato di Nina, il sorprendente ottovolante di Speak up speak out (ritmo franto, chitarra distorta, e all'improvviso una lunga, scintillante onda melodica che si alza e piano piano si infrange a riva) e le suggestive dissonanze di Power, dilatata variazione indie su un copione che potrebbe appartenere alle Audrey, arricchito dal crescendo della tromba. Un viaggio sul filo invisibile tra l'ombra e la luce, insomma, che con le spire morbide della conclusiva What your sister said vi culla in una strana, diafana, cigolante ninnananna ("Let's not be weak again, let's try a little harder..."), che riconduce in modo circolare il sogno ad un sonno leggero e tormentato. "Stop dream about the better days" cantava in fondo Malin nel pezzo che apre il disco, avvertimento e/o premonizione.
Un album magnifico, di una bellezza sorprendente e insieme nascosta, da esplorare e capire a poco a poco. Non perdetevelo!
Tutto il disco in streaming qui.
we are soldiers we have guns - the great depression from Stereo Test Kit on Vimeo.
0 commenti:
Posta un commento